TERRORE ISIS IN EUROPA / DOPO LE TORRI GEMELLE, “ATTA” SECONDO

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Politiche europee del tutto inefficienti? Servizi segreti dormienti? Magistrature assonnate? Difese di burro? Oppure complicità, connivenze & altri misteri dietro le scie di sangue e terrore che dal Belgio (e ancor prima da Parigi) possono propagarsi come rapidissime metastasi in Inghilterra – con le fresche minacce a Downing Street e agli aeroporti – in Italia o in altre nazioni? O comunque ad altri obiettivi come le centrali nucleari? Per decodificare il complesso scenario, meglio cominciare da alcuni dati di oggi e incrociarli con vicende che risalgono a qualche anno fa. A partire dalla tragedia delle Torri Gemelle e dal suo protagonista, Mohamed Atta.

Dopo Bruxelles. Da circa un mese i Servizi belgi erano perfettamente consapevoli di un prossimo attacco al cuore. E addirittura conoscevano gli obiettivi. In un report si parla addirittura di “aeroporto” e “metropolitana” nel mirino dei terroristi. Come mai non è successo niente? Primo mistero.

Uno degli attentatori, Ibrahim El Bakraoui, ossia il kamikaze dell’aeroporto, è nato a Bruxelles, cresciuto nell’ormai famigerata Molenbek: nel 2011 viene arrestato per rapina e aggressione a mano armata, dopo alcuni mesi condannato a 9 anni di galera. Rilasciato dopo soli 3 anni, vola in Turchia, dove verrà ri-arrestato, poi estradato in Olanda, quindi passa in Belgio dove viene subito rilasciato. Fino a farsi esplodere all’aeroporto Zaventem.

Il secondo terrorista, Kahlid El Bakraoui, anche per lui una vita lungo l’asse Bruxelles-Molenbek, in quello stesso 2011 viene arrestato per furto e possesso d’armi e condannato a 5 anni. Pena sospesa. Si fa saltare per aria al metrò, stazione di Maelbeek.

Eccoci al terzo. Najim Laachraoui, nato e cresciuto – come raccontano le cronache – a Schaerbeek. I Servizi lo identificano come “l’artificiere dello stato islamico partito per la Siria a febbraio 2013”. E’ il secondo kamikaze dell’aeroporto.

Fiori in ricordo delle vittime di Bruxelles. In apertura l'attentato all'aeroporto e sullo sfondo le immagini dei tre terroristi

Fiori in ricordo delle vittime di Bruxelles. In apertura l’attentato all’aeroporto e sullo sfondo le immagini dei tre terroristi

Scrive Repubblica: “tutti e tre educati a una violenza per la quale erano noti alla giustizia belga. Tracciati anche dall’Interpol, almeno dall’autunno dello scorso anno. Così facili da fermare che in Belgio nessuno avrebbe deciso di farlo. Nè prima né dopo che si erano manifestati per quello che erano”. Un sistema giudiziario e di prevenzione, quello belga, che “ha visto crescere il mostro in casa e ha scelto di guardare altrove”. Possibile mai? Può giungere a tanto un’imbecillità di Stato? O c’è qualche cosa di altro? Forse per rispondere a una “regia” diversa, ad altri “ordini”?

Commenta il 24 marzo Gianluca Di Feo sulle colonne di Repubblica: “Quindici anni dopo le Torri Gemelle, l’Europa si trova di fatto senza organismi unitari per fronteggiare una minaccia globale, che colpisce e prospera sfruttando anche le disparità di legislazioni e apparati preventivi”. Nonchè “gelosie nazionali”, contrasti tra paesi, e in primis la mancanza di una reale “volontà politica”. A coordinare l’intelligence europea c’è il belga – guarda caso – Gilles de Kerchove, in carica da otto anni: un euroburocrate senza peso, un generale senza truppa, a capo di un risibile staff e senza alcuna esperienza in materia. C’è da chiedersi: fa comodo a qualcuno una formazione europea di serie C a guidare la difesa e il contrattacco al terrorismo?

Passiamo ad Europol, la super cabina di regia antiterrorismo tra i partner Ue, la maxi intelligence per arginare e annichilire le forze del Male. “Un carrozzone per dare incarichi e poltrone – osservano al parlamento europeo – senza alcuna reale finalità di contrasto al crimine internazionale organizzato, sempre più forte, tecnologico, all’avanguardia. A che servono quasi 900 persone impiegate se non hanno competenze e motivazioni, ma occupano solo stanze e prendono alti stipendi?”. E di nuovo: a chi giova una macchina senza pilota e senza un precisa rotta da seguire? O serve a qualcuno che le cose non funzionino perchè il “caos” detti ormai legge?

