Razzi, bengala e tric trac

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Per capire di che parliamo si dovrebbe scavare nelle teche dei grandi network televisivi e tirare fuori tutte le gaffe, le ingiurie, le volgarità pronunciate ai microfoni degli intervistatori ma basta un episodio per definire l’elevata personalità di Antonio Razzi, parlamentare folcloristico che in piena bagarre del centro destra, dilaniato dalla contrapposizione Bertolaso-Meloni, spara il fuoco d’artificio della propria candidatura a sindaco di Roma. “Potrei fare io il sindaco e Bertolaso il city manager”, afferma Razzi “e se diventassi il primo cittadino della capitale, porterei a Roma Kim Jong-Un, leader nordcoreano, per un gemellaggio. L’occasione giusta sarebbero la finale di Coppa Italia (sic, n.d.r.) o il derby Lazio-Roma che per me pari sono”. Per capirci: Antonio Razzi, politicamente nato con l’Italia dei Valori di Di Pietro è un saltatore della quaglia di razza (visto il cognome). In vista di una possibile chiusura anticipata della legislatura (governo Berlusconi) il “nostro” cambia casacca e passa a Forza Italia per sostenerla e sventare il voto di sfiducia. Le ragioni, dichiarate in un “fuori onda” del programma “Gli intoccabili”, sono esemplari: “Se ti possono sodomizzare (versione emendata rispetto alla più cruda dell’originale), ti sodomizzano. Qui (cosa intende, il parlamento?) ognuno fa i c…i suoi, io penso ai c…miei. Per dieci giorni che mancano alla fine della legislatura perderei il vitalizio, la pensione”.

Nella foto Antonio Razzi

 

Sotto a chi tocca

Un’altra eccellenza entra con il dovuto clamore mediatico nella vicenda che ha costretto la ministra Guidi a farsi da parte e Renzi a difendere se stesso (“emendamento sacrosanto, in difesa dei lavoratori”) e la Boschi per il ripescaggio della norma che secondo gli inquirenti avrebbe messo due milioni e mezzo nella capiente cassaforte di Gemelli, imprenditore legato sentimentalmente alla titolare del dicastero per lo Sviluppo economico. Nella rete della Procura di Potenza finisce l’ammiraglio De Giorgi, capo di Stato Maggiore della Marina (tra i papabili alla guida della Protezione Civile, e con lui Pastena, dirigente della Ragioneria di Stato. Il racconto è del quotidiano la Repubblica. L’accusa: associazione per delinquere, abuso d’ufficio, traffico di influenze, traffico illecito di rifiuti. Sono le imputazioni che coinvolgono Gemelli. L’ammiraglio dice di cadere dalle nuvole, di non capire come sia implicato nella vicenda di influenze relative all’Autorità Portuale di Augusta (città di Gemelli). Sul fronte del governo i magistrati annunciano una trasferta a Roma per ascoltare le ministre Guidi e Boschi. Quest’ultima dichiara che nessuna mozione di sfiducia la costringerà alle dimissioni e che firmerebbe di nuovo l’emendamento alla legge di stabilità. Renzi le fa eco e accusa le opposizioni, in sintonia con una anomala alleanza, di agitarsi per mettere il Pd in difficoltà nella prossimità del voto amministrativo.

 

’Ndrangheta, sì, no, forse

Meno male, nel mare magnum della corruzione e degli scandali, anche un episodio di legittimità, seppure controverso. L’amministrazione comunale di Ventimiglia, eletta dopo un periodo di commissariamento, ottiene un “certificato” di correttezza nel caso di un appalto assegnato all’azienda Coffee Time Sanremo di cui è titolare tale Giovanni Ingrasciotta, vicino al mafioso Matteo Messina Denaro, che cinque anni fa fu bersaglio della cronaca per un tentativo di intimidazione operato mostrando una fotografia in cui era ritratto insieme al boss. Il consiglio di Stato assolve il comune di Ventimiglia perché l’appalto era di valore trascurabile e perché era stato immediatamente revocato in quanto l’azienda era stata esclusa con un provvedimento di interdizione antimafia. Tutti assolti da accuse di connivenza? E’ da vedere. Chi nega la presenza della ‘ndrangheta a Ventimiglia è contraddetto da sentenze di segno opposto ed è aperta la gara dei buonisti per la riabilitazione della cittadina ligure. Sarà dura, considerati gli scottanti precedenti, accertati dalla magistratura.

 

Sedute fiume

Ci si mette anche la provincia, la buona provincia italiana di un tempo e la casistica della corruzione, degli scandali, cresce di conseguenza. Massimiliano Vogli, sindaco di Malalbergo fino al 2014, deve spiegare alla Corte dei Conti la sorprendente durata di sette ore, per due volte alla settimana, delle riunioni della sua giunta: un tempo sconosciuto anche agli esecutivi di grandi città. L’impegno gonfiato, questa l’accusa, serviva a ottenere permessi retribuiti dalla Regione Emilia Romagna di cui è dipendente. In sostanza il sindaco di Malalbergo si recava al lavoro solo un paio di volte in sette giorni. Vogli si difende: non ho rubato soldi a nessuno. Dice: “Ci avrà guadagnato un ente e rimesso un altro, ma io niente”. Vero, ma le assenze alla Regione, con tanto di permessi retribuiti, chi li ha pagati se non i contribuenti?

 

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