LA TELA DI GIANFELICE ROCCA PER EXPO E CORSERA

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Non solo le elezioni per Milano. Con la singolar tenzone tra i manager da Grandi Condomini Giuseppe Sala e Stefano Parise, intercambiabili al punto giusto. Ma anche il futuro dell’area Expo, con il maxi progetto “Human Technopole” e una valanga di milioni a quanto pare già spartiti a tavolino. E le sorti del Corriere della Sera, dopo le fresche nozze della rivale Repubblica e l’addio di casa Agnelli. Un film per la regia di Gianfelice Rocca, il padrone dei colossi Techint e Tenaris? Staremo a vedere. Intanto ecco i pezzi di un ricco mosaico.

Partiamo dal Corsera e da un interrogativo base: sarà terremoto, come quello che ha cambiato i destini del gruppo Espresso-Repubblica con l’operazione Stampa-Itedi? O il mosaico di via Solferino è destinato a non subire – per ora – mutamente radicali?

Alberto Vacchi. In apertura Matteo Renzi e Gianfelice Rocca.

Alberto Vacchi. In apertura Matteo Renzi e Gianfelice Rocca.

Molto – ma certo non tutto – dipende dalla nomina del prossimo vertice di Confindustria. Se sarà l’emiliano Alberto Vacchi, potrebbe partire l’operazione-Rocca, al timone delle corazzate Techint e Tenaris e grande elettore di Vacchi. Il numero uno di Assolombarda, infatti, sogna (anche se ufficialmente smentisce) da mesi la fusione tra Corsera e Sole 24 Ore. E il blitz dell’avversario storico, Repubblica, può sicuramente influire su una accelerazione dei tempi. Anche perchè la “mossa” di casa De Benedetti è una ferita che brucia.

 

Il RICCO, VARIEGATO E BIZZOSO CONDOMINIO DI VIA SOLFERINO

Racconta infatti un giornalista da anni in prima linea a via Solferino: “Per mesi è andata avanti la trattativa tra Corsera e la Stampa, per una fusione. Del resto il gruppo Agnelli era l’azionista di maggioranza e quindi in via teorica i problemi potevano non essere insormontabili. Ma è stato il ‘condominio’ di via Solferino a schiamazzare, come al solito, garantendo l’immobilismo più totale, e bruciando la trattativa. Che invece i rampolli delle famiglie De Benedetti e Agnelli hanno siglato in una partita a due, senza altri galli nel pollaio”.

Del resto, come restare sorpresi dell’operazione Espresso-Repubblica-La Stampa-Secolo XIX se in questi mesi è andato in scena il valzer delle poltrone di direttore, con uno scambio perfetto tra le due “squadre”? Ossia un Mario Calabresi che dal vertice della Stampa passa a quello di Repubblica e un Maurizio Molinari che dagli Scalfari boys transita sulla poltrona di direttore a Torino? Due coincidenze fanno una prova (d’orchestra).

Ma riavvolgiamo il nastro e dettagliamo meglio il possibile scenario milanese, proprio in seguito alle ultime maxi operazioni editoriali che hanno letteralmente sconvolto lo scenario di casa nostra, con Mondadori-Rizzoli prima, poi a ruota il blitz De Benedetti-Fiat. E anche alla luce dei freschi dati di bilancio.

La sede del Corriere in via Solferino a Milano

La sede del Corriere in via Solferino a Milano

Proprio sui “numeri” già parte la tenzone Repubblica-Corsera. “Cresce il rosso Rcs, su debiti negoziati in stallo”, scrive il 23 marzo il quotidiano firmato da Calabresi. Che getta benzina sul fuoco: “Un 2015 chiuso con un rosso più pesante dell’anno precedente per Rcs”. E poi: “sulla trattativa con le banche per la rinegoziazione del debito è ancora buio pesto. In particolare Intesa Sanpaolo non sembra disposta a concedere sconti al gruppo”. E vengono sollevati “dubbi significativi sulla capacità del gruppo di continuare a operare sulla base del presupposto della continuità aziendale”. Diametralmente opposta la versione di casa Corsera, che già nei titoli suona la fanfara: “Rcs, centrati gli obiettivi 2015. E nel 2016 sale la pubblicità. Oltre 30 mila nuovi abbonati all’offerta online del Corriere”. E viene sottolineato: “Il board ha adottato il ‘presupposto della continuità aziendale’ poiché ritiene ‘ragionevole l’aspettativa che il gruppo possa disporre di adeguate risorse finanziarie’ per continuare a operare, considerando il negoziato in corso con le banche, il prossimo introito dai proventi netti della cessione di Rcs Libri a Mondadori sulla base di un prezzo concordato di 127,5 milioni di euro il cui closing è previsto per aprile, e l’approvazione da parte dell’assemblea del dicembre 2015 della delega per un aumento di capitale fino a 200 milioni da esercitarsi entro il 30 giugno 2017”. Ma sul fronte banche il percorso – ammettono i vertici RCS – è non poco accidentato, perchè esiste “una significativa incertezza in relazione al mancato raggiungimento, allo stato, di un accordo con le banche finanziatrici riguardo al mancato rispetto degli impegni finanziari al 31 dicembre 2015”: un peso sul groppone che sfiora il mezzo miliardo di euro, non robetta.

