INDAGATA PER CORRUZIONE INTERNAZIONALE LA TECHINT DI GIANFELICE ROCCA IL PROSSIMO NUMERO UNO DI CONFINDUSTRIA

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Grattacapi per il prossimo presidente di Confindustria, Gianfelice Rocca, a capo dell’impero energetico Techint. La multinazionale italo-argentina, infatti, è indagata nell’inchiesta della procura di Milano sulla colossale corruzione internazionale che coinvolge la brasiliana Petrobras, big del petrolio verdeoro.

I pm meneghini Fabio De Pasquale e Isidoro Palma, in particolare, hanno puntato i riflettori su un contratto stipulato da Petrobras con le “due” Saipem, ossia Saipem società anonima, quartier generale in Francia, e la consorella Saipem do Brasil.

Ad agosto il nucleo di polizia tributaria delle fiamme gialle di Milano ha perquisito sia gli uffici milanesi di Saipem che quelli di Techint: contestualmente sono partiti gli avvisi di garanzia.

Un brutto colpo per Rocca, che sta scaldando i muscoli per il vertice di viale dell’Astronomia (il suo nome era stato a lungo in bilico anche per la corsa precedente, poi vinta da Squinzi). Dalla società, comunque, gettano abbondante acqua sul fuoco: “aderiamo alle normative internazionali di governo societario e rispettiamo leggi e regolamenti vigenti in tutti i Paesi in cui operiamo”.

Di diverso avviso i pm milanesi e anche gli inquirenti brasiliani. Tutto parte, infatti, da un’inchiesta dell’anno scorso che ha portato, a novembre, alle clamorose dimissioni dell’amministratore delegato di Petrobras, Maria Das Gracas Foster, vecchia amica del capo dello Stato Dialma Roussef, nonché di cinque top manager della società. Siamo solo all’inizio, dal momento che lo scandalo rischia di travolgere mezza classe politica, anche di vertice, perchè il procuratore generale brasiliano Rodrigo Janot ha chiesto alla Corte Suprema di poter processare ben 54 politici accusati di aver intascato maxi tangenti: tra gli inquisiti eccellenti ci sarebbero addirittura i presidenti della Camera, Eduardo Cunha, e del Senato, Renan Calheiros.

Colossale il giro di mazzette: secondo le ipotesi investigative ufficiali si tratta di 3,7 miliardi di dollari, ma negli ambienti economici verdeoro si arriva a calcolare la stratosferica cifra di 25-30 miliardi. A beneficiare dei soldi neri i partiti di maggioranza e opposizione (un copione ormai frequente, come da noi), in perfetto stile bypartizan: la parte del leone la gioca il partito del presidente Roussef, ossia il Partito dei Lavoratori, tanto per intenderci i sinistra progressista; ma una fetta consistente è andata anche al Partito Laburista Cristiano, un cui esponente di spicco è proprio Cunha che, come Rocca, non è preoccupato: “il caso si sgonfierà”, assicura.

Secondo gli inquirenti brasiliani, per un arco temporale molto lungo, vale a dire dal 2004 al 2012, Petrobras avrebbe pagato prezzi abbondantemente superiori per merci e servizi – sovraffatturando – al fine di creare fondi neri e quindi distribuire allegramente tangenti a destra e a manca. All’interno di questo maxi scenario di corruzione e di miliardi in nero, rientrerebbe anche il contratto 2011 con Saipem. Secondo alcune fonti, infatti, i magistrati avrebbero acquisito le prove circa le responsabilità dell’ex direttore generale di Petrobras, Renato Duque, “accusato di aver favorito ingiustamente, dietro il pagamento di tangenti, alcune società, tra cui Saipem e Techint, relativamente ad una serie di appalti”. L’inchiesta è stata denominata “Lava jato”, ossia autolavaggio, perchè una delle piste investigative più accreditate avrebbe ricostruito che uno dei canali base per il riciclaggio del danaro avveniva attraverso la fitta rete dei distributori di carburante Petrobras sparsi in Brasile.

