Tutti ladri?

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Generalizzare è una medaglia a due facce. Il lato “a” , senza porsi limiti, disegna l’identikit di una categoria di pensiero, l’opposto, “b”, lo svilisce, coinvolge tutto e tutti in un’inclusione caotica, perciò arbitraria e spesso mistificante. Uno dei benemeriti magistrati d’assalto che scoperchiarono il calderone dei tangentisti, Piercamillo Davigo, pool di “mani pulite” e neo presidente dell’Associazione nazionale magistrati, si è autoesaltato nel ruolo di fustigatore della politica corrotta: “La classe dirigente di questo Paese, quando delinque, fa un numero di vittime incomparabilmente più elevato di qualunque delinquente da strada e fa danni più gravi”. Così nel corso della lectio magistralis all’Università di Pisa sul tema della prevenzione della criminalità organizzata e della corruzione. Evitiamo interpretazioni emotive e furenti proteste generate dalle dichiarazioni che si completano con la frase “I politici non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi” e registriamo le reazioni. Insorgono Pd, Forza Italia, Lega, Area Popolare, ovvero partiti sorpresi, anche se in diversa misura, a intascare tangenti, a svuotare le casse di enti locali per uso personale, si uniscono al coro manager di imprese e banche, corrotti e corruttori. Ma i partiti nel loro intero organico? Nessuno escluso? Le cronache degli scandali sono puntuali e dicono impietosamente che se tangentopoli è stato un capitolo nero della politica italiana, la seconda edizione, in corso, lo ha superato, specialmente con maggiore responsabilità di uomini del Pd coinvolti in episodi di corruzione, inimmaginabili nell’era di Berlinguer.

Ma fuori dal catastrofismo di Davigo c’è la stragrande maggioranza di politici estranei a ruberie e malaffare. Soprattutto è forzoso il parallelo tra politici corrotti e “delinquenti da strada”. Che dire? Il presidente dell’ANM sembra ubriaco di prestigio per la carica che premia il suo nobile percorso di magistrato castigatore dei corrotti della prima Repubblica e forse su di giri nella circostanza del confronto con la platea di giovani portati a censurare d’istinto, complessivamente, le degenerazioni della politica. Applaudono Davigo Sinistra Italiana (finora estranea a casi di corruzione) e il movimento Cinquestelle con minor titolo per alcuni incidenti di percorso di suoi amministratori. Lo contestano autorevoli magistrati e per esempio Raffaele Cantone, Edmondo Bruti Liberati, Nicola Gratteri e Carlo Nordio, Gherardo Colombo, Felice Casson, Legnini, vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Interessante l’interpretazione di alcuni osservatori che giudicano la veemenza antipolitica di Davigo affine all’ideologia grillina della rottamazione totale della genia dei partiti (grillismo trasversale delle toghe?). Scontata la replica di Renzi, neo paladino del garantismo (“Che i magistrati facciano le sentenze”), indotto a criticare il giustizialismo, probabilmente per distogliere l’attenzione da crescenti episodi di corruzione di molti uomini del Pd indagati. E chissà che l’invito del premier ai giudici di dedicarsi ai processi non includa il disagio di un’alleanza di fatto con Verdini, destinatario per la sesta volta di un rinvio a giudizio per il fallimento della “Ste” editrice del Giornale della Toscana, emanazione del “Giornale” di cui è proprietario Berlusconi. Forse, è ragionevole una sana equidistanza tra enfasi dissacratoria del neo presidente di Anm e isteria di contrasto di chi finisce per legittimarla con innumerevoli casi da procura delle Repubblica di cui sono protagonisti propri esponenti.

Nella foto Piercamillo Davigo

 

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