Dove per chi evade è carcere duro

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E’ giustamente nota, e citata ogni volta che si discute di evasione fiscale, la fine ingloriosa del boss dei boss, al secolo Al Capone. La polizia americana, considerata tra le più efficienti nel mondo occidentale, ha provato la frustrazione di intuire tutte le responsabilità del mafioso numero uno degli Usa senza poterle trasformare in prove. Il “padrino”, assistito da collegi legali potentissimi è sfuggito all’arresto fino al momento cruciale in cui il fisco gli ha contestato in maniera inequivocabile il reato di evasione. L’America è così: scopre le inadempienze dei suoi cittadini in tema di tasse e li arresta. E’ notizia la recente condanna a 27 anni di reclusione di tale James Lee Cobb III, accusato di frode fiscale per la bellezza di tre milioni di dollari che in un paio di anni si è fatto rimborsare dallo Stato con l’emissione di fatture false. In Italia neanche a pensarci di punire l’evasione fiscale con condanne esemplari, scoraggianti. Succede che tra lentezze di indagini e adempimenti, di processi a lungo termine e condanne non commisurate al reato, cioè brevi, gli evasori se la cavano e nel migliore dei casi (per loro) non finiscono in carcere ma ai domiciliari o smistati ai servizi sociali. L’incredibile è nella spudoratezza di chi governa, che denuncia l’entità dell’evasione, vicina al deficit dello Stato, si lamenta di chi l’ha preceduto, ma non affronta il problema e si accoda colpevolmente alle inerzie precedenti. A sostenere l’erario, per esser chiari, sono i lavoratori dipendenti, che onorano il dovere di pagare le tasse con il prelievo in busta paga.

 

Nella foto, Al Capone

 

Vincita letale  

Chi non pensa che i soldi facciano la felicità deve essere stato il cittadino sardo che ha giocato al Superenalotto e ha realizzato un’ingente vincita: si è dato a spese pazze, come avviene per molti giocatori baciati dalla fortuna? Ha devoluto parte della vincita in beneficienza? L’ha investita saggiamente? Niente di tutto questo. Gigi Podda si è suicidato con un mix di veleno e farmaci. Lo racconta la cronaca e riferisce di un biglietto del suicida per i familiari con questa frase lapidaria: “i soldi arricchiscono ma si è signori con il rispetto per gli altri e l’educazione”. La domanda: se questo era il credo del signor Podda, perché ha tentato la fortuna con il Superenalotto?

Casamonica show, nessuno sapeva?

Assoluzione generale di Prefettura, Comune, polizia, carabinieri, tutti distratti e, figuriamoci, della Chiesa, che non sapeva in alto loco e meno che mai in periferia, dove il parroco ha fatto come le tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo. Della questione che ha giustamente indignato la stragrande maggioranza degli italiani (ma non i mafiosi, i camorristi, gli ’ndranghetisti e le loro “famiglie” allargate) è stato investito il prefetto di Roma Gabrielli che ha indagato, riflettuto e deciso che non c’è colpevole e sì, si metteranno a punto nuovi strumenti di repressione che in futuro vietino il replay dello scandalo sollevato dai funerali hollywoodiani del boss Casamonica. Le conclusioni di Gabrielli sono una cosa all’italiana: assolvono chi non ha vigilato sul corteo, allietato dalla banda musicale al suono del “Padrino”, scortato dai vigili urbani, inondato di petali di rosa lanciati da un elicottero non autorizzato e sulla provocazione del grande poster all’ingresso della Chiesa di san Giovanni Bosco con l’immagine del boss in abiti papali e la scritta “Re di Roma”. Per capire il livello di disattenzione del sistema istituzionale di controllo, ecco il dato allucinante di case, proprietà del Comune di Roma, nella disponibilità delle famiglie legate alla cosca mafiosa dei Casamonica date in fitto al canone incredibile di 70/100 euro al mese. Lo denuncia l’assessore Esposito. Lo ha scoperto ora? E finora perché questo corollario del potere mafioso nel cuore di Roma era coperto da silenzio complice?

 

Audio e video spenti dal domenicano

Ne è al corrente Papa Francesco? C’è da ritenere che l’informazione su quanto accade nel suo regno sia attenta e puntuale e lo abbia messo al corrente delle performance di un suo ministro, il domenicano Carbone, protagonista nei giorni scorsi di un deprecabile intervento. Citando la condizione dell’omosessualità il prete ha sostenuto l’assioma gay-rischio maggiore di malattie e suicidi. Vibrate proteste contro l’inconsulta dichiarazione ma padre Carbone, non contento, nel corso di uno dei molti momenti di confronto (tema la contraccezione) nel Meeting di Comunione e Liberazione, prima ancora di intervenire come protagonista ha vietato le riprese audio e video, minacciando i contravventori di querela. Che dire, la decisione equivale a un rude intervento di censura, al disprezzo per la libertà di informazione.

 

 

 

 

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