AGROMAFIE – QUEI PATTI CRIMINALI CON LO STATO

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Il pentito di camorra Nunzio Perrella, appena uscito dal programma di protezione, sta parlando coi media come un fiume in piena. E il suo j’accuse, pesantissimo, non risparmia nessuno. A cominciare dai tanti magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine che per decenni hanno insabbiato le sue verbalizzazioni sull’interramento di veleni in Campania ed oltre, andato avanti perciò “regolarmente” fino ai nostri giorni, lasciando dietro di sé la lunga scia di morti per cancro che tutti i giorni piangiamo. «La camorra ha fatto il suo. E ha pagato. Perché – chiede Perrella pochi giorni fa in una lunga intervista alla tv svizzera – non hanno pagato anche gli altri? Stanno tutti là, a godersi incarichi, poltrone e stipendi d’oro…».

Carmine Schiavone

Carmine Schiavone

Il copione è purtroppo identico a quello delle rivelazioni balzate tre anni fa alle cronache con le interviste di Carmine Schiavone. Anche lui voleva parlare, liberarsi la coscienza. Anche lui aveva fatto, uno per uno, i nomi di alcuni vertici attuali degli apparati di giustizia e sicurezza che venti, trenta anni fa avevano ricevuto da lui tutte le prove. Ma non fecero niente.

Schiavone qualcuno lo ha fatto “cadere dal pero”. Prima che il suo racconto fiume potesse continuare a deflagrare, casca da un alberello di casa sua. Finisce in ospedale. E lì muore, non si sa come. E muore in circostanze terribilmente nebulose Federico Bisceglia, il giovane magistrato coraggio che non si era arreso di fronte alla cortina delle “alte omertà”. Una archiviazione, anche quella, che ancora oggi fa venire i brividi.

«C’era un patto tra camorristi, manager e politici – rivela Perrella dinanzi alle telecamere elvetiche lo scorso 31 marzo – per trasformare la Campania nella pattumiera d’Italia. Ho conservato carte e analisi, contratti e nomi. Perché non deve essere solo la camorra a pagare. Noi abbiamo le nostre responsabilità, ma c’è chi ha più colpe dei clan. E in carcere non c’è mai finito». Boss del Rione Traiano, nel 1993 Nunzio Perrella aveva fatto aprire l’inchiesta Adelphi, la prima sul traffico di rifiuti a base di connection fra clan, politici, imprenditori e massoneria. Al dottor Roberti (Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia, ndr) continuavo a ripetere ‘dottore ma quale droga, ‘a monnezza è oro…’». «Per Adelphi – continua Perrella – alla caserma di Piazza Carità portarono pure un professore universitario e un avvocato. Loro tornarono a casa mentre io mi sono fatto 21 anni di carcere. Quel professore insegna ancora in università e i ministri, amici degli amici, che pure si sono intascati miliardi con i rifiuti tossici, hanno continuato a farsi eleggere».

Chi sono allora i veri responsabili, gli uomini sulla cui coscienza dovrebbe pesare la morte di tanti innocenti? Quanti di loro l’hanno fatta franca?

Di sicuro il fenomeno delle cosiddette “Agromafie” continua da allora la sua crescita esponenziale. E si è ramificato in una diversificazione impressionante di attività illecite. A mettere tutto nero su bianco sono stati anche quest’anno gli esperti di Eurispes e Coldiretti che hanno appena presentato “Agromafie”, quarta edizione del Rapporto Annuale sui Crimini Alimentari. Un impietoso dossier, reso quest’anno ancor più incisivo nella raccolta ed analisi dei dati grazie alla nascita dell’Osservatorio sulla Criminalità nel sistema agroalimentare, istituito presso la Coldiretti e guidato dal magistrato Giancarlo Caselli. In prima fila, nell’Osservatorio, anche il magistrato del Tribunale di Napoli Nicola Graziano, il giornalista Nicola Baldieri e l’avvocato partenopeo Angelo Caliendo, componente del Direttivo Eurispes, l’Istituto di ricerche guidato da Susanna Fara.

 

PENETRAZIONE TOTALE

Schermata 2016-04-03 alle 18.13.30In Campania, Calabria e Sicilia il controllo del territorio da parte di mafie e camorra è “pressoché totale”. E’ il primo dato che balza agli occhi nel dossier, che fotografa la spaventosa situazione in cui è precipitato l’intero Paese. Si parte infatti dal predominio delle mafie sui diversi settori della vita pubblica e privata, per poi accendere i riflettori sui diversi comparti produttivi collegati al sistema agroalimentare, che da soli nel 2015 hanno fruttato alle organizzazioni criminali la bellezza di 16 miliardi di euro.