Opusdeista convinto, ottavo Paperone d’Italia secondo Forbes con un patrimonio da 5,2 miliardi di dollari, membro delle Trilateral e tra i vip al summit Bilderberg 2015, Gianfelice Rocca con i fratelli Agostino (morto in un incidente aereo nel 2001) e Paolo ha messo su un vero e proprio impero che ruota intorno al colosso Techint, dove ha iniziato a lavorare nel 1974. Nello scrigno di Techint sono conservate altre gemme di famiglia, come Tenaris (big internazionale nelle tubature d’acciaio), Ternium, Techint Engineering & Construction (in carniere 3.500 progetti nel mondo), Tenova (leader nella siderurgia, nel 2007 acquisisce la tedesca Tekraf), Techpetrol.

Nota per i suoi slanci solidaristici, la dinasty ha dato vita al mega Istituto Clinico Humanitas a Rozzano, nell’hinterland milanese, annessa la gemma Humanitas University, ateneo privato per le scienze mediche, riconosciuto dal Miur.

Il Cavalier Agostino, comunque, è noto per le sue idee super conservatrici: “a destra della destra di Forza Italia”, commentano a viale dell’Astronomia, dove sembra certo lo sbarco nel 2016, dopo il quadriennio Squinzi. Note, ad esempio, le sue posizioni filo Riva nella bollente questione Ilva. Ad una convention degli industriali lumbard, ha sostenuto che i Riva non hanno alcuna colpa nel disastro ambientale di Taranto, ma è “lo Stato che ha sbagliato tutto, perchè non ha vigilato”. E ha aggiunto: “uno Stato assente si trasforma ex post in uno Stato punitivo, che porta alla chiusura di pezzi fondamentali dell’industria italiana o, in alternativa, allo loro nazionalizzazione di fatto. Costringendo l’esecutivo a provvedimenti che rischiano di rendere sempre più numerosi esiti analoghi in altri settori. Ciò non avviene in nessun altro Paese. O vi sono risposte istituzionali efficaci, oppure l’immagine di totale incertezza che l’Italia diffonde di sé nel mondo rende proibitivo attirare investimenti esteri, e anche sollecitare quelli nazionali”.

Nonostante ciò, s’è costruito negli anni un’ottima immagine mediatica. Leggiamo, ad esempio, cosa scrive qualche mese fa, il 6 giugno, Repubblica.it: “Colto, quattro lingue parlate, presidente di un gruppo internazionale da 25 miliardi di fatturato e 60 mila dipendenti, per otto anni vicepresidente di Confindustria, da tre alla guida di Assolombarda, la più potente associazione imprenditoriale italiana. Ha le carte in regola, Gianfelice Rocca. E di li si parla già come del “Candidato Ideale” alla carica di presidente di Confindustria”. Maiuscole a parte, il lungo articolo è uno sperticato elogio del Grande Imprenditore Illuminato, capace di “fatti concreti” e di incredibili proiezioni verso il futuro industriale, verso l’Innovazione: anche se adottando, piccolo neo, “moderazione salariale e flessibilità del mercato del lavoro”. E’ vero che c’è principalmente Milano al centro dei suoi sogni, con almeno 50 progetti già pronti nel cassetto, un “Nepxo” (il dopo Expo) pronto per decollare, una “Milano Città Steam” (sta per scienza-tecnologia-engineering-arti-matematica; e anche dall’inglese steam, vapore, cioè spinta per il futuro) in fase di ebollizione creativa (ci manca solo un tocco alla Bonito Oliva). Ma anche per il Paese ha le idee già chiare, e così le disegna – per lui – Giorgio Lonardi su Repubblica: “Una Confindustria a guida Rocca potrebbe essere immaginata come un grande ufficio di marketing territoriale e di project management che offra progetti e soluzioni al Paese”. Un invito a nozze per le politiche del “fare” di speedy Renzi. Il quale avrà certo tratto ottimi spunti dall’ultima opera firmata da Gianfelice per Marsilio nel 2014: “Riaccendere i motori: innovazione, merito ordinario, rinascita italiana”.