Terzo tassello. Eurojust, altro fiore all’occhiello spesso e volentieri sbandierato perchè il fumo negli occhi sia più copioso e annebbiante che mai. Aggiunge Di Feo: “un pool di 28 magistrati, uno per ogni paese membro, con uno staff di 260 persone: dovrebbero coordinare le autorità giudiziarie nazionali, eppure stentano a far decollare persino la collaborazione con Europol”. Braccia togate sottratte all’agricoltura o cosa? Magistrati coperti di alti stipendi & prebende per organizzare al massimo cocktail, convegni o cosa? Ancora una volta: a chi fa comodo questo finto “Sistema” di Difesa e Tutele? A chi giova tale farlocca “Organizzazione” buona al massimo per una battaglia navale in famiglia?

 

SCAMBI DI ACCUSE TRA BELGIO E FRANCIA

“Certi politici di Bruxelles hanno avuto un approccio troppo troppo naif alle indagini”, accusa il ministro francese delle finanze, Michel Sapin. Che forse dimentica le falle che si sono aperte, solo pochi mesi fa, nel “suo” sistema di difesa dopo gli attacchi terroristici di Parigi. Il “copione Salah”, infatti, sembra ripercorrere proprio quello dei tre attentatori che hanno colpito all’aeroporto e al metrò. Vediamo qualche bacchettata che, solo qualche mese fa, gli stessi belgi indirizzarono ai francesi, accusati di aver del tutto sottovalutato – per non dire altro – la minaccia terroristica.

Salah Abdesalam

Salah Abdesalam

E’ il quotidiano “Bruxelles Sudpress” a lanciare le prime bordate, pubblicando le dichiarazioni rese dal ministro dell’Interno francese Jan Jambòn davanti alla commissione d’inchiesta subita aperta sulla tragedia parigina. Il super terrorista Salah Abdesalam, ricercato in tutta Europa, e il fratello Brahim, uno dei kamikaze morto allo Stade de France, “erano già noti all’Interpol almeno dal 29 ottobre”, verbalizza il ministro al “prosciutto”. Non basta: perchè i nomi dei due erano ben in evidenza anche tra le segnalazioni di Europol e del SIS, ossia del “Sistema Informativo Schengen”. Tre “organismi”, dunque, che fanno acqua da tutte le parti. Non basta: perchè le autorità belghe avevano trasmesso quei dati – come ammise Jambòn – alla francese “Suretè de l’Etat”.

Un perverso gioco dei 2 cantoni? Uno scaricabarile che palesa clamorose falle nei sistemi di intelligence, di difesa e contrasto? E di nuovo l’interrogativo da novanta: possibile che tutto ciò accada, o c’è qualche zampino o zampone, qualche “regia” affinchè questo avvenga? Un caos, a questo punto, “organizzato”?

Andiamo a quasi 15 anni fa, quell’11 settembre che ha cambiato i destini del mondo. A quell’attentato alle Twin Towers. A quel commando, al suo “capo”, Mohamed Atta. La Voce, a marzo 2012, ha pubblicato una cover story, che riportiamo nel link in basso, dal significativo titolo, “Atta d’accusa”, firmata da Ferdinando Imposimato. Per anni in trincea nel combattere il terrorismo di casa nostra negli anni ’70 e primi ’80, alle prese con sequestri eccellenti e casi da novanta (dal rapimento Moro al fallito attentato al Papa), Imposimato quattro anni fa elaborò, con Giulietto Chiesa, un dossier sull’11 settembre, invitato a ciò dalla Corte

La strage di Parigi

La strage di Parigi

internazionale di giustizia dell’Aja. Ne scaturirono scoperte a dir poco sconvolgenti, che la dicevano lunga sulla figura di Atta, i suoi rapporti con la Cia e la sua grande “libertà” di movimento, durante i mesi che hanno preceduto l’attacco alle Torri Gemelle, non solo negli Usa, ma anche in Europa. In soldoni: nonostante tutti i servizi fossero perfettamente a conoscenza della “caratura” di Atta, questi era libero di girare a suo piacimento lungo tutte le rotte internazionali: senza mai subire un controllo di alcun tipo. Proprio come è successo adesso per i tre terroristi che hanno seminato sangue e terrore a Bruxelles. E come è successo per Salah a Parigi. Coincidenze? Eccesso di garantismo? Falle nelle “intelligence” non troppo intelligenti? O che?

