L’Italia ferma al palo di partenza

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“Turandot”, Puccini: incompiuta, “Requiem”, Mozart: incompiuto, eccetera: opere e composizioni musicali che i grandi della musica non hanno avuto modo di completare. Poco male, l’integrazione postuma le ha restituite nella loro piena intierezza all’ascolto degli appassionati. Ben altro destino l’Italia riserva alle ottocentosessantotto opere pubbliche iniziate e mai finite. Il costo? Quattro miliardi di euro dissipati per incapacità generale, ma principalmente degli Enti Locali inadempienti, sono un segnale sconcertante della pessima italianità senza variabili geografiche: Nord e Sud si equivalgono nello spreco di risorse, anche se la maglia nera tocca alla Sicilia, con 215 strutture avviate e rimaste allo stato più o meno iniziale. Non si salvano neppure le regioni mediaticamente ritenute eccellenti, come la Lombardia e il Veneto. C’è di tutto nella “negligenza” realizzativa del nostro Paese. Ponti, strade e autostrade, dighe, ospedali, porti e impianti sportivi. Lo scandalo della Salerno-Reggio Calabria (trent’anni di lavori “in corso”) è solo l’esempio estremo di un anadazzo che dovrebbe aver riempito le carceri di mezza Italia. Messi insieme i casi di Abruzzo, Calabria, Lombardia e Puglia sono duecentocinquanta le infrastruture rimaste al palo. Un calcolo approssimativo stima in oltre centocinquanta euro per ogni italiano il costo dell’incompiuto. L’autostrada dello scandalo che collega il Nord alla Calabria è in buona compagnia: a Roma la Città dello Sport è costata fino a questo momento oltre seicento milioni di euro e del progetto è stata realizzato solo lo scheletro della struttura firmata dall’architetto spagnolo Calatrava (quello del ponte di Venezia contestato per il rischio cadute, perché scivoloso), considerato un ecomostro da abbattere. L’entità del danno per le opere inevase, secondo calcoli approssimativi ma significativi, avrebbe consentito, così dichiara Renzi, tagli di Imu e Tasi.

Nella foto lavori Salerno-Reggio Calabria

 

 

Europa Sì, Europa No

Le fibrillazioni che da destra investono una quota dei partner della Comunità, creano allarme tra gli europeisti e aspettative di autarchia nazionale tra gli euroscettici. Da che parte sia la ragione, per i comuni mortali informati malamente dai media, è arduo stabilire. Esistono spazi di informazione indecifrabili, si direbbe volutamente incomprensibili, che impediscono di giudicare a ragion veduta quanto avviene nei grandi contenitori della politica e dell’economia. Indigesta è l’altalena di alti e bassi delle borse, che siano asiatiche, americane o italiane. Oggi un crollo devastante (“bruciati miliardi di euro”) domani il mercato azionario in piena salute, spread in salita e discesa da un giorno all’altro. Il prezzo del petrolio crolla, gli esperti giudicano l’evento una iattura per l’economia mondiale, gli automobilisti non capiscono perché il costo della benzina non diminuisce proporzionalmente. Poi l’Europa. Chi spiega ai cittadini dell’Unione perché sarebbe sciagurato uscirne o perché si consolida la spinta all’autonomia, come accade in questi giorni in Inghilterra, mai pienamente convinta della scelta comunitaria? Grandi questioni criptate diventano così slogan promozionali di forze politiche antitetiche, argomenti da campagne elettorali permanenti, estraneità dei cittadini dai processi che governano la loro vita e inevitabile ostilità nei confronti dei partiti che speculano sul disagio per deficit di informazione.

 

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