Viene da lontano, la fortuna di Techint, storicamente vocata ai mercati esteri. A metà anni ’80 il decollo, quando sul ponte di comando, oltre a Gianfelice Rocca, siede nientemeno che Paolo Scaroni, allora manager di primo pelo, poi una carriera tutta d’oro fino alla poltronissima di presidente Eni. Sud America (in pole position l’Argentina) e Africa i piatti forti. Ed eccoci in Somalia, quando il Fai (Fondo Aiuti Italiani) assegna alla Techint il compito di ingegneria e direzione dei lavori per la realizzazione di opere da 22 miliardi di lire, una serie di pozzi. A questo punto comincia una incredibile triangolazione per aggirare la legge e smistare l’appalto ad una società controllata. A luglio 1986 Techint stipula un contratto con Aquater spa del gruppo Eni (guarda caso), con l’intesa che questa avrebbe a sua volta diviso la torta con la Ecologia spa di Marcellino Gavio (oggi re di appalti e concessioni autostradali, nel dopo tangentopoli sotto inchiesta per le tangenti Itinera con l’allora presidente Eni Gabriele Cagliari, morto in carcere soffocato con una sacchetto di plastica). Ma sotto l’accordo c’è un altro accordo: il tandem Aquater-Ecologia dovrà passare l’appalto ad un’altra sigla, la Emit dei fratelli Pisante, a loro volta soci dei Rocca. Insomma, un vero ginepraio su cui cercò di far luce la procura di Monza: i giudici Dolci e Mapelli, infatti, trovano false fatture al fine di aumentare i costi e creare fondi occulti: lo stesso schema oggi scoperto dai magistrati brasiliani e dai pm milanesi. Ma quell’inchiesta monzese si perderà nelle nebbie padane.

Ovvie simpatie dc in casa Techint, ma soprattutto un forte odore di garofano. Cugina di Scaroni, infatti, è Margherita Boniver, per anni deputato psi e anche sottosegretario agli esteri. E sul versante dei soci Pisante, stretti i legami col Gianni De Michelis, psi, ministro degli Esteri; e con Paolo Cirino Pomicino (finì sotto i riflettori, inizio ’90, l’appalto per i nastri trasportatori al porto di Manfredonia). E in società con i napoletani Colucci, per i business della monnezza: allora finirono sotto inchiesta per discariche i Pisante, oggi in Lombardia – sempre per discariche – i Colucci, nel frattempo saliti alla ribalta internazionale con gli affari targati Waste Management e non solo. Grandi amici di Siad Barre, il dittatore somalo a quel tempo, i fratelli Pisante, Ottavio e Giuseppe. Fra l’altro, il figlio di Barre, Masla Mohamed Siad, con la passione per il traffico internazionale di armi, è stato ospite in Italia della famiglia Pisante.

Su questa giungla di affari e interessi stavano indagando Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Sulla cooperazione taroccata. Sui soldi Fai. E sui pozzi che venivano realizzati lungo la strada Garoe-Bosaso, percorsa da Ilaria e Miran proprio il giorno prima della loro esecuzione, quel maledetto 19 marzo 1994. In molti pozzi somali venivano trasportati fusti di scorie supertossiche provenienti via mare, dopo aver imbarcato in Italia (parecchi sospetti conducono al porto di Gaeta come epicentro), e transitato lungo le coste calabresi. Con qualche affondamento sospetto lungo il percorso (ricordate il mistero del Jolly rosso?). Ci sono foto che documentano la presenza dei fusti lungo le spiagge somale, e poi ai margini della Garoe-Bosaso. Rifiuti tossici (anche radioattivi) da scaricare nelle terre di nessuno, armi in cambio per i “costi” dell’interramento dei veleni mortali. Con una bella innaffiata di soldi per la cooperazione. Verrà mai fatta luce sulla morte dei due giornalisti?

 

In apertura, Gianfelice Rocca

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