Grillineide a go-go

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Una ne fa, due ne pensa: il rampantino Di Maio, venuto dal nulla e balzato per grazia ricevuta in cima alla Hit Parade grillina (guardatelo nelle riprese tv, quando avanza impettito e con una codazzo di sudditi) spara balle a tutto spiano e non se ne vergogna. L’ultima è ignobile. In corso di commemorazione della morte di don Diana, ha tentato un nuovo exploit. Ha dichiarato alla stampa che il governo Renzi ha tagliato le risorse destinate alle famiglie di caduti uccisi dalle mafie. Gli si è allungato vistosamente il naso. Bugia, messa a nudo dalla Bindi e dalla Boschi. Il grillismo da qualche tempo si rivela per quello che è, populismo qualunquista. Un esempio? La signorina designata dal direttorio imbeccato da Casaleggio per imporre la candidatura a sindachessa di Roma. Miss Virginia Raggi non solo non disdegna, ma si dice lieta del sostegno elettorale della Meloni alla quale in questi giorni il capo di Casa Pound ha ricordato i comuni trascorsi all’ombra del fascio. Meditate gente, meditate. In casa Cinquestelle tira aria di bufera. Passi per la designazione del “lumbard” Brambilla ad antagonista di Pd e De Magistris. Passi che fan della Juve, dalle parti di Napoli non considerato proprio un riferimento meridionalista; occhi chiusi anche sui diktat che il popolo dei “cittadini” subisce dall’alto del dispotico guru Casaleggio, ma non ci sono limiti al peggio. La base pentastellata è in subbuglio per la decisione del vertice di non presentare candidature in luoghi, come dire, più significativi di paesotti con mille abitanti. Penalizzati Caserta, Latina, Ravenna, Rimini e Salerno. In risposta alla decisione mal di pancia, dimissioni, proteste, contestazioni motivate e documentate per dimostrare che il movimento è sgovernato e in preda a schizofrenia galoppante.

 

Nella foto Casaleggio

 

Che contino fino a cento prima di… sparlare

Prima di sparlare del sud, che per leghisti e affini si identifica con Napoli, i denigratori s’informino. Ai mille motivi perché si pentano di letture faziose quanto all’oscuro della realtà meridionale, ignorata come potenziale sinergico con l’intero Paese, perno decisivo dell’identità nazionale, si sovrappone la disinformazione. L’ironia sulla “terronite” ignora l’auto satira sulla “polentonite”, l’altera ostilità ai dialetti del Sud,non vede l’astrusità degli idiomi piemontesi, lombardi e ancor più ladini (vera e propria lingua alternativa all’’italiano), filotedeschi dalle parti Bolzano. Il nordista, per fortuna degli italiani senza confini regionali, non può fare a meno di constatare che l’oro delle olimpiadi dell’italiano (quarantamila gli studenti impegnati) è sul petto di una ragazza di Avellino (generoso sud del Paese). Ha sbaragliato l’agguerrita concorrenza: saranno delusi quanti hanno supposto che una competizione del genere sarebbe stata appannaggio di uno studente della Toscana, patria di Dante. Sempre in tema, s’impone la nobile, storica assuefazione di Partenope alla tolleranza, all’accoglienza priva di pregiudizi e preclusioni. E’ nata a Napoli, nel 2009, l’idea multietnica di costruire un team di calciatori immigrati e italiani. Si chiama, non a caso “Afronapoli”, la squadra milita regolarmente in prima categoria. La dimensione internazionale della squadra oltrepassa i limiti della dizione “Afro” per comprendere anche giocatori inglesi e paraguaiani. Si tratta di una risposta antirazzista esemplare, nella terra che nei secoli ha imparato a convivere con molteplici razze, civiltà, culture e religioni. Quello che le grandi società del calcio mondiale realizzano in dimensioni finanziariamente macroscopiche, “comprando” giocatori di ogni continente per imporsi nei rispettivi campionati, per Antonio Gargiulo, artefice di “AfroNapoli” è la proiezione concreta del principio di confronto e convivenza, di integrazione.

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