Una pista “diversa” che può condurre ad altri scenari. C’è, al solito, qualche movente “economico”, “finanziario”, comunque di “Potere” per giustificare la “destabilizzazione continua”? Per creare una situazione di “guerra permanente”? Prima di passare ad uno stimolante intervento di Aldo Giannuli, che ugualmente suscita un mare di domande in attesa di risposta, sentiamo il parere di un esperto di intelligence: “ci sono due ordini di considerazioni. Il primo riguarda gli interessi che ci sono dietro ad una simile escalation. E i protagonisti non possono che essere i padroni del vapore, che hanno il costante interesse di controllare fette di territorio per ragioni strategiche o di fonti energetiche e materie prime; e al tempo stesso di alimentare la loro industria non solo di armi, ma adesso soprattutto di apparati d’intelligence a 360 gradi. D’altro canto c’è una considerazione molto elementare da fare: ma se i terroristi avessero voluto mettere davvero in ginocchio il mondo, e non creare un allerta continuo, non avrebbero imboccato strade meno complesse sotto il profilo militare e organizzativo, ad esempio ricorrendo a guerre chimiche o batteriologiche, per dirne una avvelenando le fonti idriche, quasi un gioco da ragazzi per chi fa queste cose? Quindi, c’è qualcosa d’altro che dovremmo scoprire, senza peccare di complottismo?”.

Nel frattempo, al super summit europeo tra ministri degli Interni e della Giustizia, ci presentiamo con il tandem di stelle Alfano-Orlando. Che sbarcano come Totò e Peppino in piazza Duomo, “noios volevan savuar”. Ci mancano solo polli e galline sotto il braccio per un perfetto quadro del livello d’intelligence di casa nostra. Ci sono o ci fanno? E noi – il Belpaese – ci siamo o ci facciamo?

Chi ai complotti non crede e cerca di analizzare, con estrema lucidità, lo scenario del terrore innescato dalle tragedie di Parigi e Bruxelles, è Aldo Giannuli, fresco autore del volume “Guerra all’Isis”. Ecco la sua diagnosi (che parte da una domanda: ma, appunto, lo fanno apposta?)

 

Il libro di Aldo Giannuli

Il libro di Aldo Giannuli

GLI ERRORI DEI SERVIZI SEGRETI SULL’ISIS: MA LO FANNO APPOSTA?

Partiamo da alcune constatazioni difficilmente contestabili:

–la lotta al terrorismo islamico sta dando risultati catastrofici, peggiori della più pessimistica aspettativa;

-nella storia dell’intelligence occidentale non c’è una serie così lunga di insuccessi così completi, dunque non c’è un precedente in cui l’intelligence si sia dimostrata così al di sotto del suo compito;

-siamo di fronte ad un tipo di terrorismo totalmente nuovo per dimensioni, modalità d’azione, forme organizzative e di lotta (con buona pace di qualche imbecille che le compara con le brigate rosse che è come mettere sullo stesso piano la “compagnia della teppa” con il cartello di Medellin);

-i servizi segreti stanno facendo errori evidenti, persino sul piano del comune buon senso.

Tutto questo sta stimolando un dibattito: è solo una questione di errori o si tratta di complicità? Insomma: ci sei o ci fai? E allora vediamo.

Confesso che alla tesi “dietrologica” che pensa che l’Isis sia una longa manus degli americani ed Israele o che, quantomeno, ci sia una intesa cordiale fra essi, non ho mai creduto molto e continuo a non credere. In primo luogo non si capisce che cosa ne verrebbe agli americani, in questa fase, da un gioco così contorto e stravagante. Quanto ad Israele, faccio presente che, allo stato attuale, ha posizioni che lo proiettano in modo divaricante rispetto agli Usa e, semmai e per certi versi, ha più in comune con la Russia di Putin. Anche qui si fa fatica a capire il senso politico di una operazione di copertura dell’Isis, salvo che per la sua inimicizia con l’Iran; ma se si trattasse solo di questo, basterebbe “stare a vedere” senza compromettersi più di tanto. Poi non so se i feriti Isis siano curati in Israele ed in cambio di cosa: magari, c’è una sorta di patto di non aggressione momentaneo. Tutto questo è possibile ma non ha il valore di una vera e propria alleanza politica o tantomeno un rapporto di dipendenza. Insomma, per sostenere una tesi del genere dovremmo avere molti più elementi e tali non sono i gossip di rete.

