Ombre sull’ottimismo dell’anti evasione

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L’articolato mondo dell’economia si sveglia al trillo dell’allarme azionato dalle rivelazioni sui Panama Papers, portatori di sconquasso nei gangli sensibili della politica, dell’imprenditoria, dello spettacolo e dello sport,   con l’esplosiva pubblicità sui fondi occultati nell’alveo accogliente dell’evasione, garantita dall’omertà dei cosiddetti paradisi fiscali. Si svegliano il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’Ocse e progettano l’indagine di una task force comune su chi beneficia delle società off-shore. Scoperte le fughe dalla tassazione di capi di stato, leader politici e nomi altisonanti titolari di ricchezze da sottrarre all’onere fiscale, Christine Lagarde, dea ex machina del Fmi, ammonisce: “Il fondo già quattro anni fa aveva affrontato la spinosa questione di Panama, purtroppo senza allertare il mondo della finanza”. La gravità dello scandalo planetario dei paradisi fiscali appare anche più indecente se confrontato con i trecento milioni di uomini costretti a sopravvivere con meno di due dollari al giorno, alla marea di migranti espulsi dalla loro terra per fame e guerre sanguinose. Non solo, torna in mente l’equazione italiana di Paese ricco e in salute senza l’evasione miliardaria. Non fossero drammatici, sarebbero grotteschi i casi di gioiellieri e di altri commercianti opulenti che dichiarano meno dei dipendenti. Nel mondo la dimensione stimata della frode fiscale di società off-shore è di sette trilioni e mezzo di dollari, settemila seicento miliardi, il totale, come sottolinea la Repubblica, del Prodotto Interno Lordo di Germania, Francia e Spagna. Partecipano allo scandalo (l’anno di riferimento è il 2015) cinquantuno società su sessantotto e il volume degli investimenti illegali nel giro di cinque anni è cresciuto da un miliardo e duecento milioni e due miliardi e ottocento settanta milioni. Teatro primario dell’evasione sono i Paesi che s’affacciano sull’oceano indiano con successiva ricaduta in Africa. Tra i primi nella classifica degli evasori ci sono gli Stati Uniti, con mille seicento filiali di compagnie nei paradisi fiscali che si tassano meno di un semplice lavoratore. La domanda consequenziale è se il mondo delle grandi ricchezze consentirà davvero di cancellare la scandalosa anomalia di paradisi fiscali a vantaggio dell’economia collettiva dei popoli. I dubbi sono sostanziati dallo strapotere della finanza dominante.

 

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