E se la salute finanziaria del Corsera certo non brilla, anzi, i problemi ora aumentano con l’uscita azionaria della strategica quota Fiat. Che fare? In un summit che si

Caltagirone e Della Valle

Caltagirone e Della Valle

è svolto nelle ovattate stanze di Mediobanca – storico crocevia per i destini del quotidiano meneghino, per decenni leader nella carta stampata quotidiana a livello nazionale – gli azionisti di riferimento hanno, in parte, scoperto le loro carte. Tutti intenzionati, a quanto pare, a contribuire al necessario aumento di capitale, per ripianare i debiti crescenti e presentarsi in modo più “accorsato” all’eventuale, prossimo matrimonio: un lifting in piena regola, ma a suon di milioni. Per chi, del resto, ne ha già spese vagonate, che altro fare? “Prendiamo un Della Valle – osserva il giornalista del Corsera – ha già investito 90 milioni e passa e senza contare niente, adesso che fa, lascia tutto? Non gli resta che aprire di nuovo il portafogli”. Per gli altri pezzi da novanta nel ricco, variegato e litigioso “condominio” di via Solferino il discorso è più o meno lo stesso. Banca Intesa ha fatto capire che ha intenzione di sottoscrivere l’aumento, proprio per ridurre il rosso al quale è fortemente “interessata”, come appena visto, in quanto “creditrice” da non poco di Rcs: una duplice, ormai “patologica” veste, che spesso caratterizza le nostre “razze padrone”. Un altro big, Unipol, non ha problemi di liquidità, viste le molteplici diversificazioni oltre polizze assicurative & credito: una partecipazione ereditata dall’ex impero Ligresti-Sai, e “coccolata” dall’ex “sinistra” impresa tutta Lega & solidarietà, oggi trasformata in una piccola corazzata del capitalismo de noantri. Il gruppo Cairo a quanto pare è della partita, anche se i problemi delle sue testate non sono da poco: investirà lo stretto necessario.

Defilato, per ora, il gruppo Caltagirone. Sentiamo ancora il nostro giornalista milanese: “Potrebbe riservare una sorpresa, anche se ci credo poco. I Caltagirone non hanno problemi di liquidità, avendo già investito, regolarmente a perdere sotto il profilo economico, enormi cifre con il Messaggero e il Mattino. Ma lì dettano legge, mentre nel Corsera avrebbero a che fare con il pollaio condominiale. E si sa, Francesco Gaetano Caltagirone vuol comandare da solo. E a quanto pare non intende mollare sul versante dei giornali locali, soprattutto al centro-sud, come dimostrano anche il Nuovo Quotidiano di Puglia, il Corriere Adriatico, Leggo”.

Schermata 2016-03-23 alle 20.28.24Sul tavolo, comunque, pesano le cifre. E un conto della spesa non è fuor di luogo. I fautori della “continuità condominiale” – pur aggravata dai problemi crescenti – fanno notare che le casse di RCS verranno comunque riossigenate dall’operazione Mondazzoli, ormai prossima alla ratifica finale da parte dell’Antitrust: quasi 130 milioni tondi in cassa. C’è poi il tesoretto della Gazzetta dello Sport, che con l’annesso Giro d’Italia porta altre consistenti entrate. Quindi gli aumenti dei soci, che mettono mano alla tasca. Si può andare avanti così per un paio d’anni. Ma prima o poi viene la resa dei conti”. E mancherà all’appello, il 1 gennaio 2017, un altro tesoretto: ossia il budget pubblicitario che la stessa RCS raccoglieva sul fronte nazionale (mentre la PK si occupava del locale), 20 milioni circa che passeranno in un sol colpo nelle casse della Manzoni, che da sempre gestisce la pubblicità per il gruppo Espresso-Repubblica. Ma ecco, su tale fronte, rispuntare la sagoma di Caltagirone. E’ infatti fresco l’accordo raggiunto tra RCS, Caltagirone Editore e Piemme – da anni concessionaria per la pubblicità dei media del gruppo romano – per la gestione della raccolta, sia cartacea che online, per le edizioni locali (Friuli, Veneto, Lazio, Campania, Calabria) dei quotidiani RCS. Prove di fidanzamento?

