LA “COSCIENZA NASCOSTA” / DAI “CASI MARGINALI”  DEGLI UOMINI AI  COSIDDETTI “ANIMALI”

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Bruno Fedi

Bruno Fedi

Qualche mese fa “Le Scienze” ha pubblicato un servizio dal titolo “La coscienza nascosta”. L’articolo, uscito nel numero di settembre, si riferisce a ricerche su persone prive apparentemente di coscienza, in seguito a gravi traumi. La metodica usata per le ricerche è stata la RMF (Risonanza Magnetica Funzionale). Questa metodica è stata capace di mettere in evidenza la presenza di attività cognitive inapparenti, in soggetti che vengono definiti abitualmente, in filosofia, come: “casi marginali”. Essendomi già occupato del problema dei casi marginali (B. Fedi, Tesi di bioetica all’Università Cattolica di Roma, 1996), mi è stato facile pensare che questa metodica potrebbe rivelare la presenza di stati di coscienza, non solo nell’uomo, ma anche in altri animali.

Il confronto fra i risultati ottenuti su casi marginali umani (forniti di tutti i diritti) e quelli ottenuti su altri animali (privi di qualunque diritto, anche se gli animali sono perfettamente efficienti), permetterebbe l’acquisizione di dati di rilievo. La ricerca pubblicata su Le Scienze, infatti, mette a confronto le risposte di casi apparentemente incoscienti, con le risposte di soggetti normali umani, ma potrebbe essere usata anche per confrontare le risposte di casi marginali umani, con le risposte ottenute da altri animali, in condizioni di perfetta efficienza. Si potrebbero cioè confrontare le aree attive in altri animali, con quelle che rimangono attive nell’uomo anche in condizioni di coma. Se l’attivazione di una zona X, nell’uomo, in stato di coma, viene considerata come uno ”stato di coscienza minima”, cioè considerata come segno di presenza di vita cognitiva, per quale ragione dovrebbe essere considerata diversamente, se ottenuta da altri animali? Certamente la ricerca stessa è difficoltosa: l’hardware è pesante, poco maneggevole.

Schermata 2016-02-08 alle 15.33.49Tuttavia si può tentare di eseguire le stesse ricerche con una metodica più semplice, anche se meno sofisticata, cioè l’EEG (Elettroencefalogramma). La possibilità di rilevare l’attivazione di una specifica funzione, o semplicemente di una regione encefalica, è sicuramente molto più bassa con l’EEG che con la RMF, tuttavia il tentativo è giustificato. E’ necessario però far notare che, usando la RMF, in alcuni casi è stato documentato successivamente il riaffioramento clinico della coscienza. Non possiamo sapere prima se ciò potrebbe avvenire anche usando come metodica l’EEG. Il confronto fra le osservazioni effettuate sull’uomo e sugli altri animali, potrebbe portare ad un progresso nelle neuroscienze, ma anche nell’etica e nella conoscenza in generale. L’impiego di questa metodica, infatti, apre la strada anche a possibili applicazioni pratiche, cioè a risposte elementari, che sono il primo passo nella direzione di una comunicazione attraverso il solo pensiero.

L’impiego della RMF ha già fatto conoscere moltissimo, per quanto concerne il funzionamento del sistema nervoso centrale umano. Ovvio che l’uomo abbia voluto conoscere prima ciò che lo riguarda direttamente; tuttavia, poiché la scienza afferma tradizionalmente che prima di sperimentare sull’uomo si dovrebbe sperimentare sugli animali, mi sembra che, per coerenza, questo sia proprio il caso in cui la sperimentazione su altri animali debba venir fatta. Tanto più che, in questo caso, nessun male verrebbe fatto agli animali. Non è stato accertato (articolo su “Le Scienze”) se alcuni centri nervosi profondi –  sarebbe vivisezione in malati apparentemente privi di coscienza – erano attivi e rivelavano una coscienza nascosta; suggerisco che la stessa metodica sia applicata anche agli altri animali e confrontata con osservazioni sull’uomo.

Faccio notare che la coscienza non rispetta la regola del tutto o del niente, bensì esiste una gradualità diversa da persona a persona. Esiste perfino una consapevolezza diversa, nei vari momenti, nella stessa persona. Esistono, cioè, infiniti gradi di consapevolezza, in special modo, diversi nelle varie specie animali. Si va da una semplice risposta chimica, la quale permette di distinguere il self dal non-self, fino alla consapevolezza spaziale della posizione degli arti o dell’intero corpo, per esempio negli atleti. Si arriva fino al calcolo della velocità, dello spazio, del tempo necessario per prendere o per evitare oggetti in movimento, oppure fino alla coscienza delle implicazioni fisiche, chimiche, biologiche, matematiche, etiche, di una osservazione scientifica, o di un fatto osservato.

Esiste quindi una variabilità enorme di gradi di consapevolezza, sia concreta che astratta. Alcuni di noi hanno questa consapevolezza globale, altri ce l’hanno in misura minore, oppure ne hanno solo alcuni aspetti. Esiste cioè una gradualità nell’autocoscienza, la quale ha molti aspetti: qualitativi e quantitativi, gradualità e variabilità. L’applicazione della metodica con RMF ad altri animali potrebbe portare ad importanti progressi.

Bruno Fedi è cofondatore del Movimento Antispecista, già ordinario di Medicina e Chirurgia all’Università La Sapienza di Roma

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