ANAS / MAZZETTE, MILIARDI & “ACCORDI” NELL’ERA CIUCCI

Condividi questo articolo

“Un gigantesco giro di corruzione, un marciume all’interno di uno degli enti pubblici più in vista nel settore economico italiano”. Così il gip Giulia Proto fotografa il “Sistema” appalti storicamente in vigore all’Anas, appalti arcimilionari regolarmente truccati per favorire amici & imprese capaci di erogare fiumi di mazzette, dai cantieri della Salerno-Reggio Calabria (per fortuna che – assicura Mago Renzi – il sipario di abbasserà a fine anno dopo mezzo secolo di promesse), alla Basentana, dalla statale Barese a quella del Vesuvio, fino alla sede Anas di Campobasso (a quanto pare Abruzzo e Molise sono due “epicentri” per gli affari made in Anas).

L'operazione "Dama Nera"

L’operazione “Dama Nera”

Fatti & misfatti partoriti ai tempi delle vacche grasse, quando zar incontrastato della ricca e “generosa” azienda del parastato era Pietro Ciucci, arrivato alla poltronissima di vertice grazie al governo Prodi, 2007, nomina concordata con il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, marchio doc per certificare un manager di assoluta eccellenza e probità. Peccato non sia stato così, e l’era Ciucci si sia dimostrata quella della più totale Corruzione e deregulation sul fronte degli appalti: per la serie, favori agli amici mazzettari e opere senza qualità. Peccato che l’Authority di Raffaele Cantone sia nata a cosa ormai arci fatte.

Eppure – ben prima dell’attuale inchiesta scaturita dalla “Dama Nera”, al secolo Antonella Accroglianò – ne erano partite diverse altre, soprattutto alla procura di Milano, dove un pool di magistrati era riuscito ad individuare alcuni strategici filoni d’indagine, anche grazie alle importanti rivelazioni di un funzionario Anas, una vera e propria gola profonda capace di ricostruire le piste di lavori, appalti, sigle coinvolte, amicizie border line, connection & intrighi. Che fine avranno mai fatto quelle inchieste, tutte partite tra il 2008 e il 2009? Guarda caso, in quegli anni alcuni dirigenti Anas hanno cambiato sede e incarico, o sono stati “allontanati: come oggi sta succedendo con la gestione inaugurata circa un anno fa da Gian Vittorio Armani, il post Ciucci che dovrebbe portare “trasparenza ed efficienza” dopo gli anni bui a base di mazzette e non solo.

Piero Ciucci

Piero Ciucci

Ma passiamo in rapida carrellata alcuni tasselli del complesso mosaico investigativo. Storie e vicende che potrebbero condurre a sviluppi anche clamorosi.

Partiamo proprio dalla Dama Nera, quell’Accroglianò che ha deciso, ad ottobre scorso, di “collaborare” con gli inquirenti. Un nome, anzi un cognome, che porta direttamente ad una sigla cui la Voce ha dedicato un’ampia cover story anni fa (vedi link in basso), la C3: i suoi percorsi, per certi versi, si incrociano con quelli di un’altra sigla, la P4, finita sotto i riflettori della magistratura. Ecco cosa ha scritto Gianfrancesco Turano a dicembre 2015 per l’Espresso a proposito della C3: “L’associazione, una sorta di who’s who dei calabresi che hanno sfondato, da Pippo Marra ad Antonio Catricalà, dall’ex ragioniere dello Stato Andrea Monorchio al figlio Giandomenico, da Giovanni Calabrò al neo presidente argentino Mauricio Macrì, è presieduta da Peppino Accroglianò, zio di Antonella e dell’esponente Udc Galdino, indagato nell’inchiesta Dama Nera per voto di scambio alle regionali del 2014”.

C3 International organizza annualmente alcuni pomposi incontri per iscritti e aficionados eccellenti. Tra gli abitué della politica, Maurizio Gasparri, il quale, ad esempio, ha partecipato alla festa dell’11 giugno 2015. Uno che poteva contare, l’ex An e poi forzista, soprattutto per “garantire un futuro solido ad Accroglianò dopo il cambio al vertice Anas”, scrive Turano. Che dettaglia: “Accroglianò aveva fatto contattare Gasparri da un amico comune, l’imprenditore Andrea Peverini, che con la sua Meeting and Promotion ha appena vinto un appalto da 4 milioni di euro per gli eventi dell’Enel guidata da Francesco Starace”.