Ma ecco che dal cilindro di via Solferino potrebbe uscire un coniglio nuovo di zecca, Gianfelice Rocca, candidato numero uno per le possibili nozze. L’uomo a un passo dal timone di Confindustria per ben due volte (era in pole position nel dopo Marcegaglia, lo è stato a lungo nella corsa al post Squinzi, preferendo poi il ruolo di king maker). A un passo dalla candidatura a sindaco di Milano, sia per il centrodestra che (sic) per il centrosinistra: “del resto – fanno notare in Assolombarda – Sala e Parisi sono due controfigure sbiadite e perfettamente intercambiabili”. Lui, candido, smentisce. E con maggior forza smentisce il presidente del cda di Sole 24 Ore, l’ottantaduenne Benito Benedini: avvitato a quella poltrona che rischia di passare proprio a Rocca, per la regia di Vacchi, ponte di comando da cui “trattare” l’affare Corsera.

Ha preferito restare dietro le quinte, Gianfelice Rocca, seguire da vicino i destini del suo impero economico, e in particolare i gioielli di famiglia Tenaris e Techint: la prima leader dell’acciaio a livello internazionale e big dell’industria argentina; la seconda impelagata (con il nostro colosso pubblico Snam) nel maxi scandalo per corruzione internazionale che coinvolge la brasiliana Petrobras, “l’inchiesta “Lava Jato”, la Mani pulite carioca che sta mandando in tilt gli equilibri istituzionali del Paese (rischio di impeachment per la presidente del partito dei lavoratori – sic – Dilma Roussef, la presidente fantoccio di Ignacio Lula da Silva).

E’ impegnato in prima persona, Rocca, anche nella nuova mission lanciata dall’esecutivo Renzi, lo Human Technopole che dovrà sorgere sulle aree milanesi dell’Expo. Un business milionario che fa gola a molti e che già vede sul piatto – senza che sia stato previsto alcun bando pubblico né alcuna programmazione ad hoc – 150 milioni all’anno, capofila l’Istituto Italiano di Tecnologia acquartierato a Genova, che già riceve 150 milioni pubblici annui. Ma la torta milanese è destinata a crescere. E a farsi sempre più ghiotta.

Cosa di meglio che un Rocca a capo della nuova band che può nascere dal matrimonio Corsera-24Ore, per cantare le future sorti & progressive del Maxi Polo per la Scienza? Per la musica nuziale la scelta è d’obbligo: ‘O Sole mio…

L’ALBERO DELLA RICERCA E DELLA CUCCAGNA

Ma eccoci al Polo delle “Libertà” scientifiche, già al centro di infuocate polemiche prima ancora di nascere. 23 marzo. L’esecutivo Renzi scende in campo per difendere la “scelta” decisa in quattro stanze. E’ proprio il Corsera – guarda caso – a ospitare i pareri ministeriali. I primi a parlare sono il titolare del Miur, Stefania

Il ministro Stefania Giannini

Il ministro Stefania Giannini

Giannini, e dell’Agricoltura con delega all’Expo, Maurizio Martina. La fino ad oggi muta ministra – il suo silenzio è stato tanto più assordante in una vicenda che investe direttamente il suo dicastero per la (sic) Ricerca e Università – ora fa sapere, attraverso un comunicato congiunto – che “è partito il percorso di valutazione affidato a un panel di esperti internazionali e di altissimo profilo”. Prima di dichiararli tali sarebbe bene conoscerne i nomi, ma fa niente. Al termine della fase di valutazione, viene reso noto, “il governo definirà il livello di investimento e le modalità operative della gestione del progetto esecutivo”. I ministri – dettaglia il servizievole servizio del Corsera – ripercorrono l’iter precedente. “Il governo aveva affidato all’Iit di Genova il compito di coordinare i lavori per definire questa proposta: in corso d’opera sono state coinvolte alcune università milanesi. A chi reclama trasparenza su conti e ruoli, arriva la risposta: al termine della fase di valutazione (nella seconda metà di aprile, ndr), il governo definirà il livello di investimento e le modalità operative della gestione del progetto esecutivo attraverso provvedimenti che saranno vagliati dal Parlamento”. Un totale fumo nel quale vagano i 150 milioni di euro annui già stanziati, in barba ad ogni “programmazione” che anche in un tribù centroafricana sarebbe stata minimamente orchestrata con i protagonisti della tanto decantata “Ricerca”.

