Il referendum no-triv e il colibrì

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Don Vitaliano Della Sala

Don Vitaliano Della Sala

L’aggressione criminale di alcuni anni fa dell’Occidente contro l’Iraq, nonostante la contrarietà della maggioranza del “Popolo sovrano”, espressa nei sondaggi, nella straordinaria partecipazione alle tante manifestazioni e attraverso le numerose bandiere della pace esposte su milioni di balconi italiani; la sceneggiata attorno alla legge 40 sulla procreazione assistita, con un referendum abrogativo senza quorum e le diverse sentenze della Corte Costituzionale che, invece, stanno dando ragione a chi lo proponeva; la repressione violenta, strategicamente messa in atto nei confronti dei partecipanti al contro-G8 di Genova del 2001, e da allora contro ogni forma di dissenso non ufficiale, che ha esasperato, silenziato e scoraggiato ogni forma di manifestazione pubblica e collettiva del proprio pensiero; le vergognose vicende dell’Ilva di Taranto e della Terra dei fuochi, con i loro strascichi di morte, omertà, disinteresse, complicità con la criminalità organizzata e squallida cupidigia sulla pelle e la salute della gente, sono solo alcuni esempi di come si stia minando alla radice il diritto costituzionale che promuove la partecipazione dei cittadini alla vita politica e democratica del nostro Paese.

L’ultimo referendum “contro le trivelle”, il cui fallimento è stato sollecitato nientemeno che dal Presidente del Consiglio Renzi, con un craxiano invito a non andare a votare, è solo l’ultima di una lunga serie di vergognosi segnali di invito al disinteresse: tanto al resto ci pensa chi comanda, e non importa se fa gli interessi di pochi, petrolieri, banchieri, lobbisti & C.

Non so se sia una strategia, un complotto per lasciare sempre più mano libera a chi vuole decidere da solo senza fastidi, certo è che in questo modo la pratica democratica arretra sempre più, lasciando spazio ad egoismi, individualismi e disinteresse che non fanno per niente bene all’Italia.

Lo confesso: la tentazione è stata di mandare tutto al diavolo. E pazienza se la “casa comune” è sempre meno abitabile, se non siamo sicuri di quello che mangiamo, beviamo e respiriamo, se a Genova il giorno dopo il referendum fallito, si sia rotto un tubo di un oleodotto e migliaia di litri di petrolio stanno inquinando i fiumi e il mare: la sera di domenica 17 aprile, man mano che appariva il fallimento del referendum, per un attimo soltanto, ho sperato nel peggio, “così gli italiani imparano a disinteressarsi!”.

Per fortuna è stato solo un attimo di sconforto che è servito a stimolare alcune riflessioni sull’impegno quotidiano per tener viva l’idea di resistenza e partecipazione nei concittadini. Agli atti di eroismo, ovviamente, non siamo chiamati tutti; tutti, invece, siamo chiamati a comportarci bene e a diffondere e testimoniare una legalità quotidiana, che riguarda le nostre scelte di ogni giorno. Il peggio è la rassegnazione che “tanto non cambia nulla, e io non posso fare niente”. Non dobbiamo convincerci dell’inutilità della “piccolezza” delle nostre scelte quotidiane; anzi le piccole gocce del nostro impegno, soprattutto se unite a quelle di altri, contribuiscono a colpire la quotidianità della cultura dell’indifferenza, proprio come fa il colibrì protagonista di una favola che mi hanno raccontato gli indios del Chiapas messicano: “durante un incendio nella foresta, mentre tutti gli animali fuggivano, un piccolo colibrì volava in senso contrario, verso l’incendio, con una goccia d’acqua nel becco. “Cosa credi di fare!” gli chiese il leone. “Vado a spegnere l’incendio!” rispose il piccolo volatile. “Con una goccia d’acqua?” gli disse il leone con un sogghigno di irrisione, ed il colibrì, proseguendo il volo, rispose: “Io faccio la mia parte!”.

Certo sarebbe bello se tutti gli animali della foresta, soprattutto i più grandi, contribuissero a spegnere l’incendio, ma se loro se ne disinteressano io, noi piccoli colibrì dobbiamo fare quello che possiamo, impegnarsi con tutte le forze a capovolgere le cose, a togliere di mezzo, democraticamente, chi ci illude che basti un travestimento nuovo per rottamare il vecchio; è triste scoprire che strappando via la maschera del “nuovo” appaiono i peggiori volti e i peggiori sistemi di una eterna mala-politica che ogni tanto qualcuno vuol farci credere di aver sostituito con una politica veramente democratica ed efficiente.

 

 

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