La pandemia del turpiloquio

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Se da ragazzo ti scappava un “ma che cazzo…” la guancia si arrossava con immediatezza e spiccavano sul colorito abituale le impronte di cinque dita della mano di un padre intransigente, che tollerava solo la sobrietà del linguaggio da tenere in presenza di parenti, amici e persone occasionalmente estranee. Succedeva anche per la bestemmia, nel segno del comandamento “non nominare dio invano”. Si esagerava? Può darsi, ma con l’evoluzione-involuzione dirompente del rapporto padre-figli e in generale tra adulti e giovani, i freni inibitori hanno perso la funzione di autocontrollo e il parlato ha ospitato molteplici varietà di turpiloquio.

Trasferita la riflessione nel pianeta degradato della politica la scalata di deputati e senatori alle vette della parolaccia è diventata presto inarrestabile e ha trasformato le aule parlamentari, i comizi di piazza, il chiacchiericcio dei talk show televisivi, i post di Twitter, Facebook, Linkedin e simili e perfino i manifesti, in altrettanti territori di caccia all’insulto più greve, a una opportunistica dimostrazione di spregiudicatezza e aggressività senza veli. Campioni di questa sagra della volgarità si confermano ogni giorni i partiti dell’opposizione, in competizione senza vinti e vincitori nell’uso di ingiurie ed espressioni da trivio. Per essere espliciti si distinguono per continuità e pesantezza degli insulti i parlamentari del Movimento 5Stelle e la Lega in versione Salvini. L’aspetto peggiore di comportamenti incompatibili con l’immagine pubblica della politica è la visibilità proposta dai media televisivi che esercitando il loro mestiere mostrano risse, chiassate, scontri verbali e fisici tra eletti nel massimo organismo di rappresentanza istituzionale.

Come una pandemia lo scadimento culturale del Paese coinvolge ogni segmento sociale e ricade sui giovani, quasi autorizzandoli ad assuefarsi all’impunità di cui gode la volgarità degli adulti. Il sistema invade da tempo angoli un tempo esenti: cinema, teatro, televisione, letteratura, specialmente satira, comicità, incapaci di esprimersi senza parolacce e battute “sporche”.

Le cronache sportive (non estranee a responsabilità divulgative) raccontano ogni giorno la contaminazione dilagante che circola tra le tifoserie occupate da teppaglia violenta e razzista, gli insulti ai giocatori con la pelle nera, a meridionali o semplicemente contro avversari di calcio storici. Si aggiunge a questo corposo dossier di nefandezze il mondo tradizionalmente considerato esemplare per la correttezza di comportamenti degli atleti e del pubblico che li segue nei court dove si disputano i tornei di tennis. Il rigore del “tutto bianco” imposto per molti decenni ai giocatori (superstite solo nel tempio di Wimbledon) è stato soppiantato dagli interessi dei big dell’abbigliamento e dei campioni che incassano cifre a molti zeri per indossare magliette e accessori firmati. La rivoluzione, particolarmente evidente nella mise delle giocatrici che sfoggiano completini disegnati da famosi stilisti, marcia di pari passo con la disaffezione dei giocatori per la tradizionale correttezza in campo. Frenati molto poco dagli arbitri e dai commissari dei tornei, giocatori e giocatrici protestano con violenza, si insultano, urlano, scaraventano le racchette in terra fino a spaccarle, inveiscono con i giudici di linea, si provocano reciprocamente, in un crescendo deprecabile di scorrettezze.

Un suggerimento per la Rai e gli altri media radiotelevisivi: anziché tollerare linguaggi volgari, nella convinzione di ottenere un’impennata del maledetto share, con i programmi registrati (quasi tutti) cominciate a oscurare chi deroga da espressioni corrette, rispettose degli interlocutori e non con un “bip” ma tagliando di netto, in fase di montaggio, i trasgressori. Di più, stilate un elenco di abituali sboccati (il leader è Sgarbi, divenuto popolare per l’abituale turpiloquio) e teneteli fuori da programmi di intrattenimento o di confronto tra politici.

 

Nella foto, un talk show        

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