Di miracolo in miracolo

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Uno dei presupposti per santificare un uomo o una donna religiosamente speciali, ma soprattutto un Papa, predestinato per definizione all’alto riconoscimento, è molto utile la presunta constatazione di uno o più miracoli compiuti in vita. Il caso più frequente è la guarigione da mali considerati incurabili dalla medicina allopatica, ma contestata da chi la spiega autorevolmente con l’intervento di quella parte del cervello (l’emisfero destro) che sovrintende, tra l’altro, alle fondamentali prerogative antitumorali del sistema immunitario (abitualmente latenti), se sollecitate da forti suggestioni (la fede, il misticismo di Lourdes, il carisma di persone particolari, non necessariamente medici) che lo attivano e aggrediscono il tumore riducendolo o eliminandolo del tutto. Che papa Francesco sia dotato di carisma è palese e si spiegherebbe così l’episodio della bambina di due mesi, affetta da un tumore al cervello, regredito a dispetto della diagnosi medica di irreversibilità. Gianna, è una di tanti bambini che i genitori porgono al papa durante i percorsi tra la folla di piazza San Pietro. A distanza di mesi dalla carezza di Bergoglio sulla sua testina, i genitori affermano che il cancro è quasi scomparso e attribuiscono il netto miglioramento al miracolo di Papa Francesco. Vedremo cosa ne pensa il pontefice, se avrà voglia di commentare l’episodio, ma è certo che sarà chiamato a operare un altro miracolo per sventare il pericolo di soccombere a nemici esterni (l’Isis?) ed interni. Notizie da confermare rivelano l’affermazione di un vescovo che parlando di Bergoglio avrebbe detto “Lo faremo morire come l’altro papa…”

Nella foto papa Francesco accarezza i bambini

 

Guerra alla guerra?

Il rischio, evidente per chi vuol vedere, è che la caccia all’Isis degeneri. L’episodio degli F16 turchi che hanno abbattuto un caccia bombardiere russo va molto di là dalle ragioni dell’uno e dell’altro. L’aereo attaccato poteva evitare di sorvolare invadere gli spazi aerei della Turchia (se così è stato) e Erdogan avrebbe potuto contestare a Putin l’invasione, con fermezza, senza arrivare a far fuoco sul caccia in missione siriana anti Isis. Se mancassero i motivi di riflessione sulle strategie per fronteggiare gli attacchi del Califfato al mondo occidentale, ecco la rabbiosa vendetta dei parigini che aggrediscono i musulmani, estranei all’estremismo jihadista, solo per essere musulmani. Venezia è la risposta saggia all’odio che non distingue tra musulmani integrati a fatica nei Paesi che li ospitano e fanatici islamici, potenziali o accertati terroristi. I funerali con rito civile di Valeria Solesin, la ragazza italiana uccisa negli attentati di Parigi, sono un momento alto, da imitare, della strategia dell’integrazione che dovrebbe guidare il progetto di sconfitta del Califfato. Nella piazza San Marco, gremita e non solo di veneziani, rappresentanti di diverse religioni (Islam compreso) hanno fatto sentire la loro voce di solidarietà per Valeria, di moderazione e coesistenza rispettosa con il cattolicesimo, di promiscuità condivisa con etnie di altri luoghi della terra e dei Paesi che le accolgono. Fa bene la Francia a dichiararsi in guerra con l’Isis? L’odio, ed è anche questo vento a gonfiare le bandiere di guerra, è destinato, come dimostra la storia, a innescare azioni e reazioni e sottovaluta il pericolo che l’impossibilità a sostenere in eterno lo stato di emergenza, favorirebbe nuovi attentati contro i Paesi coinvolti in interventi militari anti Isis. Il dubbio sulla soluzione armata della lotta al fondamentalismo islamico è presente e motivato tra i politologi con competenze e internazionali. A dar loro ascolto sembrano per il momento l’Italia di Renzi, la Spagna, alcuni Paesi del Nord Europa, mentre lo ignorano Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Russia. Vedremo chi ha ragione, ma nel frattempo auguriamoci che abbia la meglio l’ottimismo del nostro governo che sbandiera l’efficienza dei nostri servizi segreti e la tutela della sicurezza garantita da forze di polizia ed esercito con la cautela espressa dal ministro degli Interni Alfano che ha ridimensionato il rischio per l’Italia, ma ha ammesso che non esiste il rischio zero.

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