Naso lungo: bugie?

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Strana gente i politici di questa Italia delle incertezze, di inciuci e ondeggiamenti per spostare il peso del corpo sull’ala del surf che precede tutte le altre, prossima al traguardo e al premio per il vincitore. Soprattutto quante bugie. Una se è vero quanto afferma il “camerata” Di Stefano, segnala il mimetismo di chi si vuol accreditare paladino della tranquillità moderata. Giorgia Meloni, portabandiera di Fratelli d’Italia, costola del defunto Movimento Sociale almirantiano rinato sotto mentite spoglie, comprensivo dei “boia chi molla” di casa Pound, Giorgia Meloni dicevamo, ricevuto il “go” di Salvini sa di dover pescare in mari calmi e prende le distanze dalla destra estrema. Come insegna la mitica favola di Pinocchio, le bugie hanno gambe corte e allungano il naso. L’abiura postuma non piace a chi è ancora fascista. Il capo di Casa Pound tira le orecchie alla candidata, designata da Salvini a competere con Bertolaso nella corsa al Campidoglio e l’ammonisce a non fingere amnesie, le ricorda una lunga militanza comune.

Serpeggia il panico tra i generali della truppa che ha finora goduto di molti privilegi per essere al seguito (letteralmente) dell’ex Cavaliere. Di suo, all’inevitabile declino anagrafico e per consunzione del ruolo, Berlusconi aggiunge errori da catastrofe e nel ricordo di vecchi sodalizi multi genere (!) spedisce Bertolaso in campo, pur dovendo fare i conti con l’idiosincrasia della Lega per l’ex responsabile della Protezione Civile, sul cui operato ha di che indagare la magistratura. Provate a versare anche una sola goccia d’acqua in un bicchiere colmo fino all’orlo. Niente da fare, bagnerà la tovaglia.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso del residuo consenso a Berlusconi si chiama appunto Bertolaso. Esaurita la speranza nel miracolo di un ravvedimento, i forzaitalici si agitano come topi in trappola e tentatano di imboccare il tratto del labirinto che porta all’uscita, prima di rimanere nel dedalo senza futuro. Si muove in sorprendente autonomia Toti, spuntato dal nulla grazie al padrino Silvio, sono in agitazione le correnti tenute in vita dalla sua prodigalità multiforme, si calano in mare le scialuppe di salvataggio nel tentativo di raggiungere isole della continuità con il potere a qualunque titolo, resistono alla tentazione della fuga in ordine sparso molto pochi ultra fedeli come Ghedini e l’adorante Bergamini. Il “capo”, nell’estremo tentativo di rimanere a galla, prova l’approccio con l’odiato Alfano e si attira altre ire intestine, La Santanché non nasconde progetti di camaleontismo destrorso, sono smarriti i lombardi Romani e Gelmini. Se la ride Salvini, il Bruto con il coltello nascosto dietro la schiena, pronto a colpire (Tu quoque…) e la signora Meloni, mettendo nel quadro delle previsioni una sconfitta nella corsa al Campidoglio, usa la cartina di tornasole per scoprire che aria tira politicamente in 5Stelle: dichiara che in caso di un possibile default personale voterebbe e farebbe votare l’aspirante sindaca grillina Raggi. Boh?Non va meglio in casa Pd. Le anime tormentate di uomini della maggioranza renziana e della minoranza, vagano smarrite, temono scissioni ma non vanno fino in fondo. Il gruppo dirigente si lecca le ferite per casi oramai non sporadici di amministratori pubblici pescati con le dita nel barattolo della marmellata. Aprono ferite da pronto soccorso le alleanze parlamentari con nemici di sempre, comodi nelle fasi di votazione, specialmente al Senato e scomodi per condanne, è il caso di Verdini, della magistratura. La frammentazione interna del Pd mette in discussione l’esito delle consultazioni di primavera e non solo a Roma dove Giachetti affronta nemici a più teste, tra avversari, dissidenti dem e la pesante eredità dell’ex sindaco Marino.

A Napoli non si placa il corpo a corpo Valente-Bassolino, a vantaggio di Lettieri che nei sondaggi non è distante da De Magistris e non certo per propri meriti. Sono noti i redditi dei parlamentari, con non poche sorprese: per esempio la distanza abissale tra le entrate di Pietro Grasso, presidente del Senato (355mila euro) e i 110mila di Renzi, presidente del consiglio e segretario del Pd. Interessante da capire, magari interrogando l’agenzia delle entrate, il salto acrobatico di Grillo: da 147mila euro a oltre trecentocinquanta mila nel breve volgere di un anno (benché abbia venduto qualche “gioiello” di famiglia). Il “povero” Verdini dichiara la miseria di 85mila euro, paperon dei paperoni è il signor Angelucci, deputato di Forza Italia con un reddito dichiarato di quattro milioni di euro. Nota a margine: tutti i parlamentari, compreso Angelucci, non sono tenuti a dichiarare i settemila euro mensili del rimborso spese, i millenovecento “di mandato” , i milleduecento di spese telefoniche. Viva l’Italia.

Nella foto Angelucci, il più ricco parlamentare

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