SALVA-BANCHE – PERFINO LE FONDAZIONI BANCARIE DENUNCIANO IN PROCURA

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Ogni giorno emergono con maggiore evidenza le precise responsabilità nella gestione del credito e del risparmio della Banca d’Italia, la cui omessa vigilanza ha determinato l’esproprio criminale del risparmio a 130.000 famiglie di CariChieti, CariFerrara, Banca Marche e Banca Etruria, col famigerato decreto salva banche del 22 novembre 2015.

Ed ogni giorno vengono portati alle luce i comportamenti delinquenziali di un sepolcro imbiancato, i quali, in particolare nel caso di CariFerrara (analogo ad altre banche), hanno configurato la truffa a migliaia di risparmiatori, che per fortuna vengono portati all’attenzione dell’autorità giudiziaria: ora non soltanto da Adusbef e Federconsumatori, che almeno da un decennio ne denunciano le malefatte, ma anche dalle Fondazioni Carife e Jesi, che oltre a ricorrere al Tar del Lazio sull’azzeramento delle loro quote, hanno denunciato – secondo notizie di stampa –  il Governatore di Bankitalia Visco alle Procure della Repubblica.

Nell’ennesima denuncia depositata oggi, Adusbef e Federconsumatori chiedono alla Procura di Ferrara di aprire un fascicolo volto a verificare i comportamenti dei soggetti interessati, dato che nell’agosto 2012 il Cda di Carife aveva chiesto il nulla osta per estinguere i bond subordinati, con inquietanti ricostruzioni di chiara rilevanza penale, rispetto ai comportamenti della Banca d’Italia, sul crac della Cassa di Risparmio di Ferrara, i cui effetti sono stati addossati agli incolpevoli risparmiatori, truffati ed espropriati.

Il 10 agosto 2012-il CdA di CariFerrara chiedeva a Bankitalia l’autorizzazione ad effettuare un’operazione che, in caso di accoglimento, avrebbe forse evitato il bagno di sangue che ora migliaia di risparmiatori stanno affrontando. Richiesta che ha cozzato contro un silenzio tombale. E’ un documento choc, quello che emerge oggi, nel pieno del bailamme sul ‘salvabanche’. Si tratta di un atto portato all’approvazione del consiglio d’amministrazione dall’allora direttore generale Daniele Forin, e relativo alle tre emissioni decennali di ‘bond’ subordinati del 2006 e 2007, azzerate nel novembre scorso dal decreto del governo.

«Le condizioni di buon favore al momento dell’emissione – si legge nella delibera del CdA, riunito con quell’unico punto all’ordine del giorno – risultano oggi penalizzanti, anche in considerazioni del livello di subordinazione». In quel momento, Carife aveva fra l’altro già superato il limite di riacquisto del 10% delle obbligazioni, e non poteva evidentemente effettuare un’operazione tanto rilevante in autonomia: oltretutto, trovandosi in ‘vigilanza rafforzata’ da parte di Bankitalia, non poteva far altro che chiedere l’autorizzazione agli organi di via Nazionale, per liquidare i propri obbligazionisti. Così, subito dopo l’approvazione della delibera, è partita la lettera firmata dal presidente Sergio Lenzi, che illustrava quanto riportato più sinteticamente nell’atto del CdA: in pratica, Carife avrebbe «consentito agli obbligazionisti, su base volontaria, di sostituire lo strumento posseduto (ovvero le ‘subordinate’, ndr), con altre attività a minor rischio, e con un profilo di redditività più coerente con l’attuale situazione dei mercati finanziari».

Ma da via Nazionale, a quanto risulta negli archivi della Cassa di Risparmio, non è mai arrivata alcuna risposta: nel mondo bancario, diversamente dalla pubblica amministrazione, non vige il cosiddetto ‘silenzio-assenso’, ma c’è chi dice che sarebbe addirittura arrivato un rifiuto informale, anche se di quest’ultimo aspetto mancano riscontri. E’ un dato di fatto, però, che tre anni e tre mesi prima del ‘salvabanche’ che le ha mandate in fumo, le obbligazioni subordinate avrebbero potuto essere rivendute a Carife, in cambio magari di ‘bond’ ordinari, e che oggi sarebbero garantiti.

Adusbef e Federconsumatori, che da molti anni denunciano alle Procure della Repubblica  comportamenti spesso illeciti di una Banca d’Italia inidonea a garantire il pubblico risparmio tutelato dall’art.47 della Costituzione, chiedono di valutare le ragioni che avrebbero indotto Bankitalia a non assecondare la richiesta di riacquisto dei bond subordinati, avanzata dal cda della vecchia Carife, senza oneri o costi aggiuntivi per l’ istituto di credito, salvando in tal modo i crediti dei risparmiatori.

Poiché già dal  giugno 2010 Carife era stata posta in regime di vigilanza rafforzata, la proposta di riacquisto delle obbligazioni subordinate andava verso una riduzione dei costi, che l’operazione di riacquisto determinava, con un guadagno per la banca, in termini di minori esborsi pari a 6 milioni e 900mila euro di interessi.

A meno che il salva banche, approvato dal Governo il 22 novembre 2015 su indicazione della Banca d’Italia, non sia stato un’operazione effettuata per coprire le gravi responsabilità nell’azione di vigilanza preventiva, una copertura per nascondere sotto il tappeto errori ed orrori di Bankitalia che configurano  l’ipotesi di bancarotta fraudolenta per vendere banche prive di sofferenza a gruppi bancari di riferimento, svendendo così ai grandi gruppi italiani od esteri, il credito di migliaia di risparmiatori traditi.

 

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