BUSINESS D’ORO SULLA PELLE NERA

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Quasi 7 milioni di euro per cinque mesi, da agosto a dicembre 2015. Per l’esattezza, 6.720 mila euro. Li spende la Prefettura di Caserta (quindi il Governo italiano) per dare alloggio a 1.280 migranti in arrivo sul territorio. L’ufficio del governo si era già portato avanti col lavoro emanando, il 7 luglio scorso, un bando suddiviso in otto lotti da 840.000 euro ciascuno finalizzato a “Servizi di accoglienza ed assistenza ai cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale”.

Il business, dunque, gira e l’oro nero del nuovo millennio viene prodotto a getto continuo, con fatturati di cooperative sociali ed enti dediti all’assistenzialismo che sono destinati ad impennarsi anche quest’anno, superando le decine e decine di milioni di euro del 2014 per la sola Campania.

Ma mentre i gestori dei nuovi affari sulla pelle umana si attrezzano e cercano le alleanze giuste per aggiudicarsi la gara di Caserta – e quelle consimili bandite lungo tutta la penisola – arrivano dati sconcertanti da Eurostat, l’Istituto che poche settimane fa ha reso noto il quadro completo del fenomeno immigrazione in Europa, con specifico riferimento ai Paesi di provenienza.

Si scopre così che il maggior numero di richiedenti asilo in Italia nel 2014 non è arrivato da Paesi in guerra, come la Siria, bensì da terre dove non divampano conflitti, quali Pakistan (7.150 le persone censite), Mali (9.790), Gambia (8.575), Senegal (4.675). Il maggior numero di sbarchi proviene però dalla Nigeria, Paese non devastato da guerre in corso se non in un lembo del nordest scarsamente popolato. Sotto la voce “altri” sono infine compresi i 24.300 clandestini provenienti appunto da parti del mondo diverse da quelle indicate (oltre 40mila persone) e maggiormente rappresentate. Addirittura – viene sottolineato da osservatori internazionali – i Paesi a maggior tasso di emigrazione in Italia, come Pakistan o Gambia, non risultano tra quelli per i quali la Farnesina impartisce ai nostri connazionali particolari avvertimenti in caso di viaggio. Posti, insomma, tranquilli. Il sito specializzato voxnews.it, che snocciola ed analizza i dati, commenta: «Allora, se è possibile andarci come viaggiatori, perché chi arriva da quei territori deve essere considerato un profugo?». Poi così conclude: «si può affermare che i cosiddetti richiedenti asilo che stiamo mantenendo in hotel, circa 60 mila persone, siano nel 90% dei casi dei veri e propri clandestini», in quanto non provenienti da territori di guerra e perciò non in fuga con la speranza di salvare la propria vita, come prevede lo status di rifugiato.

Nonostante la brutale chiarezza di questi dati, il giro d’affari continuerà – possiamo esserne certi – ad andare avanti, molto spesso in forme assolutamente legali. Per restare al caso Campania, basta dare un’occhiata ai bilanci del colosso Gesco, che riunisce una decina di cooperative sociali aderenti a Legacoop, di cui rappresenta l’unico componente in forte attivo ed inesauribile crescita dal punto di vista dei fatturati. Mentre insomma decine di piccoli imprenditori italiani si tolgono ogni giorno la vita, stritolati da tasse e mancanza di lavoro, coloro che si occupano dell’affare migranti non conoscono i rigori della crisi e, anzi, prosperano proprio sulle nuove emergenze sociali: che si chiamino Rom o richiedenti asilo, tutto fa business. Per fare un solo esempio, scorrendo il bilancio 2014 di una fra le principali coop aderenti a Gesco, la Dedalus (parliamo di quello ufficiale, estratto dalla Camera di Commercio, e non il cosiddetto “Bilancio sociale” pubblicato sul sito e privo di riferimenti economici), balza subito agli occhi un “attivo circolante” pari a 3 milioni e 200mila euro, cui vanno aggiunti crediti dichiarati per ulteriori 3 milioni e passa. Difficile oggi, in Italia, trovare un’impresa che presenti dati di bilancio così strepitosi. Si chiude naturalmente in pareggio, visto l’elevato costo dei dipendenti della cooperativa, che da soli ammontano a quasi 1,5 milioni di euro. 2,3 milioni, infine, i “ricavi dalla produzione”, tutti derivanti da delibere comunali o regionali in favore della cooperativa per erogare prestazioni umanitarie. Il risultato? Al di là delle immaginifiche descrizioni redatte dei “Bilanci sociali”, resta l’impietoso dato sui campi Rom, nei quali convivono con i topi migliaia di famiglie senza servizi igienici di alcun tipo, costrette ad elemosinare, a scavare nei cassonetti dell’immondizia o a commettere reati (furti di metalli è l’attività prevalente) per assicurare un pasto quotidiano ai loro bambini.

Nel Casertano, invece, la parte del leone la starebbero facendo le cooperative “bianche” attraverso un analogo colosso, che aveva già monopolizzato il settore degli affidamenti in buona parte dell’area nord di Napoli ed oltre.

