L’ARCHIVIO DI RIINA (CON L’ELENCO DI 3000 NOMI) E’ NELLE MANI DI MESSINA DENARO. LO RIVELA GIOACCHINO LA BARBERA

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Finalmente alcuni squarci di luce nei profondi bui di “Stato” sulle stragi. Arrivano dai nostri vertici istituzionali? Dai magistrati che “brancolano” ancora alla ricerca (dopo quasi un quarto di secolo!) dei mandanti “a volto coperto” sui tritoli di Capaci e via D’Amelio? Da investigatori e 007? Macchè. Dalla viva voce di Gioacchino La Barbera, uno che conosce le verità di Cosa Nostra, i rapporti mafia-politica, proprio l’uomo che sistemò l’esplosivo usato per sterminare Falcone e la sua scorta. A intervistarlo, per Repubblica, la coraggiosa Raffaella Fanelli.

Non poche le rivelazioni, dall’omicidio Lima (“ci fu una collaborazione dei servizi segreti. C’erano uomini dei servizi sul Monte Pellegrino”), a quello Mattarella (“fu voluto da politici”), a quello Dalla Chiesa (“Credo che Dalla Chiesa sia stato ucciso per fare un favore”), fino alla presenza di uno strano personaggio nel corso della preparazione dell’eccidio di Capaci (“un uomo sui 45 anni che non avevo mai visto prima”).

Ma le chicche sono tre. E riguardano tre “sparizioni”. Partiamo dalla più succosa. Il famoso “archivio” di Totò Riina, di cui la Voce ha scritto svariate volte (beccandosi anche insulti e minacce). Abbiamo cercato di ricostruire le ore, i giorni del dopo cattura (avvenuta non per le nostre grandiose abilità investigative e militari, ma semplicemente perchè il covo è stato servito su un piatto d’argento da Provenzano), l’incredibile “non controllo” per ben 2 settimane del covo stesso, addirittura la tinteggiatura delle pareti, bagni nuovi di zecca e, trovandosi, prelievo della cassaforte: che conteneva l’archivio, compreso un “elenco bomba” da 3 mila nomi, tutti gli uomini contigui o collusi con Cosa Nostra. “La sua scoperta avrebbe fatto saltare i Palazzi”, fu il commento di Giusy Vitale, collaboratrice di giustizia; e come lei altri pentiti dissero la stessa cosa. La Voce ha scritto che quell’archivio passò in mani fidate: con ogni probabilità quelle di Matteo Messina Denaro, il boss allora emergente.

Oggi rivela La Barbera: “Dopo il suo arresto accompagnai, insieme a Nino Gioè, i figli e la moglie di Riina fino alla stazione, da lì presero un taxi per Corleone. Poi seguii la pulizia e l’estrazione della cassaforte dalla villa di via Bernini e portai in un parcheggio la golf bianca. Un’auto che ritirò Matteo Messina Denaro, con tutto quello che era stato trovato dentro la cassaforte. L’auto non era di valore quindi posso pensare che fossero più importanti i documenti”. E possiamo pensare quale uso, di quei documenti esplosivi come il tritolo di Capaci, abbia poi potuto fare la primula rossa Messina Denaro: che può contare su un potente lasciapassare per la libertà. “Ci sono cose talmente grosse che tiene sotto scacco interi pezzi della politica, imprenditori e colletti bianchi – dicono in ambienti del palazzo di giustizia a Palermo – verrà preso quando sarà ‘venuto il momento’, un po’ come è capitato col boss dei Casalesi Michele Zagaria…”.

Dopo la volatilizzazione di cassaforte & documenti, eccoci a quella di verbali e registrazioni altrettanto bollenti, relativi ad un confronto tra lo stesso La Barbera e Vincenzo Scarantino, della cui attendibilità pari a zero Sandro Provvisionato ha più volte scritto, fornendo una serie impressionante di elementi, sulla Voce. Ecco cosa dichiara oggi La Barbera a Raffaella Fanelli: “All’inizio della mia collaborazione mi fu proposto di fare un confronto audio visivo con Scarantino alla presenza dei carabinieri che lo avevano in gestione, funzionari della Dia e i magistrati di Caltanissetta che allora si occupavano del caso. Durante il confronto lo sbugiardai. Dissi subito che Scarantino non sapeva cose importanti di Cosa Nostra. Di quel confronto non c’è traccia: sono spariti verbali e registrazioni”.

