Don Raffaele Cutolo ritrova la memoria e parla del caso Moro. Ma è solo un tric trac…

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Le grandi rivelazioni di don Raffaele Cutolo. Il sipario che sta per alzarsi sul caso Moro. E forse su altri Misteri di Stato. Peccato che quei verbali top secret – fresco scoop di Repubblica – siano, stando alle ‘esplosive’ anticipazioni, poco più di un “tric trac”. Perchè già quasi vent’anni fa, a metà 1986, un fedelissimo di Cutolo, il superpentito Pasquale D’Amico, aveva addirittura verbalizzato sui rapporti organici fra ‘ndrangheta e camorra.

Ricostruiamo gli ultimi fatti. Da alcuni mesi è al lavoro l’ennesima commissione parlamentare, uno dei soliti inutili orpelli messi in piedi da quei partiti che dovrebbero far luce sulle loro stesse connection mafiose (Servizi compresi) o affaristiche. Presieduta dall’ex Dc, poi Margherita, quindi Pd, il cattolico Giuseppe Fioroni, la ‘nuova’ (sic) commissione Moro scaturisce dopo l’uscita di alcuni libri e l’intervista tv di Giovanni Minoli all’ex super agente Cia Steve Pieczenik che ammetteva l’eterodirezione delle Br e – soprattutto – che “Moro doveva morire” (come s’intitola il volume pubblicato nel 2009 da Chiarelettere, autori Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato). Si vuole (ri-sic) finalmente far luce, dopo quasi quarant’anni dall’eccidio di via Fani. “Frenetici” i lavori della commissione, che sente la bellezza di 41 testi, raccoglie una montagna di documenti, elabora quasi 1500 pagine di scrupolose indagini e “riflessioni”. Tutti documenti “liberi” o al massimo “riservati” – come spiega Repubblica – solo uno è secretato, e protocollato con il numero 1027 e datato 21 settembre 2015.

La ricostruzione dell'agguato di Via Fani

La ricostruzione dell’agguato di Via Fani

Ma cosa contiene di tanto esplosivo il verbale firmato Cutolo, e acquisito dal luogotenente Giuseppe Boschieri per conto della commissione Moro? Ecco il clou, come anticipato da Repubblica: “quando ero nel carcere di Ascoli Piceno – verbalizza a settembre di quest’anno don Raffaele nel super penitenziario di Parma, dove è ristretto da tempo, sempre in regime “duro”, come succede ormai da 23 anni – seppi che in epoca immediatamente anteriore al sequestro Moro ci furono ripetuti contatti di membri delle Br con ambienti ‘ndranghetisti al fine di acquisire armi in favore dei terroristi”.

“Avrei potuto salvare Moro – aggiunge l’ex capo della Nco – così come feci tre anni dopo con Ciro Cirillo, quando lo Stato mi chiese di intervenire. Ma per Moro non andò così. Avviai delle trattative coi brigatisti in carcere, ma a un certo punto Vincenzo Casillo mi disse: leva ‘e mani (togliti di mezzo, ndr). Seppi poi che Casillo lavorava anche per i Servizi”. E Casillo, alias ‘o Nirone saltò in aria per una bomba nella sua vettura a Roma, in pieno centro storico: per i segreti del caso Moro? O quelli legati alla fine del banchiere di Dio, Roberto Calvi, impiccato sotto il ponte dei frati neri a Londra?

Torniamo alla commissione Moro. E’ stato lo stesso Cutolo, a quanto pare, dopo decenni di tombale silenzio, miracolosamente ad “aprirsi”. Venuto a sapere dei lavori della commissione, chiede di essere sentito. Vuole parlare, non ‘pentirsi’ o ‘collaborare’, ma raccontare. Aveva cercato di farlo anni fa. Nel 2010, davanti con i pm di Salerno, sembrava intenzionato a rompere quel muro alto mezzo secolo di omertà. Fu il pm Adolfo Greco a dichiarare ai media locali: “ho ascoltato Raffaele Cutolo per mesi e mesi. Era pronto a collaborare, poi fece dietro front. Ci incontravamo nel carcere di Carinola, in provincia di Caserta”.

