Laurea? Serie A, serie B…

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Forse è esasperato l’attributo “razzista”, non lo è l’aggettivo “classista” per definire l’intenzione del ministro della Pubblica Amministrazione Madia di giudicare il maggior valore di una laurea conseguita in un’Università ritenuta a ragione o a torto prestigiosa rispetto all’altra di un Ateneo sottostimato. C’è anche questo nei propositi di riforma e il mondo della cultura, oltre a quello interessato direttamente, lo contesta: in concreto discriminerebbe, per fare un caso, lo studente meridionale, di famiglia con reddito modesto, che non può consentirsi un trasferimento a Milano per frequentare l’eccelsa Bocconi, consentita a famiglie con alta disponibilità di risorse. Un secondo esempio, che giustifica l’opposizione alla scala di valori discriminanti per un identico titolo studio, ha come protagonista lo studente lavoratore che può aspirare alla laurea e a migliorare il proprio stato seguendo corsi universitari di Facoltà on line. Chi propone una graduatoria di merito e una valutazione differenziata anche per l’accesso al lavoro evidentemente ha poca considerazione di alcune Università ma farnetica, perché è utopia immaginare l’omologazione della qualità didattica su scala nazionale e ogni discriminante somiglia troppo a una forma di classismo, intollerabile in democrazia. La questione è nella definizione dei decreti attuativi del decreto legge proposto da Madia e sottintende il principio che il valore del diploma di laurea sarà giudicato dalla Pubblica Amministrazione dando i voti al tipo di Università che lo ha rilasciato e “all’ambiente di cui il voto è frutto”. Viva la democrazia! Non sarebbe compito della sinistra (ammesso che il governo Renzi ne sia interprete) di favorire la parità qualitativa degli atenei e l’accessibilità a tutti gli studenti di qualunque latitudine e reddito familiare?

 

 

Silenzio stampa

Ci sono giorni che si vorrebbe star lontani dall’informazione radio-televisiva e dalle pagine di cronaca della carta stampata. Uno di questi è oggi, quattro luglio del 2015, che oltre spazi e titoli da prima pagina sull’esito delle trattive tra Grecia e Bruxelles racconta due episodi emotivamente destabilizzanti. Atene, banche vicine al vuoto di cassa, pochi euro erogati dai bancomat, assaliti per incassare quanto non basta neppure a comprare il necessario per mangiare: un anziano scoppia in lacrime, disperato per essere in coda a una fila lunghissima di greci in attesa di ritirare il “niente” che è permesso dalle riserve agli sgoccioli degli istituti di credito. Di quest’uomo, umiliato da un dramma di cui è vittima incolpevole e delle povertà di un intero popolo messo in ginocchio dai governi che hanno portato al disastro il Paese, dovrebbe avere considerazione chi partecipa al braccio di ferro che impegna Tsipras e la troika dell’Unione Europea in una trattativa logorante che ha ridotto la Grecia a una prolungata e irrimediabile agonia.

Un secondo episodio, accaduto nel bresciano, denuncia la grave patologia della quota sociale colpita mortalmente dalla crisi. Sono state costrette al fallimento e alla chiusura migliaia di aziende, suscitano paura il dato numerico dei senza lavoro e l’aumento esponenziale di nuovi poveri. La scelta estrema di togliersi la vita rivela un bilancio tragico di imprenditori e di poveri cristi senza speranza indotti al suicidio. Il rovescio inaccettabile della medaglia è il buco nero di un’evasione fiscale miliardaria e l’impossibilità per colpa di veti trasversali di colpire i grandi patrimoni. A Nuvoletto, in provincia di Brescia, marito e moglie disoccupati e destinatari di un decreto di sfratto hanno deciso di togliersi la vita a colpi di pistola. Lui è morto, lei è in ospedale in condizioni disperate. Non succede nulla: chi dovrebbe riflettere su questo e troppi episodi analoghi sfoglia le pagine che raccontano il dramma del nostro tempo e passa oltre, interessato alle baruffe interpartitiche su Italicum e affini, testimonianza del degrado della politica e della cinica distanza che la separa dal Paese reale. I titoli a più colonne finisce per meritarli il proposito di Diego Della Valle di utilizzare la visibilità imprenditoriale e calcistica di patron della Fiorentina per farsi largo nel malefico caos della politica con la nascita di “Noi Italiani”. Bisogna convenirne, il Paese annaspava alla ricerca di un nuovo soggetto a cui affidare il suo futuro: a quando la discesa in campo di Marchionne o in altro ambito di un famoso attore, di un calciatore goleador, di un cantante celebrato da “X Factor”?

 

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