 

DALLA C3 AI DUE POZZI NERI CHIAMATI “FONDAZIONI ONLUS”

Peppino Accroglianò

Peppino Accroglianò

Eccoci ora a due sigle che fanno capolino tra le carte investigative. E che ci conducano ad altri politici di riferimento (anche se non inquisiti). Si tratta due candide “fondazioni onlus”, di prassi costituite per fini umanitari e solidaristici, stavolta messe in vita per raggiungere scopi un po’ più prosaici. Di pretto sapore Onu la prima, nientemeno che “Fondazione della libertà per il bene comune”, sicuramente nel Pantheon le icone di Gandhi e papa Francesco, che forse non avrebbero condiviso la scelta della sede nell’elegantissima location di Fontanella Borghese, a un passo da maison Fendi: alla guida Altero Matteoli, ex ministro dell’Ambiente e delle Infrastrutture, ex duro di An poi berlusconiano convinto, inquisito dalla procura di Venezia per lo scandalo del Mose. Al suo fianco il neo indagato nella seconda tranche dell’inchiesta Anas, il deputato toscano Marco Martinelli, che disegna lo stesso tragitto politico del “capo”: da colonnello di An a forzista doc. Membro della commissione lavori pubblici alla Camera, Martinelli è il vice presidente della Fondazione che si batte per libertà e beni comuni (sic). Siamo solo all’inizio, perchè l’organigramma della Fondazione-onlus è ancora tutto da scoprire: del team, infatti, fanno parte Roberto Serrentino, per molti anni componente del collegio sindacale dell’Anas ed Erasmo Cinque, grande amico di Matteoli, costruttore, coinvolto nell’inchiesta sul Mose.

Ma, soprattutto, Giovan Battista Papello: un nome, una storia da raccontare. Faccendiere a tutto campo, Papello, il cui nome fa capolino diverse volte nelle inchieste dell’ex pm di Catanzaro Luigi de Magistris (oggi sindaco di Napoli e con ottime chance per una riconferma alle amministrative di giugno), impegnato allora a ricostruire le trame d’affari – spesso e volentieri all’ombra delle logge massoniche – in Calabria. Commissario straordinario per l’emergenza idrica e ambientale in quella regione, Papello ha fatto parte del cda di Anas, per diventarne poi consulente. Una vocazione, la sua, quella di viaggi & trasporti: in gita verso la Svizzera, venne fermato con un borsa carica di banconote, la bellezza di due milioni di euro. Una delle tante storie giudiziarie che finiscono in naftalina, stavolta alla procura di Catanzaro.

Di Papello scrive parecchio Francesco Pinotti, super esperto di misteri & logge, autore del best seller “Fratelli d’Italia”, non dedicato al movimento made in Meloni, ma agli incappucciati di casa nostra, che possono contare, appunto, su “confratello Papello” (iscritto ad inizio ’90). Braccio destro dell’ex viceministro ai lavori pubblici per An, Ugo Martinat, Papello ha intrattenuto “ottimi e abbondanti” rapporti con parecchi 007 di casa nostra, a loro volta legati al (tiger) team di Giuliano Tavaroli. E Pinotti dettaglia i rapporti “border line” di Papello, a proposito di spiate e intercettazioni illegali made in Tronchetti Provera: a casa Papello – rammenta Pinotti – a maggio 2005 vennero scoperti due dossier bollenti targati Telecom. Quel processo va avanti da anni a Milano, con un Tronchetti assolto, condannato, riassolto e di nuovo in attesa di giudizio. Ma il filone Papello, ad esempio, che fine avrà mai fatto? E le sue storie made in Anas quale altro tortuoso e misterioso iter giudiziario avranno mai seguito? Siamo tra i soliti oscuri misteri della giustizia di casa nostra…