Franco Roberti

Franco Roberti

Ma c’è un altro tassello ben più rilevante, quello dell’attuale vertice della Direzione Nazionale Antimafia, Franco Roberti, per anni pm a Napoli, poi numero uno della Dda partenopea, quindi procuratore capo a Salerno. Così ricostruisce il sito Metropolis web: “Roberti era quasi riuscito nell’impresa più ardua degli ultimi anni, far parlare l’ex superboss. Cutolo, secondo il racconto che Roberti affida alla stampa questa mattina (6 marzo 2010, ndr), era pronto a vuotare il sacco, partendo dalla trattativa per la liberazione di Aldo Moro”. Proprio quel giallo. Ma quale fu la “scusa”, allora, per non collaborare? “Le mie donne mi hanno detto di non pentirmi”, fu la versione ufficiale. “In realtà – ecco le parole di Roberti, allora – Cutolo ebbe pressioni da parte dei Servizi segreti”.

Ma passiamo alle verbalizzazioni di Pasquale D’Amico, che nell’86 già “vuotava il sacco” e ricostruiva, per filo e per segno, tutti i rapporti tra camorra e ‘ndrangheta, e in particolare quelli tra il boss calabrese Paolo De Stefano e quello della Nco Raffaele Cutolo. Ecco cosa scriveva, su D’Amico, quasi vent’anni fa, la Voce: “E’ uno dei più grossi depositari di segreti per l’affaire Cirillo: infatti, a quel tempo, era detenuto nel carcere di Ascoli Piceno insieme a Raffaele Cutolo. Uno dei primi e più fidati affiliati del clan Cutolo, presente fin dagli esordi nella direzione strategica della Nco, soprannominato ‘o cartonaro”.

Ma leggiamo quelle parole di Pasquale D’Amico: “Cutolo era molto legato a Paolo De Stefano, con il quale si scambiavano favori consistenti in omicidi. Io stesso ho eseguito l’omicidio di Antonio Cesare, legato al clan di Domenio Tripodo, detto Mico, per conto di Cutolo”. E poi: “All’omicidio di Cesare, avvenuto a Napoli ai primi di aprile 1979 assieme a Pasquale Antonucci e Vincenzo Casillo, seguirono altri omicidi, commessi dagli uomini di Cutolo per conto dei De Stefano”.

Ferdinando Imposimato

Ferdinando Imposimato

Le lunghe e articolate verbalizzazioni di D’Amico (che riportiamo insieme all’inchiesta integrale di allora) erano state rese, il 5 novembre 1983, al giudice istruttore Ferdinando Imposimato, che già allora aveva intuito le connection tra mafie (camorra/mafia/’ndrangheta) e apparati deviati. Tanto che proprio il 20 ottobre 1983 venne trucidato suo fratello, Franco Imposimato, sindacalista della Face Standard di Maddaloni (uno dei presìdi industriali scomparsi da quei territori ormai sotto il totale controllo dei Casalesi).

Anche in Calabria alcuni coraggiosi pm erano impegnati per tentare di scoprire – parliamo sempre di vent’anni fa – quei maxi accordi tra cosche. Così metteva nero su bianco l’allora giudice istruttore di Palmi Franco Greco: “Raffaele Cutolo è un gregario di Paolo De Stefano. La Nco ha solidi legami nel reggino”. Così scriveva la Voce: “Il solido rapporto Cutolo-De Stefano è sottolineato anche dalle rivelazioni di un grosso pentito calabrese, Pino Scriva, detto ‘fune d’oro’ per le sue innumerevoli evasioni, specializzato in sequestri e considerato un ‘autonomo’ nella mappa della ‘ndrangheta”. E proprio dai De Stefano “venne fornito ai terroristi fascisti di Concutelli il mitra servito per l’uccisione del giudice Occorsio”…

Adesso Cutolo – che alla libertà antepone la dignità – decide di aprire i forzieri della memoria (mentre l’altro suo fedelissimo, Pasquale Scotti, l’uomo dei rapporti con i Servizi, sta tornando dalla latitanza brasiliana). Se il buongiorno si vede dal mattino, Lorsignori possono dormire per anni fra tanti soffici guanciali….

 

In apertura, Raffaele Cutolo

 

cop art 86

Qui sotto il pdf originale dall’archivio Voce dell’inchiesta pubblicata nel numero di luglio-agosto 1986: “Camorra e ‘ndrangheta unite nella lotta”

inchiesta VOCE luglio 1986

 

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