Novità di quest’anno è l’introduzione di un nuovo strumento per misurare l’aggressività mafiosa sul territorio. Si tratta dello I.O.C., l’Indice di Organizzazione Criminale messo a punto dagli esperti dell’Osservatorio e relativo a fattori che vanno dalle condizioni socio-economiche di un territorio fino all’incidenza sullo stesso dei reati di matrice mafiosa o camorristica.

In questa speciale classifica dell’Indice di Organizzazione Criminale, dopo Palermo e Reggio Calabria, la città italiana che detiene il triste primato è Napoli, con un I.O.C. pari al 78,9%, contro la media nazionale del 29,1%. La pervasività del crimine organizzato nel capoluogo campano supera di gran lunga quella di città come Caltanissetta, attestata al 69,4, e Crotone, 58,4, mentre Caserta fa registrare un 68,4% e Salerno il 44,3%.

Non meno desolante il quadro dei beni confiscati, che a tutto il 30 settembre 2015 ammontavano a 17.577 unità, tra immobili e aziende, di cui 2.582 in Campania. Secondo recenti stime dell’Istituto Nazionale Amministratori Giudiziari, infatti, sfiora l’elevatissimo tetto dei 25 miliardi di euro il valore dei beni confiscati NON riutilizzati. Il monitoraggio reso città per città dalla Direzione Investigativa Antimafia denuncia irregolarità diffuse e farraginosità delle procedure. Tanto che un bene su cinque resta nella disponibilità dei criminali. Sono infatti 26.200 – si legge nel Rapporto Agromafie – i terreni rimasti nelle mani di soggetti condannati in via definitiva per reati di stampo mafioso. I quali per giunta godono dei vantaggi fiscali riservati ai gestori dei beni sequestrati.

 

MAFIE PADRONE DEI CAMPI

Supera i 402 milioni di euro, nel solo periodo tra maggio 2014 e febbraio 2015, il valore dei sequestri alle organizzazioni criminali operanti nel comparto agroalimentare. Il Rapporto Agromafie 2016 scandaglia i diversi settori dell’intera filiera finiti ormai sotto il controllo delle mafie, fornendo anche utili dettagli per comprendere se vi siano aree del Paese dove, a fronte di una massiccia presenza autoctona della camorra, sarebbe necessario attuare con maggiore incisività l’azione preventiva e repressiva degli organismi inquirenti.

Il Rapporto Agromafie 2016

Il Rapporto Agromafie 2016

Scopriamo ad esempio che sul fronte dei furti e rapine di bestiame o di mezzi agricoli, attuati quasi sempre con i metodi del racket, nel Nord si registra un numero di persone arrestate superiore, in percentuale, rispetto a quelle del Sud, dove il fenomeno incide statisticamente almeno quattro volte di più. Reati che crescono potendo contare anche sull’isolamento delle popolazioni nelle aree rurali: di qui le proposte per installare dispositivi di videosorveglianza e, soprattutto, per favorire il ri-popolamento delle campagne. A farla da padrona è la camorra, che non limita la propria attività criminale al solo accaparramento di terreni e mezzi agricoli, ma spazia in tutto l’indotto, colpendo il particolare il settore della ristorazione. Sono almeno 5.000 tra bar e ristoranti le attività nelle mani della criminalità organizzata in Italia. Attività “pulite” che si affiancano a quelle “sporche”, avvalendosi degli introiti delle seconde, assicurandosi così la possibilità di sopravvivere anche agli incerti del mercato ed alle congiunture economiche sfavorevoli, ma anche di contare su un vantaggio rispetto alla concorrenza: la disponibilità di liquidità e la conseguente possibilità di espandere gli affari.

Altro fronte caldo è poi quello dei mercati ortofrutticoli, dove i clan di provenienza campana occupano quasi interamente i segmenti di stoccaggio e trasporto merci. Era già accaduto nel caso del MOF, il mercato ortofrutticolo di Fondi dominato dall’alleanza tra uomini del clan Schiavone con propaggini di ‘ndrine calabresi e fazioni di Cosa Nostra. Sodalizi criminali che, come documentato nel Rapporto Agromafie, avevano acquisito il monopolio dei sistemi di distribuzione e trasporto dell’ortofrutta. Dopo anni di indagini arenate dal 2010 alla Procura di Latina, nel luglio 2015 le DDA di Roma e di Napoli hanno eseguito 20 provvedimenti cautelari e sequestrato beni per un valore pari a circa 100 milioni di euro. La maggior parte degli arrestati, che aveva residenza nell’area di Giugliano, erano luogotenenti dei Casalesi e del clan Mallardo.

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