DEBITO PUBBLICO 2006-2014: DOPO LA FUGA,TORNANO GLI STRANIERI, FAMIGLIE IN FORTE CALO

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DEBITO PUBBLICO 2006-2014: DOPO LA FUGA,TORNANO GLI STRANIERI. SEMPRE MENO INTERESSATE LE FAMIGLIE (PERCHE’ IN BOLLETTA?) EX BOT PEOPLE E IMPRESE RESIDENTI. 75 MLD DI INTERESSI PAGATI.

L’ultimo Supplemento al Bollettino statistico “Finanza pubblica” (n° 24 del 14-5-2015) aggiorna i dati relativi a fabbisogno e debito delle Amministrazioni centrali e di quelle locali, ai detentori. Sebbene fornisca il dato di marzo 2015 (2.184,506 miliardi), elaboriamo i dati relativi a febbraio, per i quali Bankitalia riporta disaggregazioni e approfondimenti.

Al di là delle dimensioni raggiunte, la disaffezione di lungo periodo degli investitori stranieri circa un loro impegno finanziario nel nostro debito pubblico e nei titoli che in parte lo rappresentano, sembra aver invertito la tendenza. A dicembre del 2013, ha toccato il minimo dei nove anni considerati (31,8 %). A dicembre 2014, si assiste ad un ritorno degli investitori esteri la cui quota è risalita a 33,6 %, per passare al 34,7 % a febbraio di quest’anno.

Negli anni della crisi, la quota detenuta all’estero degli strumenti complessivi in cui si articola finanziariamente il nostro debito pubblico (costituito per oltre l’84 % da titoli di stato), è passata dal 43,3 per cento di dicembre 2006 al 31,8  di dicembre 2013, per tornare a crescere a dicembre  2014 (33,7 %) e passare al 34,7 % a febbraio del 2015.

Il fatto che il nostro debito pubblico sia in buona parte detenuto da investitori non domestici non è cosa del tutto positiva: così come sono messe le nostre finanze (dobbiamo attingere dalla collocazione dei nostri titoli per pagare la spesa corrente, anche improduttiva) essere troppo dipendenti dagli umori di investitori esteri potrebbe dar luogo a situazioni non controllabili e potenzialmente disastrose, qualora potentati e/o speculatori dovessero imporre una fuga dai titoli del nostro debito pubblico, come avvenne 4 anni fa in occasione della vendita di miliardi di nostri BTP da parte della Bundesbank.

In particolare  la fuga dai nostri titoli del debito pubblico è stata marcata fino a dicembre 2013 per recuperare nel 2014 ed ancora a febbraio 2015. Gli investitori esteri hanno alleggerito le loro posizioni (in percentuale sul monte titoli)  passando dal 55,5 per cento del dicembre 2006, al 38,7 di  febbraio scorso con un calo di oltre 16,8 punti percentuali.

Come si considerava in precedenza, si rileva – anche per i primi mesi del 2015 – la tendenza estera ad un ritorno ad investire nei nostri titoli, sia in valore assoluto: 708,06 miliardi di febbraio 2015, dai 618 di dicembre 2013, sia in percentuale: 38,7 % dello scorso febbraio, contro il 35,7 % di dicembre.

Nello stesso periodo assistiamo ad un andamento abbastanza costante per il monte titoli pubblici detenuto da Banca d’Italia e aziende di credito. Nei loro caveaux ne sono conservati oltre 515 miliardi pari al 28,2%,  in leggera crescita percentuale rispetto al dicembre 2014 (28,1 %). Complessivamente, nei nove  anni considerati, i titoli pubblici detenuti da Bankitalia e banche è cresciuto di oltre 10 punti, dal 17,9% di dicembre 2006, al 28,2 % di febbraio scorso. In leggera crescita, da dicembre 2013 a dicembre 2014, la quota di titoli di stato detenuta da finanziarie e assicurazioni (da 21,8 a 23,3  percento) per tornare a scendere a febbraio 2015 (22,5%). Continua a scendere quella detenuta da imprese e famiglie: era del 14,5 percento a fine 2012, è passata all’11,1 a dicembre 2014, fino ad arrivare al 10,6 a febbraio scorso. 

A fronte di  un monte titoli pubblici cresciuto, in 14 mesi, del 5,4 per cento, il maggior incremento nella detenzione dei titoli è imputato al comparto “detentori esteri” cresciuto del 14,4 per cento, seguito da assicurazioni ed altre società finanziarie residenti con +8,5 per cento. Cedono titoli di stato le aziende e le famiglie italiane  (- 17,6 %), dopo i crolli della quota di titoli pubblici da esse detenuti, passati da complessivi 235 miliardi di fine 2013 a circa 194 di febbraio 2015. Si consideri che l’abbandono dei titoli da parte di famiglie e imprese residenti negli anni della crisi non è stato generato solo da  disaffezione, quanto piuttosto, per i ceti meno abbienti, da liquidazioni a seguito soprattutto di sopravvenute difficoltà finanziarie.

 

 

 

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