Tredici miliardi spesi male: gli F35

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Nelle pieghe della legge di stabilità si scopre che il governo, in contrasto con il coro di critiche, riferimenti alla Costituzione, buon senso, indicazioni del Parlamento e riflessioni sulle priorità di spesa delle risorse disponibili, viene meno all’impegno di ridurre l’acquisto di bombardieri F35 e si appresta a comprarne 90, per la stratosferica cifra di 13 miliardi di euro. C’è da scommettere che il governo, per fare passare la scellerata decisione, invocherà l’emergenza della “guerra “ all’Isis, ignorerà il dettato costituzionale che vieta il ricorso alle armi, in nome di un’Italia pacifista e porterà a compimento l’operazione, per non scontentare gli americani, costruttori degli F35 e forse per mettere a tacere la tangibile, possibile riconoscenza della società che costruisce i cacciabombardieri, che tra l’altro ancora non superano i test di collaudo per una serie di problemi legati alla sofisticata tecnologia dei comandi.

Nella foto l’F35

 

Intelligence, ma intelligente?

A proposito di intelligence, che in Francia ha clamorosamente fallito al punto di ignorare segnalazioni di imminenti attentati e di lasciare liberi soggetti segnalati come potenziali terroristi (uno era nel commando dell’attacco a Parigi), le persone di normale buon senso e legittima curiosità si chiedono se è difficile scoprire chi compra il petrolio dell’Isis e mette nelle casse del Califfato un milione e mezzo di dollari al giorno. Domanda: come mai i raid aerei di americani e francesi non colpiscono facili bersagli come gli impianti petroliferi in mano all’Isis? Opinione condivisa da chi vuole davvero sconfiggere lo jihadismo è che l’arma più efficace è minarne l’economia e dunque di non comprare l’oro nero da Abu Bakr Al Baghdadi. Se la coalizione europea, ora in apparente accordo con Putin, volesse perfezionare l’attacco alle fonti della disponibilità finanziaria che consente all’Isis di arruolare miliziani e progettare la “guerra” all’occidente, dovrebbe dare veramente carta bianca ai servizi segreti per accertare chi fornisce le armi ai fondamentalisti islamici. Fosse vera la denuncia di Putin renderebbe aria fritta le considerazioni appena enunciate: dice il leader russo che i terroristi sono finanziati anche da membri del G20, come risulta da informazioni riferite ai colleghi del summit di Antalya in Turchia.

Nel frattempo l’Isis si struttura in forma di Stato, il cosiddetto Stato Islamico, e conia una sua moneta, il dinaro d’oro. La novità si accompagna come sempre a farneticanti dichiarazioni sul capitalismo schiavista sostenuto dal dollaro. Non è noto dove il Califfo collocherà una prevedibile imitazione di Fort Knox, ma è certo che la sua megalomania è alimentata da profitti che potrebbero essere stroncati dalla potenza militare dell’Occidente (se fosse davvero unito). I fondamentalisti sono in gradi di coniare monete d’oro, d’argento e rame ? Sicuramente sì. Gli orafi dei territori dove sventolano le bandiere nere degli jihadisti sono in possesso di macchinari italiani importati di recente e l’oro non manca, in gran parte sequestrato a banche irachene.

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