Migranti / Se il papa è costretto a fare un appello ai cattolici, vuol dire che siamo messi male

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Povero papa Francesco! All’Angelus di domenica 6 settembre ha dovuto rivolgere un appello “alle parrocchie, alle comunità religiose, ai monasteri e ai santuari di tutta Europa ad esprimere la concretezza del Vangelo e accogliere una famiglia di profughi”. Finalmente, avranno detto in molti. Purtroppo, dico io. Se il papa è costretto a fare un appello ai cattolici, vuol dire che siamo messi male. Quell’appello è il sintomo di una chiesa che fa poca accoglienza, delegandola solo a qualcuno, solitamente a quei preti sfigati che vengono tollerati dalla gerarchia e dai cattolici che contano, e che non faranno mai carriera. Eppure l’ospitalità allo straniero dovrebbe essere nel DNA del cristiano; un’ospitalità gratuita, non un’occasione di affari, come già qualche collega prete intravede, lamentandosi delle scarsezze economiche della propria parrocchia.

“Mi rivolgo ai miei fratelli Vescovi d’Europa, veri pastori, perché nelle loro diocesi sostengano questo mio appello, ricordando che Misericordia è il secondo nome dell’Amore”. E’ l’ammissione di un fallimento: nemmeno i vescovi europei – “veri pastori”? – fanno quello che dovrebbe essere scontato soprattutto per loro, tutti presi dalla gestione del potere, dei privilegi e della carriera. E il papa ha avuto il coraggio di uscire allo scoperto e gridare quello che oggi non fa piacere a nessuno sentire: i migranti, i rifugiati, non interessano a nessuno. E troppo spesso non interessano neanche a noi cristiani che, così facendo, spranghiamo la porta a Gesù Cristo presente, vivo e vero nel povero, e ci trastulliamo invece con l’adorazione eucaristica: con un’ostia fin troppo asettica che non ci contamina le mani e la vita come le carni del bisognoso.

Negli anni ’90 sono stato parroco di Sant’Angelo a Scala in provincia di Avellino, una minuscola comunità di montagna, una modestissima parrocchia povera di risorse umane ed economiche, alle cui porte un giorno ha bussato una famiglia di profughi serbi, considerati clandestini dalla legge. Non mi ero mai occupato di immigrati prima di allora ma, con la mia comunità, abbiamo deciso di ospitarli in canonica e di farci carico della loro situazione. Poco dopo, sono arrivati dei profughi albanesi; li abbiamo accolti nello stesso modo, anche se dovemmo scontrarci con la solita burocrazia statale e, purtroppo, con i vertici della diocesi che mi hanno intimato di non mettermi contro la legge. Con la mia comunità abbiamo discusso e deciso di disobbedire alle leggi italiane e ai superiori della diocesi: come ci ricorda il libro degli Atti degli Apostoli bisogna “obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”.

Nella Chiesa italiana vi è chi si occupa in modo specifico e organizzato di immigrati. Ma esistono anche troppe parrocchie dove si “batte l’aria”, istituti religiosi e monasteri grandi e spesso semivuoti. Da tempo avremmo dovuto spalancare queste porte per accogliere i rifugiati e i migranti, fare in modo che non si dovessero contare sulle dita di una mano gli uomini di Chiesa che aprono gratuitamente le case e il cuore al fratello bisognoso. Per non parlare dei solenni, spaziosi e silenziosi palazzi episcopali che i vescovi dovrebbero spalancare, finalmente, all’ospitalità. Eppure molti cattolici si battono per inserire nella costituzione europea il riconoscimento delle “radici cristiane” del nostro continente. Spesso sono gli stessi che vorrebbero cacciare i profughi dall’Europa, come se le radici cristiane, se ci sono, si riducono ad un freddo crocifisso da imporre nelle aule scolastiche, e non all’accoglienza dei crocifissi in carne ed ossa, dei tanti povericristi.

Proprio noi cristiani avremmo dovuto, già da tempo, invitare i migranti a restare in Italia, avremmo dovuto mandare i traghetti a prenderli sulle coste africane, per non lasciarli crepare in mare. Avremmo già dovuto farlo perché in ogni caso hanno qualcosa da regalarci, perché se restano, possono aiutare questo Paese a cambiare; avremmo dovuto dimostrare con forza che non ci sono soltanto quelli che non li vogliono: per fortuna, ci sono italiani contenti di averli tra noi, e non vedo per quale motivo debba comunque prevalere il razzismo dei tanti, rumorosi e inconcludenti Salvini. Di fronte alle leggi inefficaci e, a volte razziste, che i vari governi hanno approvato negli ultimi anni per tentare di regolamentare il flusso migratorio, noi cristiani avremmo dovuto proporre e pretendere leggi giuste capaci di regolamentare senza umiliare.

Madre Teresa di Calcutta chiedeva alle sue sorelle di dormire per terra perché così avrebbero potuto far propria l’urgenza del disagio di quelli non hanno dove dormire. Sono certo che anche in Italia, a prescindere dall’appello del papa, ci sono tante persone che, se proprio non dormono per terra, sono tuttavia davvero felici di stringersi un po’ per fare posto alle sorelle e ai fratelli migranti.

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