Ma non finisce qui.

 

DETENUTI IN COOP

Prima le cooperative sociali. Gli affari sulla pelle dei migranti. Caso mai con la benedizione di certa “sinistra” (sic) e certa chiesa (sic). Ora a Napoli è la volta delle cooperative di detenuti di ispirazione politico-camorristica. Le fresche indagini partenopee sono coordinate dal procuratore aggiunto Filippo Beatrice e dal pm Henry John Woodcock.

Ecco cosa scrive Repubblica.it, partendo da una serie di perquisizioni, ben 24, che hanno riguardato anche una coop – Primavera III – al centro dell’affaire. “La Procura ipotizza i reati di associazione per delinquere e truffa aggravata dalla finalità mafiosa. I fondi pubblici sarebbero stati erogati in mancanza di presupposti di legge. Il pm vuole ricostruire quella che appare agli occhi degli investigatori come una ‘filiera criminosa’ dove potrebbero essersi innestati rapporti tra esponenti della cooperativa, funzionari provinciali e, a monte, anche esponenti politici. Agli atti sono allegate anche le dichiarazioni del pentito Antonio Della Corte che ha parlato di una presunta gestione del ‘sistema della cooperative’ da parte del clan Contini”.

E’ di appena un paio di mesi fa la sporca storia di una coop – quartier generale tra Napoli e Pozzuoli – che solo tra il 2011 e il 2012 ha ricevuto oltre 1 milione di euro dalla allegra Regione Campania gestita dall’ex governatore forzista Stefano Caldoro, che proprio sul quel delicato fronte aveva gestito e investito (sic) la bella cifra di 56 milioni di euro arrivati dalle casse governative. Ma li aveva usati, quella coop gestita dal tandem Alfonso De Martino-Rosa Carnevale, per comprarsi un appartamentino a Milano da 150 mila euro e rotti e uno nella natia Pozzuoli (100 mila euro e passa), nonché per piccoli “sfizi” come ricariche telefoniche da quasi 800 mila euro. Al bottino vanno aggiunti gli spiccioli (130 mila euro in contanti) e fatture false per un ammontare da quasi 350 mila euro.

Ma sono di quasi trent’anni fa storie che la dicono lunga sullo “spirito sociale e solidale” di realtà come la “Lega”, oggi diventata a livello nazionale una vera e propria holding, capace di inghiottire – con la corazzata Unipol – bocconi come il gruppo assicurativo gruppo Sai-Ligresti, con tanto di strascico giudiziario (ma è il solito flop annunciato) al seguito. E Unipol in versione turistico-alberghiera sta facendo ultimamente shopping miliardario tra i 4 e 5 stelle. Cin cin.

Risale a fine 1986, infatti, una incredibile storia partenopea, che ha visto la Lega delle cooperative protagonista di uno tra gli scandali mai narrati all’ombra del Vesuvio: a base di “coop dei detenuti”. Un business, già allora, miliardario, e capace di costruire carriere, creare posti, moltiplicare consensi. Quell’affaire portò al suicidio (suicidio?) di un dirigente della Lega, Domenico Maresca, e all’arresto dei vertici delle tre centrali cooperative: bianche, rosse e verdi (e cioè – come si soleva dire – d’ispirazione dc, comunista e laica). Così denunciava, a dicembre ’86, l’economista Ricciotti Antinolfi, che si era dimesso da quella Lega regionale coop, in fortissima polemica, un anno prima: “nella Lega e nel partito ormai la selezione dei gruppi dirigenti avviene in base a valori del tutto distorti: emergono e fanno carriera soli i signori dei posti, quelli che meglio sanno destreggiarsi nella manipolazione delle liste, nell’assegnazione e nella spartizione degli incarichi”. Un documentato e prestissimo dimenticato j’accuse.

Eppure esattamente un anno prima – dicembre 1985 – era suonato un altro sinistro (sic) campanello d’allarme. “La carica dei 700” assunti dal Comune di Napoli per i “servizi di pubblica utilità” (sindaco, all’epoca, il craxiano Carlo D’Amato). Con una marcata presenza di “pregiudicati” in quelle liste di “disoccupati”. Ricordava allora la memoria storica dell’anticamorra (quella vera), Amato Lamberti: “vuoi essere assunto dal Comune? Fatti sporcare la fedina”. E decine di curriculum penali non proprio immacolati facevano capolino tra le 6 coop che gestivano quell’esercito da 700. Si chiamavano “Dicembre ’79”, “Febbraio ’80”, “5 Marzo”, “16 Marzo”, “16 Aprile”, “25 Giugno”. Sullo sfondo, il clan Giuliano di Forcella.

Sono passati trent’anni. E adesso siamo alla “Primavera III”. Sorge spontanea la domanda: ma controlli e controllori, nel frattempo, dove mai si sono nascosti?

 

Le inchieste storiche della Voce: il primo articolo è di dicembre 1985, il secondo di dicembre 1986

 

Voce dicembre 85

 

Voce dicembre 86

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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