Ma soprattutto, dovremmo capire il senso politico di tutto questo, quel che per ora non è spiegato e fa a cazzotti con tutto quel che sappiamo della situazione internazionale (poi è evidente che ci sono cose che non sappiamo, ma delle cose sconosciute non si piò parlare). Dunque, l’idea che dietro questi insuccessi ci sia una volontà positiva di aiutare l’Isis mi pare poco convincente, se non al massimo come interesse oggettivo alla sua esistenza.

Sin qui le uniche cose fondate sono quelle che riguardato Arabia Saudita, Quatar e Kwait con un forte sospetto sulla Turchia. Ma questo non riguarda le intelligence occidentali ed in particolare quelle europee. Ma è credibile la tesi opposta che riduce tutto ad insufficienze personali degli operatori dei servizi europei? Anche questa non mi convince. Quando parlo di incredibile serie di errori (vere e proprie bestialità) non intendo parlare di un deficit di preparazione ed intelligenza degli operatori dei servizi, magari a livello apicale. Queste mancanze di professionalità ed intelligenza ci sono ed anche in modo massiccio, ma non sono la causa principale del disastro presente.

Il problema è più generale e io lo riassumo in questi termini schematici:

  1. assenza di direzione politica da parte dei governi che delegano tutto ai servizi lavandosene le mani e senza neppure chiamare i capi dei servizi a rispondere dei loro insuccessi;
  2. L'attentato alle Torri Gemelle

    L’attentato alle Torri Gemelle

    assenza di una vera e propria linea politica da parte di Europa (e questa è storia vecchia) ed Usa (questa è la novità) che non sanno cosa fare. Obama è fermissimo nel tentennare ed è evidente che in testa non ha nulla;

  3. persistenza dell’ideologia antiterrorista da non confondere con il contrasto al terrorismo. Il vero contrasto è quello fatto al terrorismo per come è effettivamente, l’ideologia è quella che combatte il terrorismo per come lo immagina;
  4. il persistere del dogma base dell’ideologia antiterrorista è pensare il terrorista come un criminale, pazzo o fanatico con vaghe idealità politiche, mentre il terrorista è un soggetto politico pienamente razionale che ricorre a forme di lotta criminali. Ne consegue che, nel primo caso, la lotta al terrorismo è in primo luogo un problema di polizia e di intelligence, nel secondo che è un problema in primo luogo politico e solo secondariamente di intelligence, cui occorre dare le indicazioni necessarie per evitare che diventi uno strumento cieco che colpisce a caso;
  5. la scarsa duttilità degli apparati a rivedere le proprie impostazioni di partenza anche quando queste sono evidentemente superate. Il dogma dell’ideologia antiterrorista era sbagliato anche 60 anni fa ai tempi dell’Algeria, ma diventa devastante oggi dopo gli sviluppi della guerra irregolare. I cinesi hanno capito la guerra asimmetrica, gli uomini di Al Zarkawi la hanno capita e sviluppata, mentre i servizi occidentali sono fermi alle tesi del generale De Beaufre.
  6. di fatto i servizi hanno mancato gravemente nella analisi non riuscendo a capire il nemico islamista tanto nella versione Al Quaeda quanto in quella Isis e non si sono neppure accorti della differenza fra i due.
  7. a questo poi bisogna aggiungere il processo di decadenza dei servizi occidentali a seguito di una serie di infelici scelte che risalgono a Bush e che si intrecciano con la II guerra del Golfo;
  8. infine ci sono le meschine “furberie” particolaristiche degli europei per cui ognuno gioca la partita per conto suo con compromessi, pasticci, imbrogli e veri e propri tradimenti come quello dei Belgi. E’ evidente che la polizia belga aveva stipulato nei fatti un “patto di non aggressione” con gli jihadisti per cui, in cambio di non essere oggetti di attentati, concedevano di poter usare il loro paese come retrovia per gli attentati in Francia; e lo conferma la notizia che i Turchi avevano estradato in Belgio uno dei due kamikaze di avantieri e che il Belgio lo aveva rilasciato. Begli alleati!

Come si vede, la scelta non può essere ridotta a confusi retroscena complottistici o a semplice negligenza di una parte degli operatori. Ci sono complesse ragioni di ritardi culturali, retaggi ideologici, rigidità organizzative, che producono una sorta di “coazione a ripetere l’errore”. Non tutto può essere ricondotto alle singole persone, perché le istituzioni hanno spesso una propria logica, talvolta perversa, che supera anche le responsabilità personali.

 

 per approfondire leggi:

SALAH, STRANOTO ALL’INTERPOL. COME ATTA, PROTETTO DALLA CIA… –  7 dicembre 2015

 

l’inchiesta della Voce di marzo 2012 a firma di Ferdinando Imposimato

articolo Voce marzo 2012

 

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