RIFIUTI A NAPOLI / DOPO 25 ANNI TORNANO I PRIVATI. E ARRIVANO I MONNEZZA BOND

Condividi questo articolo

Un quarto di secolo, indietro tutta. E’ di 25 anni fa il primo grande appalto per la privatizzazione del servizio di nettezza urbana a Napoli. E adesso le utopie arancioni di una soluzione in tempi rapidi del bubbone storico, attraverso la differenziata, si sciolgono come neve al sole. Il Comune, infatti, ha appena aggiudicato un bando biennale per la raccolta del cartone presso gli esercizi commerciali. Una fettina, sul totale della grande torta, per un ammontare da 9 milioni di euro. E pensare che, appena qualche mese prima, ad aprile, i vertici della municipalizzata Asia, che si occupa appunto della raccolta, avevano trionfalmente annunciato: “La storia degli appalti per la raccolta dei rifiuti a Napoli è ufficialmente finita”. Come si spiega un autogol del genere, quando era in ebollizione proprio il bando per la raccolta milionaria del cartone? Misteri di palazzo San Giacomo.

Ma val la pena di fare un salto indietro, in quei bollenti anni pre Tangentopoli, quando andò in scena la grande kermesse miliardaria per la privatizzazione della monnezza napoletana. Erano gli anni in cui – negli ambienti politici e di camorra – stava maturando la consapevolezza che “la monnezza è oro”, in tutte le sue fasi: spazzamento, raccolta, trasporto, smaltimento e quindi sversamenti, discariche, senza contare le chicche dei rifiuti speciali, ospedalieri, tossici, supertossici, radioattivi e chi più ne ha più ne metta. Il grande business dei fine anni ’80 e poi ’90 fino ad oggi. Con una classe politica ingrassata su quegli appalti, una camorra sempre più holding d’affari, una fauna di faccendieri e colletti bianchi al seguito: senza dimenticare la presenza della massoneria, visto che in direzione Villa Wanda, la magione aretina del Venerabile Licio Gelli, si muovevano spesso e volentieri alcuni big dei Casalesi, in testa Francesco Bignognetti, alias Cicciotto ‘e mezzanotte, e il colletto bianco per la monnezza, avvocato Cipriano Chianese (al quale sono stati confiscati beni per decine di miliardi tra Lazio e Campania).

Quel primo appalto voluto da palazzo San Giacomo nel ’90 venne diretto dall’assessore socialista Antonio Cigliano (il figlio Dario, oggi, impegnato proprio nei magici settori di rifiuti & politica): 350 miliardi di lire per cinque anni, non male. E a spartirselo in una serie di lotti (la città venne suddivisa proprio come una torta, da ingoiare con voracità fetta per fetta) la crema delle imprese in forte odore di camorra e l’altra crema, quella delle “imprese di partito”, ossia chiaramente riconducibili ai politici di turno. Ed è così che decollano le fortune di una Risan dei fratelli Marrazzo (da anni un cugino è uno dei big di Italia dei Valori, sic), di una Spra dei La Marca da Ottaviano, il capostipite in ottimi rapporti con don Raffaele Cutolo e poi una dinasty oggi tutta votata al green e alle rinnovabili; o le sigle dei fratelli Colucci da San Giorgio a Cremano, progressivamente volate in giro per l’Italia (oggi sotto inchiesta per discariche in Lombardia) e per il mondo (con il gran business della Waste Management). Un disastro per la città – quel maxi appalto ’90 – sempre alle prese con un problema “impossibile”, per le casse comunali, ma non per i vincitori di quella lotteria e i loro referenti. Seguiranno negli anni, a livello regionale, le follie “commissariali”, con un buco nero che si allargherà sempre di più per inghiottire palate di danari pubblici, una monnezza che arriverà, certe estati, fino ai primi piani, e una camorra sempre più lanciata nel business.

E adesso? Per il cartone da 9 milioni di euro (e due anni di servizio) sono bastati due lotti. Il primo se l’è aggiudicato una società di un comune dell’hinterland, Sant’Antonio Abate, e cioè la GPN: fa capo a Nicola Alfano, parente dell’attuale sottosegretario alla Giustizia, Gioacchino Alfano, che in Gpn per un certo periodo ha ricoperto la carica di revisore contabile. Il secondo lotto, invece, è finito ad una Ati formata da “Igiene Urbana” e New Ecology srl”. Igiene Urbana fa capo al gruppo Abagnale, da molti anni impegnato nel settore, e soprattutto nei piccoli e medi comuni del napoletano: ha avuto problemi con le solite, noiose, interdittive antimafia, ma alla fine è riuscita a riottenere gli appalti. Al timone di New Ecology Umberto Ponzo, trascorsi alla Saba Ecologia, vera regina del settore, soprattutto nell’area vesuviana: anche la Saba ha fatto una vera e propria collezione di interdittive antimafia, riuscendo miracolosamente a cavarsela. Quando San Gennaro si dà da fare.

Non è finita. Perchè altri 10 milioncini dovrebbero andare al tris guidato dal colosso del “sociale” made in Napoli Gesco, che fa capo all’ex assessore della giunta arancione Sergio D’Angelo. Gesco, infatti, con le collegate Ceif e Tecton, specializzate in impiantistica, è stata l’unica partecipante (e ovviamente l’unica aggiudicataria) al bando per la realizzazione dell’impianto di compostaggio a Scampia, fortemente contestato dalla locale municipalità. Ad appoggiare finanziariamente tutta l’operazione ci sarà Banca Prossima che emetterà obbligazioni per poter ottenere altri fondi necessari al completamento dell’opera. Come li chiameranno? Monnezza bond?

 

Leggi l’articolo della Voce di settembre 1990

Articolo Voce settembre 1990

Condividi questo articolo

Lascia un commento