TRATTATIVA STATO MAFIA / CASELLI HA PERSO LA MEMORIA

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“Non so”. “Non credo”. “Non ricordo”. “Ero sommerso di lavoro”. “Dopo vent’anni e passa è complicatissimo ricordare”. “I ricordi si sono inceppati”. “A volte certi episodi si rimuovono”.

Non è lo smemorato di Collegno a parlare. Ma il più celebre magistrato italiano, fresco di pensione ma anche fresco di stampa con la sua Opera “Nient’altro che la verità”, dove l’Autore siede “a cavallo fra presente e futuro”, ricostruendo con maestria e dovizia di particolari tanti episodi della sua mitica vita in toga.

Improvvisamente, però, nell’aula bunker dell’Ucciardone, i preziosi neuroni di Caselli vanno in tilt. Succede in occasione del processo per la Trattativa-Stato mafia, davanti alle domande dei pm ed ex colleghi di una vita, Nino De Matteo e Vittorio Teresi, che per alzare il velo su alcuni misteri da anni tali, come la mancata perquisizione del covo di Totò Riina dopo l’arresto, e il mancato arresto di Bernardo Provenzano, cercano di abbeverarsi alla Fonte Maxima, che si insediò sulla poltrona di procuratore capo a Palermo proprio quel gran giorno: il 15 gennaio 1993, quando il super boss venne arrestato dopo le faticose ma strepitose indagini del Ros, al comando dell’allora colonnello Mario Mori e del suo fedelissimo braccio destro, Sergio De Caprio, al secolo il capitano Ultimo.

Non ricorda i dettagli ma è sinceramente sgomento e amareggiato, Caselli, quando gli vien fatto presente che il covo di Totò non venne perquisito, dopo l’arresto. E nemmeno controllato, tanto che dopo due settimane verrà trovato addirittura tinteggiato di fresco, igienici nuovi di zecca e cassaforte sparita dal muro, compreso il “prezioso” contenuto. Ecco le parole dell’allora procuratore capo: “Fu De Caprio, il cosiddetto capitano Ultimo, all’epoca quasi un eroe nazionale, a chiedermi di non perquisire il covo di Riina. De Caprio aveva arrestato Riina e io mi fido. Sicuramente agiva in sintonia con i suoi superiori. Sosteneva che altrimenti avremmo compromesso sviluppi investigativi importanti. Io mi fidai e per me era scontato però che il Ros avrebbe proseguito la sorveglianza del nascondiglio del boss appena catturato. Così non è stato. Scrivemmo una dura lettera alla Territoriale e al vertice del Ros per chiedere spiegazioni. Il mio rapporto con il Ros? Certe situazioni fecero venire punti di domanda ma una cosa è l’istituzione ed una cosa il singolo soggetto. Il rapporto con il Ros restò ottimo”.

Ottimo e abbondante, come diceva un’altra toga eccellente all’epoca, Antonio Di Pietro. Qualche dettaglio in più, su quella torbida vicenda, l’hanno fornito in parecchi. Schermata 2016-01-24 alle 09.16.17Ma forse Caselli non ricorda. Prima circostanza, che emergerà anni più tardi: Mori e De Caprio sono dei veri James Bond, pedinano, intercettano, raccolgono testimonianze, fanno uno splendido lavoro di intelligence che darà enorme risonanza, anche internazionale, ai nostri prodi (con Ultimo che diventa il re delle fiction grazie al suo alter ego tivvù Raul Bova). Peccato che si venga poi a scoprire l’inutilità – se non l’inesistenza – di quel lavoro, visto che a consegnare la primula rossa aveva provveduto lo stesso Provenzano, il quale ai nostri 007 fornisce addirittura una piccola mappa con tutti i dettagli per giungere al covo: una caccia al tesoro per giovani marmotte. In questo modo, lo scaltro Bernardo si munisce del “lasciapassare” per la futura, decennale libertà.

