Non tutti “Charlie”

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è una logica molto, forse troppo laica nella scelta di Charlie Hebdo (ritenuta blasfema da cristiani e musulmani) di salutare il 2016 con una tiratura di un milione di copie e in copertina la vignetta di un dio (il Padre Eterno dei cattolici, Allah?) che scappa con un kalashnikov a tracolla e la tunica macchiata di rosso sangue. Si intuisce, nelle intenzioni della redazione, l’esecrazione per le stragi compiute da fanatici che uccidono in nome del proprio dio, consapevoli di essere a loro volta uccisi o di togliersi la vita per completare il “martirio”, ripagato da una seconda esistenza   nell’aldilà. Cos’altro potrebbe indurre a compiere stragi e a incontrare la propria morte? Per essere umani “normali” è impossibile entrare nella testa di un boia che sgozza gli ostaggi, di un kamikaze che semina morte si lascia esplodere con le sue vittime, di profanatori che distruggono a picconate opere d’arte, di stupratori seriali che violentano ragazze rapite, di belve assettate di sangue. Solo il fanatismo religioso, ma di quello esasperato e indotto con evidente plagio in soggetti profondamente incolti, può obnubilare l’istinto di conservazione degli attentatori, il sentimento innato di pietà, l’orrore per le esecuzioni di innocenti. Ad esasperare quel fanatismo è certamente responsabile l’identificazione coatta della religiosità con il mandato di sterminare gli “infedeli”.

Era questo il senso della satira esasperata di Charlie Hebdo, di una copertina comunque infelice? E’ probabile, ma vallo a spiegare all’incolto, suggestionabile e vendicativo popolo di miliziani dell’Isis, o in campo opposto, alla rete di cattolici “fondamentalisti”. Il clima di vendette incrociate è destinato a consumarsi (?), se il mondo si dovesse trovare nella tragica situazione di salvare l’umanità intera da catastrofi totali, a prescindere da razze, culture, religioni, se il tema della salvezza universale dovesse essere costretto a deporre le armi dell’odio.

Nella foto la copertina di Charlie Hebdo

 

 

Soldi spesi bene

Prima della legge Basaglia, che cancellò la vergogna italiana dei manicomi lager, un “recluso” delle strutture psichiatriche costava allo Stato, cioè tutti noi, intorno a seicento lire al giorno per alimentazione, vestiario, assistenza sanitaria. Era un onere legato all’incultura generalizzata sul tema della sofferenza mentale, affrontata con metodi sbrigativi e disumani (letto di contenzione, elettrochoc, farmaci devastanti, non di rado percosse). Basaglia e i seguaci furono autori di una vera rivoluzione. Sosteneva la tesi del recupero, agevolato da situazione logistiche e di assistenza, dal coinvolgimento delle famiglie e dall’ospitalità dei pazienti in case-famiglia. Per testare compiutamente la nuova esperienza c’è voluto tempo e aggiustamenti, ma soprattutto il paziente superamento delle ostilità messe in campo dai “baroni” del settore, privati del potere di gestione dei manicomi e di profitti allettanti, illeciti, realizzati appropriandosi di parte delle risorse destinate ai bisogni dei degenti.

Seppure in un mondo distante anni luce dalla sofferenza mentale, il “Basaglia di Milano”, al secolo l’illuminato sindaco Pisapia invita i concittadini a ospitare un immigrato a fronte di un rimborso di 350 euro. Unica condizione per l’accoglienza è possedere un’abitazione con una stanza e un bagno disponibili. La proposta nasce dalla semplice riflessione su costi e qualità dell’assistenza ai migranti nei centri di accoglienza: oneri più alti per la collettività, degrado abitativo, mancanza di garanzie sull’effettivo impiego della risorse a favore dei profughi e cioè, ammesso che le cifre assegnate non finiscano in tasca a sciacalli che le sottraggono agli scopi istituzionali. Ignoranza strumentale del problema, rigurgiti di xenobia e slogan elettorali scatenano la reazione della destra: protestano Salvini e la Meloni, neo “baroni” del razzismo, ma il Comune di Milano tira dritto e apre un bando sul sito istituzionale.

Il contributo può salire a 400 se si ospita più di una richiedente asilo politico. A proposito di accoglienza, è di questi giorni il bilancio italiano immigrazione-emigrazione. Perfetta parità: cinque milioni gli emigrati nel nostro Paese, altrettanti gli italiani che vivono e lavorano all’estero.

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