Maurizio Gasparri ad una cerimonia della C3

Maurizio Gasparri ad una cerimonia della C3

Passiamo alla seconda società che compare tra le carte degli inquirenti impegnati nella “Dama Nera connection”. Evocativo il suo nome, “Formiche”. E come laboriose formichine, infatti, si rimboccavano le maniche i suoi animatori. Al timone Alberto Brandani, alias ‘O professore, altro nome altra storia. Un buon tratto della sua carriera, guarda caso, viene percorso sotto il protettivo ombrello del Monte dei Paschi di Siena, crocevia di tanti affari e troppi misteri (tre anni fa veniva “suicidato” il capo delle pierre David Rossi, un anno dopo l’archiviazione, da qualche mese la riapertura del giallo). Poi passa all’Anas, Brandani, e il suo tragitto comincia con la presidenza di Vincenzo Pozzi, nominato nel 2002 dal ministro-progettista Pietro Lunardi, berlusconiano doc: Brandani fa il suo ingresso nel consiglio d’amministrazione. Ma è con Ciucci che fa il salto, quando passa a capeggiare la strategica area della “Sorveglianza” di tutti i lavori Anas: sono gli anni in cui domina un inedito asse Di Pietro-Letta-Casini, il primo ministro delle Infrastrutture, il secondo Gran Ciambellano del cavalier Berlusconi, il terzo vessillifero dell’Udc, autentica star pigliattutto nell’arcipelago Anas (e quindi ben oltre il suo esiguo, quasi nullo peso politico, che verrà sancito dal crollo elettorale d’inizio 2013). E sarà proprio Brandani, accompagnato dall’entourage di vertice Anas, a presentare in pompa magna, a fine 2012, una fatica letteraria del “padre” Udc, l’inossidabile Ciriaco De Mita, “La storia dell’Italia non è finita”: il dinamico “sorvegliante speciale” Brandani scrive di suo pugno l’introduzione.

A moderare quella storica presentazione alla libreria Fandango di Roma, un’altra starlette made in Anas, Elisabetta Parise. Ed eccoci alla seconda “Dama” più o meno nera della story. Arrestata l’11 marzo scorso dai finanzieri del Gico e del nucleo tributario, responsabile delle “risorse umane” in casa Anas, la Parise è accusata di alcuni episodi di corruzione, agevolati, stando alle imputazioni, “dalle relazioni da lei vantate con il mondo della politica”. In particolare, avrebbe agevolato i rapporti tra Dama Accroglianò e alcuni politici, tra cui proprio Martinelli. Alle precedenti comunali romane, la stessa Parise fu candidata (senza successo) con la lista Marchini, che oggi prepotentemente si ricandida per il Campidoglio. E ci tiene a precisare, il palazzinaro capitolino a sua volta alle prese con l’inchiesta che coinvolge la Popolare di Vicenza e le erogazioni facili alle sigle made in Marchini, la sua “non più vicinanza” alla Parise: “La signora Parise – fa sapere attraverso un comunicato – fu candidata nel 2013 su indicazione dell’Udc di Lorenza Cesa. Poi è tornata nel suo partito di provenienza, che, come è noto, non appoggia la lista Marchini”.

Tornando alla Fondazione numero 2, Formiche, la Parise figura nell’organigramma in qualità di “responsabile del settore giovani”. Ai quali fornire, dunque, una preparazione a base di mazzette e raccomandazioni risolvitutto e di corsie preferenziali stile Anas.

 

ARBITRATI E “ACCORDI BONARI” MILIARDARI

Ma c’è un altro “pozzo nero” ancora non scoperchiato. E dal quale ne potranno uscire delle belle. Sempre a base di milioni allegri e ricche prebende per amici, lacchè & C. Entrano in pista, a questo punto, contenziosi, arbitrati, accordi bonari e tutto quanto fa “giustizia parallela”, un’autentica giungla soprattutto per un carrozzone, come quello di Anas, facilmente svaligiabile da chi ha le chiavi giuste da azionare nei modi e nei tempi più opportuni. A quanto pare la Fiamme gialle sono da mesi al lavoro per districarsi in una marea di labirinti “paralegali”. Ecco cosa racconta un vecchio funzionario della società che ne ha viste di tutti i colori: “è da anni che vanno avanti le stesse sceneggiate. Imprese che fanno regolarmente causa all’azienda, spesso e volentieri d’accordo, per mungere la vacca pubblica e poi dividersi il bottino. Tanto paga pantalone, e tutti felici e arricchiti. La trovata più gettonata, negli ultimi anni, è quella degli accordi bonari!».

