SALVA BANCHE – IL CONFLITTO DEL MINISTRO BOSCHI E L’IPOTESI DELL’ABUSO DI UFFICIO

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Il ministro Maria Elena Boschi potrebbe avere commesso abuso di ufficio. Lo avrebbe commesso se non si fosse astenuta nel decreto “salva banche” emanato dal Governo e dannoso per migliaia di risparmiatori.

L’articolo 323 del Codice penale punisce infatti «il pubblico ufficiale (anche il ministro) che nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge (articolo 97 della Costituzione sul dovere di imparzialità) o del regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto, procura intenzionalmente a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale, ovvero arreca ad altri un danno ingiusto».

La Cassazione conferma poi quanto segue: la norma che incrimina l’abuso in atti di ufficio, nella «omessa astensione in presenza di un interesse proprio dell’agente o di un prossimo congiunto (padre o fratello)», ha introdotto nell’ordinamento, in via diretta e generale, un dovere di astensione per i pubblici ufficiali (tra cui i governanti e i legislatori), che si trovino in una situazione di conflitto di interessi (Cassazione VI, 19 ottobre 2004, Evangelista RV 23 14 77).

E il ministro Boschi non sembra si sia astenuta nella emanazione del provvedimento salva banche da parte del Governo.

Ferdinando Imposimato

Ferdinando Imposimato

Esprimiamo la nostra solidarietà ai risparmiatori frodati e gratitudine al M5S e alle associazioni Adusbef e Federconsumatori per la loro battaglia in difesa dei risparmiatori frodati da 4 banche, condividendo la proposta che paghi la Banca d’Italia con le sue riserve da 20 miliardi di euro. Il decreto governativo “salva banche” emanato dal Governo Renzi avallerebbe la truffa ai danni di decine di migliaia di piccoli risparmiatori. Il frutto del lavoro di una vita.

Del danno ai risparmiatori, per culpa in vigilando su Banca Marche, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di risparmio di Chieti, dovrebbe rispondere in primis la Banca d’Italia, chiamata a controllare la regolarità delle gestione delle 4 banche private, e che invece non si sarebbe accorta di nulla.

La mancata soluzione dei problemi in materia di risparmio deriva da situazioni configgenti in cui versa la Banca d’Italia. Che da un lato svolge compiti di vigilanza e controllo sugli istituti di credito; e dall’altro è organo di tutela dei risparmiatori, cui la Costituzione assegna una speciale protezione all’articolo 47 della Costituzione: «La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme». Le operazioni truffaldine delle banche sono state il risultato di controlli pressoché inesistenti di Banca d’Italia. Gli organi di controllo sono un costoso apparato di supporto per una miriade di delitti (truffa, falso in bilancio, bancarotta, riciclaggio) al cui confronto i reati del crimine organizzato sono poca cosa.

La Banca d’Italia versava inoltre in conflitti di interessi. Tra i suoi azionisti vi sono le banche che hanno venduto a centinaia di risparmiatori i titoli carta straccia: Cassa Risparmio di Ferrara, la Banca Marche e la Cassa Risparmio Provincia di Chieti, che dovevano essere controllate da Banca d’Italia.

Le banche erano legate a politici che hanno interessi a favorire finanziamenti localistici, aperture di sportelli, prestiti a gruppi di clientes e roba del genere. Un guazzabuglio di conflitti di interessi non risolti.

Infine il Cicr, il comitato per il credito e il risparmio, organo che dovrebbe controllare la regolarità della condotta del Governatore della Banca d’Italia, è composto dallo stesso Governatore che dovrebbe essere controllato, e da rappresentanti delle banche controllate.

Ma sopra ogni cosa, tornando alla nostra premessa, il decreto “salva banche” potrebbe integrare anche il delitto di cui all’articolo 323 del codice penale che punisce l’abuso in atti di ufficio. Il decreto, infatti, è stato emesso da un Governo che, almeno per la presenza di un suo membro, versa in conflitto di interessi nel salvataggio di quattro banche, di una delle quali era vicepresidente il padre del ministro Maria Elena Boschi. L’articolo 323 del codice penale, secondo la legge, si applica anche ai governanti, poiché pubblici ufficiali sono anche i membri del Governo, come vuole l’articolo 357 del codice penale: «sono pubblici ufficiali coloro i quali esercitano una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa». Forse esisteva un conflitto di interessi del ministro Boschi: se avesse firmato il decreto, lo avrebbe fatto per salvare la Banca di cui il padre era vicepresidente.

Vittime di questa operazione sono i piccoli risparmiatori che il Governo doveva tutelare, «disciplinando, coordinando e controllando l’esercizio del credito», come prevede l’articolo 47 della Costituzione.

Il decreto è stato inoltre emanato in violazione dell’articolo 97 della Costituzione, che impone ai pubblici ufficiali, anche al Presidente del Consiglio e ai Ministri, il dovere di buon andamento e imparzialità. Articolo violato dall’emanazione del decreto, con un ministro in conflitto di interessi, e attraverso i mancati controlli su Bankitalia.

Una situazione, peraltro, che si è già verificata per altre banche, senza che siano state adottate misure di prevenzione. Il danno sarebbe ancora più grave se il decreto fosse convertito in legge, come sembra che il Governo volesse fare fissando la seduta della Commissione per domenica 6 dicembre 2015.

Occorre risarcire i risparmiatori e cambiare le leggi risolvendo i vari conflitti di interessi, causa prima della corruzione.

 

In apertura Maria Elena Boschi.

 

Per approfondire:

L’ELEMOSINA DI SANTO PADOAN. E I “SONNI” DI BANKITALIA E CONSOB

leggi

 

 

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