Incredibile. Come del resto è misteriosamente sparita una nota firmata ad ottobre ’94 da Ilda Boccassini e Roberto Sajeva (che avevano cominciato a “gestire” Scarantino), nella quale demolivano la credibilità di quel pentito. Nota inviata al procuratore capo di Caltanissetta Giovanni Tinebra. Come mai non è stata mai presa in considerazione dai pm che hanno poi preso in mano le redini della situazione, ossia Nino Di Matteo e Anna Maria Palma? Mistero. E qualche mese fa, nel corso di un’udienza per il Borsellino quater, Ilda Boccassini è stata ancora più esplicita: “Fregnacce”, è stata la sua etichetta su quelle dichiarazioni del “pentito” Scarantino. Il quale, nel corso di una successiva udienza – al solito dimenticata dai media – ha fatto una dichiarazione clamorosa: “ha architettato tutto il pm Palma”. Una vera sceneggiata studiata a tavolino, quella di Scarantino: con tanto di copioni imparati a memoria, correzioni scritte da operatori di “giustizia”, un vero “indottrinamento” in perfetto stile sovietico. Ma in seguito a quella testimonianza 7 imputati che non c’entravano niente con la strage di via D’Amelio hanno scontato ben 16 anni di galera…

Passiamo al terzo mistero, la terza sparizione. Ossia la morte di Nino Gioè. Chiede Fanelli: “Capomafia di Altofonte e uomo fidato di Riina, Gioè si sarebbe impiccato la notte tra il 28 e il 29 luglio ’93, il giorno successivo agli attentati a Milano e Roma. Si suicidò o fu ucciso?”. Risponde La Barbera: “Non so se si è suicidato. Rispondere a questa domanda mi fa mettere nei guai con funzionari della Dia che con me si sono comportati bene… Che mi hanno aiutato. Sapevo che avevano fatto dei verbali con lui. Gioè stava collaborando, ne sono certo. Ero nella sua stessa sezione, insieme a Santino Di Matteo, e Gioè era l’unico a ricevere visite”.

In un’inchiesta della Voce (ottobre 2009) sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, riportavamo una delle scarse dichiarazioni di Totò Riina detenuto: “Chiedetelo a Di Carlo delle stragi, era lui in contatto con i servizi segreti”. Quel boss Francesco Di Carlo che torna nell’intervista di Fanelli: “Di Carlo ha dichiarato che le stragi furono pianificate in una villa di San Felice Circeo, nella provincia di Latina, in una riunione a cui avrebbero partecipato anche numerosi iscritti alla loggia massonica P2”. E La Barbera commenta: “So di riunioni con generali e di incontri tra Riina ed ex ministri democristiani. I loro nomi sono stati fatti, come quelli dei giudici che aggiustavano i processi. Il fratello di Di Carlo, Andrea, faceva parte della commissione e sapeva quello che Riina avrebbe fatto. Per questo si consegnò prima delle stragi: non voleva responsabilità”.

Così proseguiva l’inchiesta 2009 della Voce. “Erano parecchi i mafiosi in più che stretto contatto, gomito a gomito, con gli uomini dei servizi deviati, si fa per dire. A cominciare proprio da Francesco Di Carlo. E da quell’incontro del 1990 – un crocevia nella storia delle stragi – nel carcere londinese di Full Sutton, dove si trova detenuto. Riceve la visita di quattro signori (sembra un po’ il copione in salsa britannica del carcere di Ascoli Piceno ai tempi del sequestro Cirillo): tre mediorientali e un italiano. Sono arrivati lì per un consiglio: un picciotto di fiducia per ammazzare un giudice rompiscatole, Falcone. Di Carlo, a quanto pare, fa il nome di Antonino Gioè. Il quale effettivamente farà parte del commando di Capaci. Poi arrestato. Gioè, dopo un mese di detenzione a Rebibbia, viene trovato ‘suicidato’, impiccato. Non bastava una tazzina di caffè?”.

Perché – buco nero tra mille buchi neri come la pece – su quell’incontro nel carcere di Sutton non è mai stata fatta luce? E nemmeno acceso un cerino?

 

 

Nella foto di apertura, Gioacchino La Barbera, il covo di Riina e, a destra, Matteo Messina Denaro.

 

Per approfondire:

IL MITICO ULTIMO LICENZIATO DAL NOE. POTRA’ ORA DEDICARSI A ALL’ELENCO DEI 3000 NOMI?

 

22 agosto 2015

Andrea Cinquegrani

 

 

SENTIRE SCARANTINO PER CAPIRE LA TRATTATIVA

 

13 febbraio 2014

Sandro Provvisionato

http://www.lavocedellevoci.it/?p=989

 

 

 

La trattativa – TRATTI E RITRATTI DI SCARANTINO

 

25 novembre 2013

Sandro Provvisionato

http://www.lavocedellevoci.it/?p=977

 

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