Francesco, papa a rischio?

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Lo ha detto più volte “non durerò a lungo”. Intendeva seguire Ratzinger nella scelta più o meno prossima di abdicare in favore di un successore o ha prefigurato l’ipotesi non peregrina di un complotto per zittire il suo oramai conclamato “marxismo”? Nessun dubbio: papa Francesco nel breve mandato di pontefice ha sfidato nemici potenti, interpreti discutibili del potere temporale della Chiesa, complici di degenerazioni del cattolicesimo, specialmente clamorose nell’ignobile capitolo della copertura a vescovi e sacerdoti pedofili, nell’amministrazione spregiudicata della finanza gestita per il Vaticano dallo Ior, protagonista nella cronaca giudiziaria. Se non bastasse, Bergoglio ha recuperato, a partire da modelli di spartanità, l’ideologia della Chiesa dei poveri, ha condannato senza perifrasi la corruzione, ha scomunicato i mafiosi, ammonito le ricchezze accumulate sulla pelle dei deboli del mondo, inchiodato sul banco degli accusati i produttori di armi, il fondamentalismo religioso, il razzismo, l’intolleranza, l’egoismo, tout court l’ingiustizia sociale, il maschilismo, la pena di morte. Ha chiesto alla Chiesa di accogliere i divorziati, ha esaltato il ruolo delle donne, ha mostrato benevolenza nei confronti dell’omosessualità, ha posto la pace in cima all’azione diplomatica che solo per citare l’esempio più significativo ha spinto gli Stati Uniti a porre fine al regime di conflittualità con Cuba. Le minacce dell’Isis di colpire Roma e la Chiesa sono in realtà dirette al Pontefice, capo del cattolicesimo che proclama la compatibilità di ogni religione? E a cosa prelude la crociata di undici cardinali che contestano le aperture del Papa ai divorziati e ai diritti delle coppie gay? Sembra perfino tardiva l’iniziativa di Ruini e di altri dieci alti prelati, soggiogati dai due anni di pontificato spesi nel segno del rinnovamento della Chiesa, granitica nei secoli nella difesa di un impianto conservativo e di chiusura all’evoluzione sociale. Non è ancora guerra intestina, ma sembrerebbe certo l’avvio di un progetto di rivincita di parte del clero, scosso dal cambio di rotta di Francesco che nelle sue esternazioni americane ha ipotizzato la partecipazione più attiva dei laici nella società che evolve rapidamente, un ruolo più consono alle doti delle donne.

 

 

Rai? Per De Luca induce a depressione

Bel tipo Vincenzo De Luca. E’ condivisa da molti la considerazione sull’anomalia della condanna subita per abuso d’ufficio, “reato” tra virgolette, che almeno una volta nel corso del mandato compie ogni sindaco per contrastare vincoli burocratici troppo rigidi. Di qui a insultare i media il passo dovrebbe essere lungo e non lo è. Nella sua Salerno, sul palco della festa di Scelta Civica, ha definito Rai3 “fabbrica di depressione”. Si è riferito, non esplicitamente, a programmi di approfondimento. A “Ballarò”, “Presa diretta” di Iacona, forse a “Report” che esercitando il loro mestiere di informare non tralasciano di criticare il governo e il Pd, se e quando lo ritengono giornalisticamente legittimo. De Luca non si fa mancare nulla dal punto di vista dell’insulto e aggiunge che la terza rete della Rai compie atti di camorrismo, d’imbecillità. Il Fatto quotidiano ricorda che il presidente della giunta regionale della Campania non è nuovo a queste sortite, precedute dall’affermazione che Saviano si inventa la camorra per non essere disoccupato e che il giornalista Peter Gomez è “consumatore abusivo di ossigeno”. A quando i giornali bruciati in piazza?

 

Barcellona: meglio soli che male accompagnati

Una Spagna che si sdoppia, smembrata dal separatismo catalano? L’ipotesi non è campata in aria a detta dei sondaggisti che prevedono la conquista della regione indipendentista (70% di consensi nell’area metropolitana di Barcellona) da parte dei catalani e l’annunciata rivendicazione di autonomia da Madrid. Le preoccupazioni dell’Europa non sono infondate. Le conseguenze dell’autonomia di cui è portavoce per la Catalogna Arturo Mais potrebbero portare all’uscita della Spagna dall’Unione Europea, a invogliare altri a seguirlo in questa separazione, per esempio in Italia Veneto e Lombardia, governate dalla Lega che non nasconde intenzioni indipendentiste. Si va al voto anticipato nel Paese iberico scosso dalla straripante vittoria dei separatisti al referendum, malgrado il no di Madrid, e dalla preoccupazione di contraccolpi per l’economia del Paese.

 

 

 

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