Articolo 11, la Costituzione negata

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Il renzismo induce a riprendere il tema del pacifismo che nobilita la Costituzione, l’articolo 11 (l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e la questione irachena lo è). Concediamo la base di partenza di Sigonella (Sicilia) ai droni americani spediti a bombardare l’Isis in Libia, teniamo in sospeso l’invio di parà, continuiamo a comprare, a dispetto di promesse “da marinaio”, i micidiali f35. Ultima trasgressione all’articolo firmato dai padri costituenti è la presenza in Iraq di elicotteri da combattimento e militari della brigata Friuli, veterani specializzati nel contrasto armato ai “nemici”. Sono 130 i soldati inviati in Iraq, 200 gli addestratori di commando iracheni e curdi, 110 i carabinieri che formano i poliziotti locali, quattro gli elicotteri “da soccorso”, quattro quelli da battaglia Mangusta (cannonieri volanti), 450 i militari impegnati con mezzi blindati nella protezione dei lavori di restauro. Motivazione, per gonzi, è la cosiddetta attività di personal recovery, cioè di soccorso ai feriti e recupero di soldati accerchiati. Prevede, com’è ovvio, di ingaggiare battaglie cruente, sotto il fuoco nemico.

Ora, che sia impellente contrastare il terrorismo islamico è questione vitale se si vuole impedire che finisca di mettere in pericolo l’intero sistema del mondo occidentale e sventi attentati che i precedenti hanno dimostrato impossibili da prevenire, che aggravi la crisi dei luoghi del mondo meta del turismo internazionale, colpiti dagli attacchi del Califfato. Ma che la soluzione sia il contrasto “a terra” degli jihadisti è smentito perfino dai consulenti militari, non solo italiani. Inoltre, ammesso il contrario, sarebbe tutto da dimostrare il perché del coinvolgimento diretto dell’Italia e non del resto del mondo minacciato dal fondamentalismo islamico. La spedizione in Iraq è stata ufficialmente annunciata, lo riporta la Repubblica, dal ministro degli esteri Pinotti e il quotidiano diretto da Calabresi commenta “Non sarà una passeggiata”. Spaventano l’opinione dei generali occidentali, avverte il quotidiano, la stima di circa 30mila soldati per espugnare Mosul, capitale del Califfato. Bagdad, in preda a una crisi politica paralizzante, ne ha messi insieme solo cinquemila. E’ anche certo che non sono risolutivi i raid che bombardano le postazioni dell’Isis. Ma dietro il coinvolgimento dell’Italia c’è altro oltre alla lotta terrorismo: per esempio i lavori affidati a imprese come la Trevi di Cesena per la diga di Mosul, cantiere colossale che sarà tutelato da 450 nostri soldati armati di tutto punto con mezzi blindati e armi pesanti. Lo scenario dista solo venti chilometri dalle linee occupate dal Califfato. Le ragioni “economiche” dell’impegni italiano in Libia e in Iraq somigliano molto al silenzio della Francia sulla spinosa vicenda dell’assassinio di Regeni. Dice tutto la stretta di mano di Hollande al presidente egiziano che, di là dal formalismo istituzionale, ha sancito l’accordo finanziario con l’Egitto per oltre un miliardo di dollari.

Nella foto soldati della brigata Friuli

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