Il magico parolone che ormai fiorisce dalle bocche dei Renzi Boys e delle truppe capeggiate da Rocca. Il quale, novello Einstein, annuncia il Verbo: E’ una sfida mondiale che tiene insieme università e imprese”. E scrive in un editoriale per il sempre ospitale Corsera il 25 febbraio: “E’ fondamentale l’aver garantito la dotazione finanziaria pluriennale che sarà necessaria per attrarre in maniera stabile le eccellenze mondiali del settore”. Ma secondo i due ministri, non dovevano ancora essere decisi i “livelli di investimento”? Prosegue la grancassa di Rocca: “Ma c’è un’altra novità. Ora che finalmente è in moto il progetto di Human Technopole sui 40 mila metri quadrati che preventiva gli siano necessari, parte operativamente anche il masterplan complessivo per l’utilizzo degli oltre 400 mila metri quadrati non vincolati dell’area Expo. (…) Occorre ora che Arexpo (la super partecipata guidata da Giovanni Azzone, rettore del Politecnico di Milano, ndr), incaricata di sviluppare il progetto, abbia i poteri necessari per organizzare rapidamente un masterplan che consenta al Technopole, al campus e agli insediamenti d’impresa di partire insieme”. Infine, gli squilli di tromba: “Oggi è finalmente possibile. La grande alleanza pubblico-privata che ha determinato il successo di Expo si è rimessa in moto. Non farà solo bene a Milano ma all’Italia intera”. Che attende dai nuovi Messia il Rinascimento promesso: economico, sociale, scientifico.

Elena Cattaneo

Elena Cattaneo

Dai 40 mila ai 400 mila metri quadrati: l’appetito, si sa, vien mangiando. E dopo l’aperitivo e le pietanze “assicurate” dal governo amico, il capitano d’industria Rocca parte lancia in resta per il costruire il Futuro meneghino e nazionale. Peccato che parecchi non la pensino allo stesso modo. E che proprio nel mondo universitario e della ricerca vengano sollevati interrogativi – su trasparenza & modalità di tutta l’operazione – che pesano come macigni. Apre il tema la senatrice Elena Cattaneo, docente alla Statale di Milano, uno dei poli scientifici da “coinvolgere” nel progetto, ma a quanto pare fino a “ieri” all’oscuro di tutto: “mentre la ricerca agonizza – denuncia il 25 febbraio Catteneo – spunta lo Human Technopole. Il presidente del consiglio lo ha tirato fuori dal cilindro mesi fa, affidandone alla cieca la gestione all’Iit di Genova, fondazione di diritto privato. Per cui mentre i ricercatori pubblici nemmeno sanno se esisterà un bando Prin 2016, un ente di diritto privato avrà garantiti 150 milioni di euro all’anno per dieci anni”. E punta l’indice contro “distorsioni per fini politici”, “improvvisazione”, scarsa trasparenza nella gestione dei fondi, “nuova corte dei miracoli presso la quale c’è già chi si è messo a tavola”.

Ancor più dura la radiografia di Giovanni Bignami, ex presidente dell’Istituto nazionale di Astrofisica. Si tratta, denuncia, di “un clamoroso atto di sfiducia nei

Giovanni Bignami

Giovanni Bignami

confronti della ricerca pubblica da parte del governo che ne è responsabile, Miur o non Miur”, che ora si accoda scodinzolante via Giannini. Incalza Bignami: “i soldi pubblici dati allo Iit verranno poi da questo distribuiti ad attori locali (tra essi anche una vinicola trentina, pare). Sono tutti già nominati esplicitamente, prima di cominciare. Naturalmente alcuni di loro sono tra i favorevoli al progetto, guarda caso. Ma lo Iit nel suo statuto ha forse la funzione di Agenzia per la ricerca? Ovviamente no, trattandosi di soldi pubblici. Punto facilmente aggirabile usando quei termini: elabora un progetto approvato dal presidente del consiglio dei ministri e dal ministero dell’economia e delle finanze”.

