Scuola – Una riforma per bamboccioni tecnologici

Condividi questo articolo

Il prof Guglielmo Forges Davanzati, che ho conosciuto a Lecce al Liceo classico Palmieri, mi ha inviato un’analisi molto importante sugli effetti negativi o inesistenti della riforma della buona scuola sulla occupazione giovanile. Lo ringrazio per il prezioso contributo alla chiarezza. Ecco cosa dice il prof Forges Davanzati.

“Nel documento preparatorio della “riforma” della Buona scuola, il Governo recepisce l’analisi dell’ultimo Rapporto Mckinsey, una delle più importanti imprese multinazionali che operano nel settore della consulenza manageriale, secondo la quale l’elevata (e crescente) disoccupazione giovanile in Italia è imputabile a fenomeni di mismatch, ovvero di mancato incontro fra domanda e offerta di lavoro, a sua volta riconducibile al fatto che il nostro sistema formativo non offre competenze adeguate a quelle richieste dalle imprese. Curiosamente, il Governo ha scelto questa fonte e non quella ufficiale UnionCamere-Ministero del Lavoro. Da quest’ultima, in radicale contrapposizione con la prima, risulta che il tasso di disoccupazione giovanile imputato alla “mancanza di adeguata preparazione e formazione” è pari al solo 2% della disoccupazione giovanile complessiva.

Guglielmo Forges Davanzati

Guglielmo Forges Davanzati

L’obiettivo fondamentale della Buona scuola è adeguare le competenze dei giovani alla domanda di lavoro espressa dalle nostre imprese, soprattutto attraverso l’alternanza scuola-lavoro. Occorre preliminarmente chiarire che, contro la propaganda governativa, 1) la “riforma” non introduce radicali elementi di novità, dal momento che l’alternanza scuola-lavoro è sostanzialmente la riproposizione dei programmi di apprendistato, già contenuti nel decreto 167/2011; 2) La “riforma”, di fatto, è sollecitata dalla commissione europea, nel suo Rapporto “Ripensare l’istruzione” (2012).

Al di là delle valutazioni di ordine pedagogico, il punto in discussione è se questa strategia abbia probabilità di successo, ovvero se possa raggiungere l’obiettivo di ridurre la disoccupazione giovanile, e, ancor più, a quale modello di sviluppo dell’economia italiana essa sia funzionale.

L’ultima rilevazione disponibile sugli esiti dell’alternanza scuola-lavoro è il XIV Rapporto ISFOL, nel quale si rileva che la numerosità dei contratti di lavoro in apprendistato è in continua riduzione: dai 492.490 nel 2011, ai 469.855 nel 2012, con una flessione del 4,6%. Significativo anche il fatto che la numerosità di contratti di apprendistato che si è maggiormente ridotta (nell’ordine del 40%) è quella relativa a giovani di età inferiore ai 18 anni.

Questi dati fotografano il palese fallimento delle politiche finalizzate a ridurre il presunto mancato incontro fra domanda e offerta di competenze per accrescere l’occupazione giovanile. Un palese fallimento che deriva da una diagnosi completamente errata delle cause del problema, ovvero dal fatto che l’elevata (e crescente) disoccupazione giovanile in Italia dipende in percentuale irrisoria dalla non corrispondenza fra competenze offerte e competenze richieste.

Per quanto riguarda la connessione fra questa “riforma” e il modello di sviluppo dell’economia italiana. Si può partire dalla constatazione che il tessuto produttivo italiano è composto prevalentemente da imprese di piccole dimensioni con bassa propensione ad innovare e che la specializzazione produttiva dell’economia italiana si basa prevalentemente su quelli che l’ISTAT definisce “settori tradizionali” (il c.d. Made in Italy, l’agroalimentare, il turismo). Dunque, fatte salve le dovute eccezioni (collocate soprattutto nel comparto dei macchinari), le nostre imprese non esprimono una domanda di lavoro altamente qualificato. La “riforma” non fa che assecondare questo modello di sviluppo, provando a dequalificare la forza-lavoro in linea con la domanda espressa dalle nostre imprese. Lo strumento utilizzato consiste nel dare maggior peso alle competenze tecniche (il saper fare, cioè, che il Ministero definisce “insegnamento pratico”) e incentivando percorsi di studio che preparino alla gestione delle attività turistiche e all’autoimprenditorialità. Ne costituisce prova il fatto che la cultura umanistica viene radicalmente ridimensionata, così come viene messa in discussione l’”utilità” del Liceo Classico (http://www.pietroichino.it/?p=33470).

Sul piano economico, si tratta di una impostazione criticabile sotto un duplice aspetto. In primo luogo, questa impostazione, che asseconda una specializzazione produttiva a bassa intensità tecnologica, rischia di accentuare il problema del bassissimo tasso di crescita della produttività del lavoro in Italia. In secondo luogo, essa fa propria una visione estremamente miope delle funzioni della scolarizzazione. Le competenze tecniche acquisite oggi, infatti, possono risultare rapidamente obsolete in un contesto nel quale ciò che conta è il saper apprendere”.

Grazie prof Guglielmo Forges Davanzati e grazie alla dirigente scolastica prof Loredana De Cuonzo e alla responsabile del progetto prof Santa De Siena e a tutti gli altri docenti. Voi siete la scuola libera, nei docenti e negli allievi, di cui l’Italia ha bisogno.

Condividi questo articolo

Lascia un commento