Secondo fatto. Ma cosa c’era in quel covo dei misteri? A rivelarlo, incredibile ma vero, lo stesso Ultimo. Succede in un’aula di tribunale, stavolta a Milano, dove si svolge un processo per diffamazione a carico di due giornalisti che da anni si occupano di mafia, Attilio Bolzoni e Saverio Lodato, querelati dal capitano per alcuni passaggi ritenuti diffamatori e contenuti nel loro libro “C’era una volta la lotta alla mafia”. La Voce, con l’aiuto dell’avvocato Caterina Malavenda, che aveva difeso i sue giornalisti, in una sua inchiesta del 2005 ricostruirà alcune fasi di quel processo. E in particolare l’interrogatorio di Ultimo che ad un certo punto sbotta: “ma io non ho mai parlato dell’archivio dei… dei tremila…”. Archivio del quale non avevano scritto neanche Bolzoni e Lodato. Tipica excusatio non petita, il sempre controllato e super efficiente De Caprio si esibisce nel più classico degli autogol: rivelando l’esistenza, nel covo del super boss, di un maxi archivio da 3000 nomi. Altro che la lista dei 500 made in Licio Gelli. A documentare l’importanza di quella scoperta andata in fumo, negli anni seguenti saranno alcuni collaboratori di giustizia. In primis Giusy Vitale che così verbalizzerà: “Quell’archivio faceva saltare per aria l’Italia. C’era tutti i nomi dei pezzi da novanta della politica e i colletti bianchi collusi con la mafia”. E per fortuna il Belpaese, grazie al mitico Raul-Ultimo, non saltò per aria…

Terza circostanza. Dalle stesse motivazioni “assolutorie” nel processo a carico di Mori, De Caprio & C. per il mancato il covo di Riina, emergono fatti inquietanti: al solito, “penalmente non rilevanti” (sic) ma moralmente, deontologicamente e professionalmente censurabili. In particolare, vengono alla luce le versioni contrastanti – e paradossali – addotte per motivare la non perquisizione e il non controllo. Versione De Caprio (come si evince dai nebulosi ricordi di Caselli): “c’era il rischio di compromettere ulteriori sviluppi investigativi”. Il super fiuto di Ultimo, infatti, consigliava di non intervenire, non muovere un dito, per poi – alla ispettor Cluzot – seguire le tracce di chi dal covo si sarebbe caso mai mosso verso altre destinazioni, e alla fine del percorso prendere tutti con le mani nel sacco. Versione Mori: “la truppa era stanca dopo un massacrante lavoro di appostamenti, pedinamenti, indagini. Quindi era necessario dare un rompete le righe affinchè potessero ricaricare le batterie”. Il commissario Basettoni avrebbe fatto forse qualcosina in più…

Eccoci alla seconda tappa, la mancata cattura di Provenzano. Facciamo un salto a quasi 20 anni fa, maggio 1996, con un Caselli ben in sella (e con tre anni di pesante esperienza sulle spalle), alla Procura di Palermo. Negli ormai familiari uffici del Ros a Roma si svolge un importante summit: al centro, una gola profonda, un super confidente, Luigi Ilardo, che pare sappia molte cose sulla nuova primula rossa, Provenzano. Da mesi si sta occupando della sua “collaborazione” un funzionario della Dia, Michele Riccio. A quanto pare le rivelazioni sono esplosive e possono condurre a una pista concreta per rintracciare e catturare il superlatitante. Due i magistrati presenti all’incontro: oltre a Caselli, anche il procuratore capo di Caltanissetta Giovanni Tinebra e la pm di Palermo Teresa Principato; ma anche Mori e un altro suo fedelissimo, Mauro Obinu. Per gli ultimi due il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, ha appena chiesto – per la mancata cattura di Provenzano – una condanna, per il primo, a quattro anni e mezzo, e per il secondo a tre e mezzo (ma i motivi di quei comportamenti, a quanto pare, sono “inconfessabili”).

 

ILARDO, UN INUTILE CONFIDENTE

Il generale Mario Mori

Il generale Mario Mori

Scopo principale di quell’incontro, “coordinare le circostanze della collaborazione di Ilardo”, senza peraltro verbalizzare, in quella occasione, le sue dichiarazioni. Un incontro “particolare”, con un Ilardo più determinato che mai a proseguire nel suo percorso di collaborazione; e che intende rivolgersi soprattutto al numero uno della procura di Palermo. All’inizio dell’incontro, infatti, sposta la sua sedia, situata di fonte e Tinebra, e si piazza davanti a Caselli, guardandolo negli occhi. “Non ho percepito quel gesto – entra nelle nebbie l’ex vertice della procura – se qualcuno ne parla sono portato a pensare che qualcosa sia successa, ma io non me ne sono accorto”. Fiuto da Sherlock Holmes a parte, Caselli non vuol sapere neanche il nome del confidente, e a questo proposito tira in ballo l’attuale procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, a quel tempo pm palermitano. “Nè Pignatone né io abbiamo voluto sapere il nome del confidente. Non ci compete. I confidenti sono materia esclusiva della polizia giudiziaria”. Aggiunge uno scampolo di rimembranza, Caselli, a proposito del confidente: “disse che voleva formalizzare il suo rapporto con l’autorità giudiziaria. Se parlammo di Mezzojuso (il casolare di Provenzano, ndr)? No. Assolutamente no, scoprimmo dopo quel che accadde a Mezzojuso. Disse anche che aveva bisogno di tempo per sistemare le cose con la sua famiglia. Allora io raccomando a Riccio di vigilare su Ilardo per evitare cose spiacevoli e gli dico di raccogliere le dichiarazioni di Ilardo, registrandole, per accelerare i tempi, rendere le cose più fluide. Perchè non verbalizzammo a Roma? Non c’era un avvocato difensore e le regole andavano rispettate”.

