IN TRE MINUTI – 11 luglio

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Allarme bomba

La reazione a caldo del ministro Gentiloni, richiesto di un commento all’esplosione del Cairo che ha sventrato un’ala del Consolato Italiano: “Non ci faremo spaventare”, e la successiva, rassicurante, eccepibile motivazione: “Non era l’Italia il destinatario dell’attentato, ma un obiettivo sensibile”. Ma non lo è anche la nostra sede diplomatica? Nei giorni scorsi un nuovo proclama del Califfato “nero” ha rinnovato minacce contro il nostro Paese e purtroppo si deve registrare che finora agli annunci hanno fatto seguito i fatti. Il ministro Alfano definisce esaltanti i risultati di operazioni antiterrorismo che in Italia hanno colpito qualche individuo più che sospetto, ma come è accaduto in Francia, non sono un paio di operazioni di contrasto che garantiscono la sicurezza totale, soprattutto se si considerano le decine di migliaia di monumenti, luoghi istituzionali e obiettivi imprevedibili (un tragico esempio è la strage della spiaggia tunisina di Sousse) e il pericolo di potenziali attentatori che si guardano bene dall’esporsi sui social network o nelle sedi dove si riuniscono tra i musulmani moderati.

La soluzione del contrasto totale al fondamentalismo sanguinario non è stata ancora presa in considerazione dal mondo che ne è minacciato, e certamente non si realizza con le incursioni aeree sui punti caldi del Medio Oriente dove svettano le bandiere funeree dell’Isis. L’attentato al Consolato italiano è l’ultimo di molti altri che hanno colpito l’Egitto negli ultimi mesi e una delle conseguenze è l’invito ai turisti di non visitarlo in questo periodo. La strategia del terrorismo è micidiale anche da questo punto di vista, perché mette in ginocchio l’economia dei Paesi, colpiti nel significativo comparto del turismo.

Nella foto l’attentato del Cairo

 

Partiti “alla fame”

Il risultato della divisione si deve ai professionisti della matematica, bravi a calcolare l’entità microscopica del contributo pro capite degli italiani ai partiti, con l’opzione del due per mille a loro destinato nella dichiarazione dei redditi. E’ quasi impossibile pronunciare la cifra che si ricava dividendo il numero degli italiani (quelli che dichiarano, i non evasori) per l’irrisoria cifra di 325mila euro “donati” da sedicimila e cinquecento contribuenti. Il risultato? 0,0004 euro a persona. Insomma un flop, clamoroso solo per Renzi, Alfano, Salvini e compagni, perché ogni osservatore attento è consapevole del precipizio in cui è finita la politica nell’indecente interpretazione dell’intero arco dei partiti, protagonisti di una tangentopoli permanente, di separatezza dai cittadini (elettori) e di inadeguate capacità di assolvere al loro ruolo istituzionale.

Qualche dettaglio: per uno sbiadito recupero degli antichi valori dell’autofinanziamento, un tempo forza energetica del PCI, i donatori del partito democratico sono i più generosi (aggettivo come si vede subito usato a sproposito) con un contributo di circa duecentomila euro. La lega ne racimola ventottomila, Forza Italia venticinquemila, Sel poco più di ventitremila. Poi le cifre precipitano a qualche centinaio di euro (l’Udc riceve centoquattordici euro!). Non è il peggio per i partiti. I contributi pubblici sono destinati alla progressiva cancellazione, voluta dall’ex presidente del consiglio Letta. Che differenza con il sontuoso ricavato della Chiesa, che incassa un miliardo di euro dell’otto per mille, “in virtù” di un battage pubblicitario efficace, martellante ed emotivamente molto forte, reiterato mille volte dalle reti tv nazionali.

Tornando alla disillusione dei partiti per il misero esito del due per mille, arriva la scure calata sull’indecenza dei vitalizi finora riconosciuti anche ai parlamentari condannati. La prassi degli “onorevoli” di accaparrarsi privilegi, quasi sempre ingiustificati, riceve un colpo che per il momento individua una decina di soggetti, taluni illustri (leggi Berlusconi che, dall’alto della classifica degli straricchi, non vi ha rinunciato sua sponte), ma destinato a coinvolgere molti altri.

 

 

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