POPOLARE DI VICENZA / CRAC, COLLUSIONI & SERVIZI

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Non solo crac. Non basta la distruzione di una banca in vita da 150 anni. Non è sufficiente l’aver messo sul lastrico migliaia di risparmiatori e soci. Non basta l’ulteriore manovra di spoliazione in atto, con il valore delle azioni praticamente azzerato. E non basta l’ultima beffa, con il colpo di spugna appena ratificato dall’assemblea societaria a favore degli amministratori-saccheggiatori. Non bastano neanche i compensi stratosferici che i vertici dell’istituto si sono auto attribuiti, mentre si andava a picco. E sono solo un “corredo” le tante spericolate “operazioni” finanziarie messe a segno, tra cui spiccano quelle con il gruppo Marchini, guidato dall’Alfio candidato per il Campidoglio. Nell’incredibile mix ora entrano – vera ciliegina sulla torta – anche i Servizi segreti. Cin cin.

E’ un pentolone davvero esplosivo quello della Popolare di Vicenza, in queste ore agli onori delle cronache finanziarie e sociali del Paese per via della “sanguinosa” ricapitalizzazione che sta letteralmente distruggendo il valore dei risparmi sudati una vita, per migliaia e migliaia di veneti, friulani e non solo.

Elio Lannutti

Elio Lannutti

Denuncia Elio Lannutti, storico presidente di Adusbef, la battagliera associazione che tutela i risparmiatori, in prima fila (con Federconsumatori) nel denunciare lo scandalo-Popolare di Vicenza, arrivando a chiedere l’arresto del numero uno, l’industriale vinicolo Giuseppe Zonin, e dei suoi compari. “La Banca Popolare di Vicenza – punta l’indice Lannutti – nata nel 1866 come prima banca vicentina e prima popolare nel Veneto, ancorata da più di un secolo sul territorio, con le azioni da 62,50 euro ridotte al valore di 0,10, e una capitalizzazione passata in pochi mesi da 6 miliardi e 10 milioni di euro, è stata distrutta e 118 mila azionisti truffati”. E denuncia quel “decennio di scorribande di Zonin & Soci, ispirati da quella stessa Banca d’Italia, che non ha voluto vedere, sentire, né tantomeno leggere gli esposti e le denunce inoltrate da Adusbef alla procura di Vicenza a partire dal 18 marzo 2008 sul valore gonfiato dei titoli illiquidi della Popolare di Vicenza, esposti nei quali venivano segnalati a Bankitalia e Consob i metodi estorsivi per diventare azionisti, pena la mancata concessione di prestiti, mutui e fidi”.

Non è certo finita, perchè Adusbef e Federconsumatori “auspicando che le procure della repubblica possano accelerare le inchieste sulla ‘rinomata associazione fraudolenta di stampo bancario’, capeggiata da Zonin & C., chiedono alla Consob di impugnare gli ultimi bilanci poco veritieri della Popolare di Vicenza, a cominciare dall’ultimo bilancio di esercizio approvato pochi giorni fa (nella stessa occasione si è deciso di non procedere nei confronti dei precedenti amministratori, ndr), con un peso enorme dei crediti deteriorati: al 31 dicembre 2015 su 29,2 miliardi di impieghi lordi, ben il 31,6 per cento risultava deteriorato e il 15,9 per cento classificato come sofferenza, con coverage (copertura a garanzia) rispettivamente pari al 42,4 e al 59,3 per cento, che testimonia un azzeramento del valore prodotto da azioni gonfiate nei bilanci precedenti, le cui perizie devono essere altrettanto invalidate”.

Così termina il j’accuse: “la gestione scandalosa e fraudolenta della Popolare di Vicenza, avallata da Consob e Bankitalia, che ha azzerato i risparmi di intere generazioni a 118 mila soci, non può né deve restare impunita”. Alla fine dell’articolo, in basso, trovate il link di una perfetta ricostruzione di fatti & misfatti targati Popolare di Vicenza & dintorni, che lo stesso presidente di Adusbef (fra l’altro autore del profetico “Bankster” nel 2010, che potete scaricare gratuitamente dal nostro sito cliccando sul riquadro collocato nella barra a destra) ha titolato: “Consob/Bankitalia: come si distrugge una banca. Il caso della Popolare di Vicenza. La storia cronologica di criminalità bancaria, con il concorso di distratti (o collusi?) controllori”. Tutto da leggere. E tra i link in basso, da segnalare anche la ricostruzione della “Marchini-Popolare” story, costellata di episodi tutti da scoprire, e al vaglio della magistratura.