L'accoppiata Antonio Di Pietro (con la borsa) e Ignazio Messina

L’accoppiata Antonio Di Pietro (con la borsa) e Ignazio Messina

Si tratta, in soldoni, di procedure rapide, che permettono accordi iperveloci, invece di passare per le lungaggini dei ricorsi amministrativi, dei contenziosi civili e degli stessi arbitrati. A quanto pare esiste una massa da 150-200 “accordi bonari” messi a segno sulle spalle dei contribuenti, per la gioia di società e imprese che caso mai, senza muovere un dito, mandano una letterina e per una bazzecola chiedono il 10 per cento dell’importo previsto dei lavori. Una vera cuccagna. Un terno al lotto. A questo punto, però, le cifre si fanno più nebulose, e starà alla guardia di finanza prima e alla magistratura poi accertare importi precisi e soprattutto responsabilità. Si sa che l’intero contenzioso Anas ammonta alla stratosferica cifra di oltre 8 miliardi di euro: una finanziaria lacrime e sangue in piena regola. L’ammontare richiesto per “accordi bonari” rappresenterebbe circa un terzo del totale, 2 miliardi e mezzo abbondanti. In che modo ‘O sistema Dama nera è intervenuto in questo mare di contenziosi miliardari, vero tumore germogliato e cresciuto rigoglioso nell’era Ciucci? E in che misura ne sono responsabili i vertici dell’azienda di stato, a cominciare dallo stesso Ciucci che l’ha sgovernata per otto lunghi anni? E le responsabilità politiche, degli organi di controllo, che hanno chiuso non uno ma due occhi?

A proposito di arbitrati costati allo Stato lacrime e sangue, va ricordato quello denunciato dalla Voce e da pochi altri organi di informazione (Giacomo Amadori su Libero, il tandem Rizzo-Stella sul Corsera), l’arbitrato-Longarini, caro e salato per le nostre casse, 3 miliardi e rotti che il ministero delle Infrastrutture deve pagare al mattonaro marchigiano che finì in Tangentopoli per alcuni lavori edili contrattualizzati ma mai realizzati. L’allora ministro Antonio Di Pietro volle battere per forza la via dell’arbitrato, nonostante il parere opposto dell’Avvocatura di Stato (del resto, le cifre parlano chiaro: negli arbitrati lo Stato soccombe nel 90 per cento e passa dei casi). Tre arbitrati regolarmente, inevitabilmente persi: in uno di questi, “arbitro” pubblico venne nominato Ignazio Messina, avvocato e grande amico di Di Pietro (un altro grande amico e avvocato, Sergio Scicchitano, venne nominato da Di Pietro nel cda dell’Anas), che lo ha voluto anche segretario di Italia dei Valori: perse quell’arbitrato, Messina, ma fece ugualmente Bingo, con una parcella milionaria “per il disturbo”.

Quel maledetto arbitrato sta costando, per le nostre già disastrate ferrovie, la chiusura di cantieri già aperti e soprattutto lo stop ai lavori per le linee secondarie, le tratte regionali. Se i pendolari oggi sono con le pive nel sacco e le pacche nell’acqua, sanno chi ringraziare: Antonio Di Pietro.

 

Per approfondire:

DI PIETRO COME SCHETTINO – L’ARBITRATO CHE AFFONDA IL PAESE – 13 luglio 2015

 

DENTRO IL PENTOLONE ANAS, TRA APPALTI, VOTI & TANGENTI / LA SUPERDINASTY DEGLI ACCROGLIANO’ – 23 ottobre 2015

 

NUOVI APPALTI ANAS / QUASI 2 MILIARDI ALL’ETERNA SALERNO-REGGIO, CLAN E ‘NDRINE FESTEGGIANO – 27 novembre 2015

 

AGCOM – LO SPRECO – 10 settembre 2012

Condividi questo articolo

Lascia un commento