Come Hiroshima?

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La paura dell’Isis fa novanta nella semisfera del mondo occidentale e un paio di notizie, quasi più allarmanti perfino del rischio attentati, deflagrano contemporaneamente. Hollande e l’intera compagine moderata di partiti francesi alzano il tiro del contrasto al Califfato e si capisce perché: il contraccolpo dell’impreparazione a prevenire azioni sanguinose compiute da jihadisti per lo più noti all’intelligence ha eroso la credibilità del governo e portato acqua al mulino di Marine Le Pen. E così, mentre gli oppositori del Front National tessono la trama di un’alleanza tra sinistra e moderati per contrastare le velleità della destra che dice di puntare all’Eliseo, Hollande assume i toni duri che si aspetta l’orgoglio nazionalista della Francia e perché non restino promesse volatili annuncia l’intenzione di destinare i potenziali attentatori dell’Isis a un carcere ispirato al lager di Guantanamo. In pratica, il presidente ipotizza la fotocopia della detenzione contestata dal mondo per trattamenti disumani e ricorso alla tortura che Obama nonostante l’impegno assunto dopo l’elezione non ha saputo cancellare. Evidente, non è a questo che pensa Hollande, ma gli sarebbe difficile impedire violenze e soprusi in nome della vendetta francese dei suoi morti. Notizia numero due: l’orientamento di Putin a far parte nel ruolo di protagonista della guerra al Califfato allarma il mondo per una frase che se riflettesse intenzioni concrete avrebbe gravissime conseguenze. Putin si augura di non dover ricorrere ad armi nucleari (missili) per stroncare la resistenza dell’Isis alla guerra dichiarata dall’Occidente. Vuol dire che comunque ha pensato a questa soluzione e l’idea stessa ripropone il delitto contro l’umanità delle atomiche sganciate dagli Stati Uniti sul Giappone, ma la minaccia ha in sé un altro elemento di preoccupazione. I leader del fondamentalismo islamico potrebbero rispondere con l’uso di armi chimiche che sembra stiano in gradi di preparare. L’Italia ha di che temere dall’inasprimento della guerra all’Isis per l’allarme lanciato dagli alleati che prevedono l’estensione alla dei territori occupati dal Califfato alla Libia, dove è consistente la presenza economica italiana e perché teorica base di partenza di terroristi verso il nostro Paese, infiltrati nella massa di migranti.

 

Settecento ragioni per il mea culpa dell’Occidente

Migranti: i corpi di vittime innocenti della fuga dai Paesi in guerra, da violenze e povertà estreme, chiedono perché il mondo consenta la strage di vite ingoiate dal Mare Nostrum durante traversate ad alto pericolo di morte. C’è un numero, settecento, che racconta la tragedia dei bambini strappati alla vita nei viaggi della speranza, su gommoni stracolmi, incompatibili con il pericoli del mare e su barcacce in balia delle onde: settecento bambini che padri e madri disperati hanno imbarcato, incuranti del pericolo, nell’illusione di dar loro un futuro. Quei morti pesano sulla coscienza del mondo occidentale che ora prova ad accoglierli come risarcimento per aver depredato i luoghi di provenienza, prima con il colonialismo d’espansione, poi con la rapina dei risorse preziose, senza curarsi di risarcire il maltolto in termini di benessere collettivo e progresso democratico, anzi favorendo il dispotismo di tiranni organici ai propri interessi.

 

Calcio: è sempre uno sport?

A quando l’operazione di risanamento dei un mondo malato, qual è il calcio, che riflette come uno specchio la degenerazione del mondo occidentale? Scandali su scandali (la Fifa di Blatter e Platini, il calcio scommesse, le cifre da sballo investite da petrolieri e nababbi russi, thailandesi, arabi per appropriarsi di club storici, il razzismo, la violenza del teppismo ultra) hanno reso irrespirabile l’aria di uno sport che strappa ragazzini imberbi alle famiglie perché potenziali assi della pedata, dà luogo al famigerato “mercato di compravendita” di giocatori valutati decine e decine di milioni e satura gli interessi di miliardi di cosiddetti appassionati grazie al bombardamento quotidiano di quotidiani, settimanali, radio e telegiornali, programmi di approfondimento sul tema. Succede a Napoli, dove si disputa un incontro di Europa League senza alcun interesse di punteggio: la squadra azzurra ha già tagliato il traguardo della qualificazione ai sedicesimi di finale, al primo posto del girone. Ebbene, sono “sbarcati” a Napoli ottocento ultra polacchi, al seguito del Legia Varsavia e si sono verificati atti vandalici, ampiamente annunciati. Ore di scontri, sedici arresti, undici feriti tra gli agenti di polizia, tensione tra opposte tifoserie, rivali da tempo. Tutto è cominciato nel pomeriggio nelle vicinanze dell’aeroporto di Capodichino e gli scontri sono proseguiti nella centralissima piazza Garibaldi. Si teme che il pericolo si ripresenterà allo Stadio San Paolo e ritorna la domanda: a quando la rifondazione di questo sport ?

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