Passiamo ora ai super stipendi dei Paperoni della popolare vicentina, non a caso diventata nel tempo la decima banca nella hit del credito nazionale, poi di colpo sprofondata

Alfio Marchini

Alfio Marchini

nell’abisso più profondo. Ecco alcune incredibili cifre snocciolate dal giornalista Maurizio Cescon: “Ricchi, ricchissimi. I compensi di amministratori e super dirigenti della Popolare di Vicenza stridono maledettamente con i conti in dissesto (buco di 1,4 miliardi nel 2015) e la polverizzazione del valore delle azioni. Tanto che ai 118 mila soci (oltre 12.500 quelli residenti in Friuli) restano poche briciole di risparmi accumulati in una vita di lavoro e oggi evaporati o quasi”. E precisa: “La fetta più grande se l’è portata a casa l’ex presidente Gianni Zonin, dimessosi nel novembre scorso, con oltre un milione di stipendio”: una pensionata che è andata con centinaia di altri inferociti truffati a dimostrare davanti alla sede della banca, ha proposto: “andiamo a prenderci le tenute di Zonin”, idea non certo malvagia.

Prosegue il bingo milionario per lorsignori: “L’attuale numero uno dell’istituto, Stefano Dolcetta, si ferma a 119 mila euro, ma è entrato in carica a fine 2015. I due vice presidenti, Marino Breganze e Andrea Monorchio (udite udite, l’ex Ragioniere Generale dello Stato, il mago di tutte le finanze, che così s’è regalato una bella pensione!, ndr) incassano rispettivamente 404 mila e 294 mila euro, il consigliere segretario Giorgio Tibaldo tocca quota 217 mila euro. L’amministratore delegato Francesco Iorio, in carica dal 1 giugno, ha ricevuto 2 milioni 678 mila euro, di cui 1,8 come bonus d’ingresso. Il vice direttore generale Iacopo De Francesco, in carica dal 22 giugno 2015, ha percepito 1,02 milioni di euro, di cui 700 mila come bonus d’ingresso una tantum”. Tirando le somme, “la banca ha pagato 2 milioni 675 mila euro di bonus d’ingresso una tantum a sei dirigenti, inclusi Iorio e Di Francesco, e 5,2 milioni di buonuscita a cinque ex dirigenti”.

Cifre da Chase Manhattan Bank. Ma non è finita qui. Perchè il fronte delle buonuscite è un autentico pozzo di San Patrizio. La più consistente buonuscita, pari a ben 4 milioni di euro, “è stata riconosciuta all’ex amministratore delegato Samuele Sorato, che ne ha incassati già 2 e incasserà gli altri 2 con differimento triennale. Per l’ex ad, indagato con Zonin per ostacolo all’attività di vigilanza e aggiotaggio, il compenso complessivo per il 2015 (si è dimesso il 12 maggio) è stato pari a 2,6 milioni di euro”. Strapagati per saccheggiare.

 

DALLA SICILIA AI SERVIZI MADE IN POMPA

Eccoci, poi, ad altri “buchi neri”. Come la storia di “Banca Nuova”, la gemmazione siciliana di Zonin & C. Nonchè le strane vicende di alcuni immobili targati “Servizi”.

Francesco Maiolini

Francesco Maiolini

Partiamo dall’istituto siculo, guidato per un decennio dal “Geronzi del Sud”, al secolo Francesco Maiolini, una carriera nelle stanze che contano, prima al Mediocredito centrale, poi alla direzione generale del Banco di Sicilia, per approdare alla filiazione dell’istituto veneto. Dal quale è quindi passato al vertice dell’Irfis, la finanziaria diventata il braccio operativo della Regione Sicilia, fondamentale snodo per fondi europei e tutto quanto ruota nel mondo del credito alle imprese. A volere con forza Maiolini su quella poltrona è stato soprattutto l’ex governatore Raffaele Lombardo, spalleggiato dal presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante (finito sotto i riflettori degli inquirenti per la sua personale visione della lotta “antimafia”). Un ‘Sistema’ bel oliato di favori, posti e prebende, quello messo in piedi da Maiolini, tanto che la sua Banca Nuova era man mano diventata un accorsato ‘collocamento’ per figli, parenti, amici di… . E in ottimi rapporti con tanti vip, Maiolini, che nei salotti della Palermo da bere e da mangiare – narrano i gossip a base di cassate e cannoli – stringeva le amicizie che contano, in primis quelle con pezzi da novanta della magistratura, come il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari, l’ex pm antimafia Anna Maria Palma poi passata a curare il gabinetto di Renato Schifani (altro grande amico di Maiolini) ai tempi della presidenza del Senato, l’ex capo dei pm palermitani Francesco Messineo (finito nei pasticci per una telefonata proprio con lui). Amicizie che possono tornare utili al momento giusto, visto che il Geronzi del Sud è stato invischiato in alcune inchieste su usura e riciclaggio. Acqua passata.