Ma come spuntano le vigne trentine in un tale minestrone? Presto spiegato. A dirigere l’orchestra di fondi & ricerche, infatti, il dinamicissimo istituto genovese guidato dal fisico Roberto Cingolani si avvarrà della collaborazione di altre due “eccellenze” di casa nostra, ossia la “Edmund Mach Foundation” di Trento e la “ISI Foundation” (Institute for international interchange) di Torino. A quella trentina – al cui timone c’è l’agronomo Andrea Segrè, affiancato dal direttore generale Sergio Menapace – fanno capo una serie di sigle e associazioni agricole locali, mentre sul ponte di comando della seconda figurano vip come il sindaco di Torino, Piero Fassino, e l’ex primo cittadino – ora in rappresentanza della Regione Piemonte – Valentino Castellani (fanno capo ad un apposito “trust” in compagnia di Anna Chiara Invernizzi, che a sua volta porta in dote un’altra fondazione, CRT). Stando ai carteggi ministeriali, comunque, la platea “accademica” e “imprenditoriale” da coinvolgere è alquanto fitta. In ordine sparso, ecco alcune “eccellenze”: l’European molecular biology laboratory, il Weizman Institute, l’Ibm Watson Lab. Poi Google, “varie imprese farmaceutiche italiane”, “un’ampia rete di ospedali di ricerca”. E ancora: Bayer, Dupont, Ibm, St Microelectronics, Ferrero, Barilla, Crea, GlaxoSmithKline, Novartis, Unilever Syngenta. Infine altre, sempre ben accette Fondazioni, come Veronesi, Benetton, San Paolo. “Molti nomi sono stati buttati lì prima ancora di coinvolgerli – rivelano al ministero dell’Economia – tanto per far vedere che il parterre è ricco. Ma comunque quando la torta è grossa è certo che nessun invitato si tira indietro ed è ben lieto di sedersi a tavola. Anche nei dorati ambienti accademici”.

Dubbi e perplessità perfino negli atenei milanesi, sollevati giorni fa in occasione della giornata della “primavera dell’università” lanciata dalla Crui (la confederazione nazionale dei rettori, presieduta dal napoletano Gaetano Manfredi che – invitato a Porta a Porta – ha disertato la sua stessa iniziativa partenopea). “Il sistema di finanziamento della ricerca è frammentato, poco efficiente e ancor meno trasparente”, è stato sottolineato a Milano. “Occorre uno strumento di governo della spesa, una struttura terza che decida sull’erogazione dei fondi”. Forse una Agenzia ad hoc, come succede nei paesi occidentali: non la fiera o il bingo di un Technopole che spunta come un fiore a primavera. Precisa ad esempio il rettore della Statale: “occorre una struttura indipendente, un’agenzia della ricerca. Bisogna portare a sistema gli investimenti”, non erogarli a pioggia, come ai tempi di mamma Dc. E fa il caso della genomica: “c’è un investimento del Tesoro, mentre il ministero della Sanità ne porta avanti uno analogo”. A sua insaputa?

Sulle barricate anche l’ANPRI, ossia l’“Associazione Nazionale Professionale per la Ricerca” che denuncia: “sconcerta la considerazione che il governo destini risorse così ingenti a un solo attore, escludendo tutti gli altri che nei settori scientifici rilevanti per il progetto possono vantare importanti esperienze, drenandole di fatto dai finanziamenti destinati ad università ed enti pubblici di ricerca, proprio in un momento in cui la Ricerca presso le università e, ancor più, presso gli enti pubblici di ricerca rischia il collasso per la continua e sempre più erosiva riduzione dei fondi da parte dello Stato: ben 93 milioni di euro di tagli ai soli enti Miur negli ultimi cinque anni!”.

Se fino ad oggi ha piovuto, comunque, si avvicina la grandine. “E’ infatti previsto un ulteriore drastico taglio – osservano proprio al ministero per l’Università – da ben 660 milioni per i prossimi tre anni nei nostri stanziamenti ministeriali. E si tenga conto di un’altra cifra: l’intero sistema universitario italiano beneficia di appena 91 milioni di euro l’anno per sopravvivere: e adesso il governo pensa di stanziarne privatisticamente 150 che finiranno per ingrassare i bilanci di imprese private già floride. Un suicidio scientifico”.

Last but not least, l’affare immobiliare. Il maxi business delle superfici, dei terreni, di quel che andrà realizzato in quella immensa area che il fiuto di Rocca quantifica in 400 mila metri quadrati gestiti dal carrozzone di Arexpo. Che può contare su un azionariato multicolore: Regione Lombardia e Comune di Milano con un 34,6 per cento a testa, Fondazione Fiera col 27,6 per cento, Città Metropolitana (2 per cento), Comune di Rho (1 per cento). Ma presto l’azionariato verrà allargato e si spalancheranno le porte per un ingresso in pompa magna del governo. Attraverso chi? La nuova Iri made in Renzi, la Cassa Depositi e Prestiti…

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