Ma preferisce aggiungere qualcosa di sostanziale, nella verbalizzazione dell’Ucciardone sulla Trattativa, circa il “peso” del collaboratore Ilardo: “Le informazioni che portava Ilardo tramite Riccio? Non c’era patrimonio di conoscenza, le informazioni erano assolutamente generiche. Ho dato ampia delegata a Pignatone che mi riferiva quando capitava e sempre Pignatone mi ha detto: ‘di concreto non abbiamo nulla se non la speranza, la prospettiva di catturare a breve Provenzano’ che poi non veniva mai catturato”.

Peccato che, neanche una settimana dopo quell’incontro al Ros di Roma, il 10 maggio ’96, a Catania, Luigi Ilardo venga freddato a colpi di pistola. E che Provenzano continui tranquillamente ad essere uccel di bosco per dieci anni esatti, fino ad aprile 2006.

La pista di Mezzojuso è anche al centro di un rapporto investigativo, “Grande Oriente”, e delle successive indagini portate avanti dal pm Principato. Nell’udienza dell’Ucciardone i pm chiedono a Caselli qualche ragguaglio a proposito del summit mafioso di Mezzojuso del ’95, a cui aveva preso parte lo stesso Ilardo. Ecco la sua risposta: “dell’incontro ho saputo soltanto dopo… molti mesi… molti anni… pochi mesi… non ricordo bene… non lo so…”. Preciso e dettagliato, l’ex procuratore capo aggiunge: “ci sono sovrapposizioni per le polemiche… per le cose che vengono fuori dopo l’omicidio di Ilardo… dopo che viene fuori la mancata operazione a Mezzojuso… e tutto si mescola… tutto si confonde…. me ne hanno parlato…. ma dove, chi, quando, come e perchè non lo ricordo più”. La sua memoria di ferro accusa qualche colpo, ma prosegue nella minuziosa ricostruzione: “come procuratore seguivo queste cose, e questa è una cosa di un certo rilievo. Non mi ricordo se la Principato me ne ha parlato subito, oppure me ne ha parlato dopo, o me ne ha parlato avendo fatto degli accertamenti. E con quale esito… non me lo ricordo… sono passati tanti di quegli anni, oltre al difetto di memoria adesso sono anche in difficoltà… no, non sono in difficoltà, va tutto benissimo, però non posso ricordare più di quello che so”.

Ottimo, abbondante e preciso, il racconto di Caselli. Che potrà trarre pregiata materia prima per sviluppare la sua indubbia arte narrativa.

Così commenta con amarezza Antimafia 2000, storica rivista – e ora sito – della (contro)informazione sulle mafie. “Al termine dell’udienza odierna – scrivono Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari – non si può non rimanere basiti di fronte a quelli che lo stesso Caselli ha definito i ‘gravi limiti’ della sua deposizione, legati al tempo trascorso che ha reso ‘complicatissimo’ ricordare. Giancarlo Caselli è stato un testimone d’eccellenza negli anni delle stragi e della trattativa tra Stato e mafia. Da un uomo delle istituzioni come lui ci si sarebbe aspettato un contributo ben più solido in questa ricerca sulla verità per far luce sulle zone d’ombra che ancora permangono su quel periodo. Ma così non è stato”.

Nel fotomontaggio di apertura, una visione aerea dell’ex covo di Totò Riina a Palermo. A sinistra, i boss Riina e Bernardo Provenzano. A destra Gian Carlo Caselli. 

 

Per approfondire:

MORI E ULTIMO ERANO A CAPO DELLA SICUREZZA CON ALEMANNO. QUALI I RISULTATI ? – 31 agosto 2015

qui

 

ECCO NIENT’ALTRO CHE LA VERITA’ E LA GIUSTIZIA GIUSTA. SAN CASELLI SUBITO – 8 gennaio 2016

qui

 

IL CAPITANO ULTIMO E IL PREZZO DI RIINA – 1 marzo 2005

qui

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