Ma restano i “dubbi” su un paio di immobili. E’ il caso di una sede dei Servizi a Palermo, individuata in un edificio che fa capo alla “Immobiliare Stampa”, sigla riconducibile a “Banca Nuova”. Ne ha scritto, nel volume “Il cuore nero dei Servizi”, edito da Bur, il giornalista Piero Messina, il quale ha sottolineato il fatto che la nostra intelligence si è preparata alla trattativa “acquisendo i servigi di una fonte, nella direzione logistica della banca veneto-siciliana”. Un mistero.

Come quantomeno singolare è un’altra coincidenza. L’ufficio romano di rappresentanza di Banca Nuova è ubicato in via Nazionale. E nello stesso edificio è stato per anni acquartierato – al secondo piano” – l’ufficio/archivio dei Servizi, che l’allora numero uno del Sismi, Nicolò Pollari, affidò alla gestione di Pio Pompa, impegnato nelle attività di dossieraggio di magistrati scomodi, giornalisti ficcanaso, quei pochi politici controcorrente, associazioni infestate da presunti antiberlusconiani d’un tempo: per quella vicenda è ancora in corso, a Perugia, un processo, ma tutti i premier (Renzi compreso) hanno alzato il muro del “segreto di Stato”. La storia venne fuori quasi per caso, nel corso di una perquisizione di sedi e uffici del Sismi in seguito alla vicenda del rapimento dell’imam Abu Omar: così venne scoperto quel super covo a Roma, centinaia e centinaia di fascicoli su ignari cittadini spiati e dossierati per anni (almeno cinque, la durata dell’esecutivo Berlusconi 2001-2006).

E in quell’edificio popolato da barbe finte (tra gli habitué l’allora redattore del Giornale Renato Farina, al secolo “agente Betulla”), c’era anche l’ufficio capitolino di Banca Nuova.

Racconta un cronista romano che ha scritto parecchio di Servizi. “Guarda caso è Banca Nuova, insieme al gruppo Livolsi, storicamente vicino a Berlusconi, a creare ‘Nuova Merchant’, una banca d’affari. Scherzi del destino: consulente di ‘Nuova Merchant’ è il politologo americano Edward Luttwak. A sua volta, Nuova Merchant è stata alleata della ‘Magiste’ di Stefano Ricucci in ‘Confimmobiliare’, un vero e proprio crocevia di interessi. Sotto il suo protettivo ombrello troviamo un po’ di tutto, pezzi della finanza e dell’economia. Un laboratorio da osservare con attenzione. Così come sarebbe il caso di capire i rapporti del mondo che ruota intorno alla Popolare di Vicenza e alla sua figlioccia Banca Nuova con quello che ruota intorno all’Opus Dei e alla potentissima ‘Sorella Natura’, altro snodo fondamentale di mega interessi politici, finanziari, vaticani. Come mai chi avvia inchieste serie in questa direzione viene sempre stoppato per tempo? Ricordate, una dozzina d’anni fa, un’indagine chiamata ‘Operazione Sofia’? Bene, è finita a marcire sotto quintali di naftalina. E poteva essere la Tangentopoli politico-vaticana d’inizio millennio…”.

 

 

In apertura Giuseppe Zonin e, a destra, Ignazio Visco 

 

Per approfondire:

CONSOB/BANKITALIA: COME SI DISTRUGGE UNA BANCA – di ELIO LANNUTTI

 

ALFIO MARCHINI / SCOPPIA IL CASO DELLE OPERAZIONI CON LA POPOLARE DI VICENZA VIA LUSSEMBURGO – 25 febbraio 2016

 

 

 

 

 

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