MAFIA CAPITALE, ARRESTI E PROCESSI. TUTTO OK?

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Alleluia. Speedy giustizia per Mafia capitale. Così esulta il Corsera, pur se in un trafiletto relegato a pagina (sic) 28 delle sperdute cronache nazionali del 2 giugno (e forse proprio per festeggiare l’anniversario della nostra repubblica): “Processo immediato a Carminati, Buzzi e altri 32 indagati”. E prosegue il testo: “Vuoi per i numeri dell’inchiesta, vuoi per i tempi abituali della giustizia, la maggior parte dei difensori era impreparata. Invece il 5 novembre prossimo inizierà il processo”.

Insorgono i difensori degli accusati, che si sono visti notificare la richiesta di processo proprio mentre stavano scadendo i termini di custodia cautelare. “L’unica strategia della procura di Roma è affermare la propria forza lasciando la gente in carcere”, viene sottolineato. E ancora: “invitiamo l’opinione pubblica a venire ad ascoltare le nefandezze di cui ci accusano”. Nel frattempo, ricorda il Corsera, “continua la ricerca della cassaforte dell’associazione. La procura ha inoltrato due rogatorie fra Stati Uniti e Venezuela per ricostruire i flussi gestiti da Luca Odevaine”, uno dei ras del Campidoglio, braccio destro di Walter Veltroni ai tempi del suo centrosinistra romano.

E oggi un altro botto. 44 nuovi arresti, la crema di molta burocrazia e politica romana, trasversale al punto giusto, nomi che contano. Due fra tutti, l’ex capogruppo Pdl in consiglio comunale e poi in Regione, Luca Gramazio, e l’ex presidente del consiglio comunale in quota Pd, Mirko Coratti. Un altro pezzo del Sistema Carminati, coi “sinistri” terminali Buzzi e Odevaine pronti a rastrellare appalti e danari pubblici, in primis sul fronte del business migranti.

Un’operazione modello. Ed ora un dato è certo: la procura di Roma, con Mafia capitale, ha finalmente aperto il vaso di Pandora, scoperchiato il pentolone dei grandi affari tra Campidoglio, “sinistri” faccendieri & mafie, sulla pelle dei cittadini e, peggio ancora, di migranti e di chi non ha nemmeno gli occhi per piangere. E ha avuto il merito di scoprire e radiografare quella vasta trama di connection & rapporti criminali tra colletti bianchi, imprenditori neri, coop (sic) rosse, insomma un putrido mix d’interessi a suon di milioni di euro. E, tanto per cambiare, la solita regia mafiosa, in questo caso di una Banda della Magliana che puzza tanto di camorra.

E qui veniamo al punto. Che inquieta anche per il ‘futuro’ del processo e il suo esito. C’è poi da dormire sonni tranquilli se solo pensiamo che Massimo Carminati non è un pivellino, il mafiosetto spuntato sotto la rugiada di primavera, ma il suo spessore criminale era ben noto agli inquirenti venti e passa anni fa? C’è da “star sereni” se in questi venti e passa anni Carminati & C. sono stati liberi di razziare a destra e a manca – è proprio il caso di dirlo – facendo affari con la pala, riciclando a più non posso, drenando addirittura fondi pubblici? E caso mai col compagno Buzzi, in nome del popolo?

La prova di ciò è un articolo della Voce, ottobre 1993, in cui si faceva un esplicito riferimento a Carminati. E a precise indagini, già allora, di magistrati e 007 per documentarne il reale peso negli equilibri malavitosi: “Quando si parla di manovre affaristiche in grande stile degli ultimi anni a Roma – documentava la Voce – c’è sempre di mezzo la banda guidata da Carminati e Diotallevi, con Calò e Carboni sullo sfondo”.

Tra una camorra che cominciava a far capolino a Roma, dopo le già frequenti scorribande (e riciclaggi del caso) nel sud pontino, epicentro Formia: dove, guarda caso, pochi giorni fa è stato brutalmente assassinato – e non certo per motivi personali o privati, come già da alcune parti si ipotizzava – l’avvocato Piccolino (“forse c’è la mano della camorra”, azzardano i Tg dopo due giorni: ma fateci il piacere!). Appunto, la camorra nel Lazio, gli affari romani. Con un Carminati già ad inizio novanta – è meglio ribadirlo per chi non vuol sentire – protagonista di rilievo. Qualcuno ha fatto qualcosa, in questo ventennio abbondante di omertà, collusioni e complicità? Meglio tardi che mai, adesso. Ma val la pena di stare con gli occhi bene aperti.

Anche perchè – eccoci ad un’altra fresca scoperta ‘epocale’ – il volontariato, il “sociale”, il mondo onlus non è tutto dorato. C’era bisogno di Mafia capitale per scoprirlo? Oppure della recentissima inchiesta partenopea sulle Caritas pelose e zeppe d’affari? Poche realtà “antimafia” l’hanno denunciato, si contano sulle dita di una mano. A puntare l’indice fu – circa un anno fa – il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti: “Il volontariato, l’impegno antimafia sono valori essenziali – mise in guardia – ma attenzione a saper distinguere fra tante sigle”. Un monito con ogni probabilità caduto nel vuoto.

A proseguire nella battaglia per la trasparenza proprio sul versante antimafia e proprio sul caldo tema di volontariato e onlus è l’associazione “Antonino Caponnetto”, fondata 15 anni fa e animata quotidianamente da Elvio Di Cesare. “Siamo nati per documentare e denunciare tutte le collusioni mafiose e tutti gli affari che puzzano, non ci stiamo al solito bla bla o alle commemorazioni di rito. Proprio perchè spesso, alle parate o alle fiaccolate, partecipa quella stessa zona grigia collusa con la malavita organizzata”.

E proprio la Voce, un paio d’anni fa, scrisse di volontariato taroccato, di coop fasulle, di onlus che puzzano lontano un miglio. Facevamo riferimento a quanto raccolto in ambienti investigativi partenopei. “Siamo a percentuali impressionanti – veniva rivelato alla Voce – la stragrande maggioranza, ormai, di onlus e sigle antiracket o anticamorra, non rispondono a genuini interessi di chi le promuove, ma ne coprono di ben altri. Nel migliore dei casi, per prendere soldi pubblici. Poi, per darsi una patente di legalità. Ancora, in altri casi, per riciclare meglio. In altri casi ancora, vedi l’antiracket, per conoscere in anticipo chi ti denuncia”. Cosa c’è di meglio, per un usuraio di rispetto, che mettere in piedi, con un immacolato prestanome, una candida onlus antiracket?

E’ successo qualcosa in questi due, tre anni? Occorre sempre, eternamente aspettare i buoi fuggiti dalle stalle a pascolar tranquilli?

 Nel fotomontaggio di apertura, Massimo Carminati dopo l’arresto. A sinistra Luca Gramazio e, a destra, Mirko Coratti.

 

leggi l’articolo della Voce di ottobre 1993. A pagina 12 compare il nome di Massimo Carminati, già allora in compagnia di Diotallevi, Carboni e Calò.


Voce ottobre 93

 

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