Immigrazione e unioni civili – La parola al Vangelo

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Le riflessioni di don Vitaliano Della Sala – Mi sono confrontato a lungo con i documenti del Magistero della Chiesa, con un insegnamento che non tentenna nell’affermare l’assoluta priorità per il cristiano di farsi prossimo a chi non ha prossimo. E, in questo particolare momento storico, chi è più privo di prossimo dei fratelli immigrati, sradicati dalla loro terra, lontani dalla patria e dagli affetti? Accettare fino in fondo il Vangelo, dal quale nascono le radici stesse dell’Europa, ci deve portare a denunciare fermamente l’imperante ondata di razzismo e ci deve far andare controcorrente rispetto al dilagare del populismo e del perbenismo ipocrita da benpensanti, e ci deve porre, inoltre, di fronte ad un dissidio inconciliabile: l’impossibilità di rispettare le leggi dello Stato che si ergono come muro ad arginare la massa dei disperati che preme.

Abramo, Mosè e Giosuè, i padri dell’ebraismo, e dunque padri anche del cristianesimo e dell’Islam, furono degli “immigrati” nella Terra promessa; la Palestina, la terra in cui scorreva “latte e miele”, non era una terra disabitata quando, in momenti e per tappe successive, essi vi si istallarono assieme al popolo che guidavano. La Palestina allora si chiamava Canaan ed era abitata da genti fiere della loro terra: l’insediamento non fu facile e neanche indolore.

Passando dalle origini della civiltà ebraica a quelle del cristianesimo, sappiamo bene che Pietro, duemila anni fa, giunse a Roma, riuscendo a fondarvi la Chiesa: oggi, invece, se pure gli fosse riuscito di raggiungere vivo Roma – e di non crepare asfissiato nella stiva di qualche barcone – verrebbe espulso come extracomunitario e clandestino.

E non è superfluo ricordare, a questo punto, che la morente civiltà romana passò le consegne alla nuova civiltà cristiana e questo fu possibile anche grazie agli afflussi dei popoli barbari che ruppero gli argini dell’Impero e si mescolarono alle razze autoctone ponendo le prime basi di quel processo storico sfociato nella civiltà moderna

La civiltà moderna ha ceduto il passo a quella postmoderna, l’Europa è vecchia e la sua popolazione si avvia inesorabilmente alla quasi estinzione. Il cosiddetto Terzo mondo preme alle porte dell’Occidente ricco e minoritario. L’Italia, per la sua posizione geografica, è testa di ponte in questo processo migratorio.

La storia procede anche senza di noi, si potrebbe in un certo senso affermare: le migrazioni sono inarrestabili ed è una forma di grande miopia storica cercare di opporsi a questo fenomeno. Trincerarsi dietro la difesa della propria razza, gonfiare il pregiudizio razzista, illudersi che sia un bene che i cosiddetti extracomunitari restino nei paesi di origine, non è solo, come molto spesso accade pura mancanza di umanità, ma nasconde la volontà di chiudersi al futuro, di rifiutarsi alla nascita del nuovo che è possibile soltanto se ognuno non rimane a casa sua, se dall’accoglienza nasce la mescolanza e la fusione. E’ molto più saggio e lungimirante vivere questo momento come una grande opportunità storica, prendendo parte attiva alla nascita di un nuovo mondo, meticcio, multietnico e colorato, tollerante e ricco nella diversità.

Le leggi che i vari governi italiani ed europei hanno prodotto sono tentativi maldestri per regolamentare il flusso migratorio, ma sono inefficaci perché partono da un presupposto sbagliato che vede nel migrante un diverso, uno sfruttatore, un delinquente, un nemico. Dovremmo riscoprire e ritornare alle radici cristiane dell’Europa, che ci fanno vedere nel “forestiero” la visita stessa di Gesù: ”ero forestiero e mi hai ospitato”. E su queste radici di accoglienza impiantare leggi capaci di regolamentare senza umiliare.

Per questo siamo chiamati, come ci ricorda il libro degli Atti degli Apostoli ad “obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”, cioè a disobbedire alle leggi ingiuste e, peggio, razziste.

E’ giunta l’ora di rivendicare il nostro diritto ad essere antirazzisti, uscendo allo scoperto con la stella di Davide cucita sulla giacca pur senza essere ebrei, dichiarandoci idealmente eritrei o sudanesi, pur essendo nati in Italia, e tutto questo semplicemente perché siamo europei.

 

SUL FAMILY DAY

Anacronistica. È la parola che mi è venuta in mente appena ho sentito al Tg, la sera del 20 giugno, che Roma ha ospitato l’ennesimo Family Day, la manifestazione organizzata da cattolici tradizionalisti, per protestare contro il disegno di legge Cirinnà, che apre alle unioni civili e alle adozioni anche per quanto riguarda le persone appartenenti allo stesso sesso.

Anacronistica; come è anacronistico ogni integralismo, non per forza violento, che tenta di imporre le proprie idee intolleranti – queste sì contro natura! – che tenta di convincere gli altri che le novità sono pericolose.

