Più che Salvini… chi lo segue

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Per gli italiani in normale confidenza con i fondamentali della democrazia è davvero arduo immaginare che vi sia intorno al quattordici percento di connazionali che si identificano nella palude pseudo politica della Lega Nord e in dettaglio nel figuro (cioè dall’aspetto poco rassicurane) Salvini. Uno scandalo all’italiana. Nel concentrato di nefandezze che lo connotano emergono a giorni alterni, con tracotante insolenza, il dichiarato razzismo, l’omofobia, un revancismo stile mussoliniano e l’odio per uomini, donne, bambini dalla pelle nera. Il suo cammino spedito nella destra, percorso strumentalmente per raccattare voti nella melma di nostalgici del regime, inciampa di frequente in gaffe e baggianate, o peggio in esternazioni da querela. Quella di giornata è l’insulto al Presidente della Repubblica. La frase di Salvini, a proposito di frontiere, è “Vuole aprirle? E’ un complice e un venduto”. Proprio così, venduto. Il leghista “gentiluomo”, in pieno delirio di ignoranza, l’ha pronunciata sicuro che Mattarella si riferisse alle frontiere obiettivo dei migranti. Il Capo dello Stato intendeva criticare il ventilato ripristino delle frontiere che impedirebbero la libera esportazione dei vini, una delle più importanti voci dell’export italiano d’eccellenza. Commenta il Pd “Salvini è un eversore”, il sindaco di Verona “Chi ha fatto polemica o non era sobrio o non ha ascoltato bene”. Critiche da tutto il mondo politico. Zanda: “Sono parole di un eversore che detesta l’Europa e non ama l’Italia”. Cicchitto: “Salvini stupisce sempre di più per la sua ‘impeccabile’ cultura istituzionale. Evidentemente al peggio non c’è mai limite”. A pensarci bene lo scandalo non è tanto la presenza di Salvini nel mondo politico italiano, quanto la cecità sottoculturale di quanti lo ritengono un leader di partito autorizzato a occupare un’ala del Parlamento.

Nella foto, Salvini indossa la maglietta col simbolo della Lega Nord

 

 

Musei, Regge: direttori scomodi

C’è l’opportunità di ripensare ai mugugni che hanno dato fiato al coro di critiche rivolte a Franceschini per le nomine di direttori dei principali siti museali del napoletano e l’offrono le loro prime valutazioni, le decisioni in partenza: unanime il giudizio sull’incompatibilità tra valore culturale di musei, gallerie e archeologia napoletani con il ridotto numero di visitatori. Inaccettabile il gap che la Reggia vanvitelliana di Caserta lamenta nei confronti di Versailles; enormemente inferiore al potenziale il turismo che sceglie Pompei ed Ercolano, sottostimata l’importanza del Museo Archeologico Nazionale. Poco populista, ma inderogabile, accolta con ostilità, è l’iniziativa di cancellare lo scandalo di dimore all’interno di Capodimonte e della Reggia di Caserta occupate abusivamente e abitate con costi di affitto perfino di 3 euro e cinquanta centesimi per un appartamento di duecentoquaranta metri quadrati con vista sul parco. Sono malvisti interventi e progetti in un territorio che vive nell’anarchia senza regole, cinicamente al di fuori. E si capisce: dove tutto non funziona per definizione, spaventa l’idea dei nuovi venuti che intendono agire sullo stato di abbandono delle strutture per mancanza storica di cura, che immaginano incrementi sostanziali di visitatori, con adeguato carico di lavoro per tutto il personale, che quasi certamente impediranno lo sciagurato ricorso alle assemblee sindacali nell’orario di visita (il caso di Pompei è un urgenza prioritaria da risolvere), e attiveranno gli strumenti di promozione dei musei di cui sono responsabili. Fine degli scandali? E’ una bella sfida per i nuovi responsabili chiamati a progettare nelle rispettive strutture un futuro di equa comparazione con l’altra Italia del patrimonio culturale.

 

 

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