Sarebbe lungo e complicato immaginarsi quale modello di famiglia Gesù avesse in testa; certamente intuiamo dai vangeli che il suo giudizio non sembra quasi mai positivo, almeno sul concetto di famiglia usata dal potere come controllo sociale. Ma il vangelo che anche i cattolici del Family day dovrebbero conoscere e testimoniare, chiaramente racconta di un Dio che ha deciso di mischiarsi al suo popolo così come è, di intrufolarsi tra gli esseri umani concreti; ha deciso di diventare uno del popolo, uomo pure lui: in mezzo a tanti figli di donna è nato pure Dio. E non è una lezione da poco. Perciò bisogna riflettere, e non per un momento soltanto, sulla voglia attualmente diffusa di non mescolarsi agli altri, bisogna pensare con terrore ai miti risorgenti della razza, al modo in cui trattiamo e discriminiamo gli stranieri, i rom, i musulmani, i “negri”, i gay, i diversi; bisogna riflettere sul tentativo anticristiano di imporre l’unico modello di famiglia “tradizionale-occidentale”, escludendo automaticamente modi nuovi di essere famiglia, appartenenti ad altre culture, altre fedi, a tradizioni diverse. Bisogna pensare con preoccupazione agli integralismi raccolti dietro le bandiere o, peggio, dietro i crocifissi assurti a simbolo dell’identità nazionale o di una “normalità” decisa non si sa bene da chi.

Sembra che separare, dividere, alzare steccati sia l’impegno principale dei cristiani tradizionalisti del Family day, che egoisticamente si illudono di conquistarsi così il paradiso, escludendo gli altri, tutti gli altri inesorabilmente condannati all’inferno.

Nessuno può imporre le proprie idee e i propri usi e costumi, soprattutto noi cristiani che, come Gesù abbiamo invece il diritto-dovere di proporre i nostri valori e, soprattutto, di testimoniarli. I cristiani del Family day devono essere liberi di testimoniare il proprio modo di intendere la famiglia, senza per questo pretendere di imporlo a chi la pensa in modo diverso.

Probabilmente non la pensano così Kiko Arguello e Mario Adinolfi. Il primo, durante il suo lungo intervento alla manifestazione, ha dato la sua personale interpretazione del femminicidio analizzando le motivazioni che possono spingere un uomo a uccidere moglie e figli: quando la moglie lo abbandona “il primo moto è quello di ucciderla” perché “sperimenta il non essere amato e il non amore è un inferno”. Mario Adinolfi nel suo applaudito comizio ha toccato per l’ennesima volta la vicenda “scandalosa” della famiglia omogenitoriale di Elton John, il noto cantautore inglese. Non so se il bambino di una coppia gay soffra, come sostiene Adinolfi, sono certo che soffre quando è vittima di famiglie etero violente, senza amore, ignoranti.

Con persone saccenti come Arguello, Adinolfi o Giovanardi, che stanno alla Chiesa come Salvini, Borghezio e Calderoli stanno all’Italia – populisti che giocano pericolosamente a chi la spara più grossa, altrimenti i mezzi di informazione non si accorgerebbero affatto di loro – è impossibile discutere, perché sono straconvinti di possedere la verità. Con gente come loro poche volte sono riuscito a confrontarmi. Dopo la mia partecipazione al Gay pride di Roma durante il giubileo del 2000, mi sono trovato a dover scegliere se infognarmi in discussioni cervellotiche con chi la pensa come Arguello, Adinolfi e Giovanardi o se tentare di incamminarmi con la mia comunità e con chi la frequenta, verso la costruzione di una “diversità riconciliata” (cfr. Evangelii gaudium, di papa Francesco). Una volta mi illusi finanche di discutere, alla pari, con un lefebvriano ipertradizionalista; quando alla fine, pacificamente gli dissi che almeno ci univa la stessa fede in Gesù Cristo, mi rispose che non ne era per niente convinto. Allora ho deciso: mentre continuo ad essere aperto al dialogo con chiunque, senza troppo clamore ho cominciato a benedire coppie di gay o di divorziati. Non pretendo di essere nel giusto, ma sono certo che Dio comprenderà e apprezzerà l’intenzione di dare gioia a chi si ama.

Parafrasando papa Francesco (il 25 gennaio scorso, alla chiusura della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani), mi convinco sempre più che l’accettazione delle coppie gay e l’accoglienza piena dei divorziati nella chiesa cattolica, “non sarà il frutto di raffinate discussioni teoriche nelle quali ciascuno tenterà di convincere l’altro della fondatezza delle proprie opinioni. Verrà il Figlio dell’Uomo e ci troverà ancora nelle discussioni. Dobbiamo riconoscere che per giungere alla profondità del mistero di Dio abbiamo bisogno di incontrarci e di confrontarci sotto la guida dello Spirito Santo, che armonizza le diversità e supera i conflitti”.

 

Il Family Day

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