LUTTI & CUCCAGNE

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Dopo i lutti e le macerie, anche la beffa. Sorpresa pasquale per quattrodici famiglie aquilane che si erano costituite parte civile contro gli scienziati della commissione Grandi Rischi (condannati in primo grado e assolti in appello): dovranno restituire i 2 milioni e mezzo che avevano ricevuto come risarcimento dallo Stato. Ciliegina sulla torta di un disastro che non ha fine, e senza la prospettiva di un domani. Sciagura annunciata, flop soccorsi, promesse e progetti taroccati, ricostruzione su cui subito mettono le mani mafiosi & faccendieri, politica dormiente o collusa, inchieste al rallentatore e capaci unicamente di sfiorare la superficie degli affari sporchi.

Impietosi alcuni dati elaborati a livello europeo. I costi per realizzare (e malissimo, come vedremo) le case sono del 158 per cento superiori alle medie Ue, sono stati spesi 4 milioni di euro in più per il solo calcestruzzo (cifra di sicuro in largo difetto), sono stati utilizzati materiali scadenti, gli impianti elettrici sono in gran parte difettosi. E’ di circa un mese fa, metà marzo, la richiesta avanzata da 5 stelle e Sel di una commissione parlamentare d’inchiesta su sperperi e, soprattutto, infiltrazioni camorristiche. “Occorre indagare a fondo su come sono stati spesi fino ad oggi 11 miliardi di euro e vigilare su come verranno spesi altri 10 miliardi previsti”, sottolinea Sel. Mentre i grillini puntano l’indice sugli intrecci tra appalti, affari e criminalità organizzata, con infiltrazioni malavitose ormai endemiche nel già martoriato Abruzzo.

Potrà servire una commissione parlamentare, dopo tanti precedenti flop? Fatto sta che, proprio in occasione del terremoto ’80 che sconvolse Irpinia e Basilicata, la commissione Scalfaro, istituita quasi dieci anni dopo, riuscì a far luce su una serie di intrecci & affari tra politica, imprenditoria taroccata e camorra: un fortissimo j’accuse politico che però rimase lettera morta. Tanto che i protagonisti del saccheggio l’hanno fatta franca e hanno messo in salvo in malloppo. Un lavoro buono, politicamente significativo ma rimasto sulla carta. Molto peggio ha fatto la magistratura, che aveva tutti gli strumenti per assicurare ladri & camorristi alle patrie galere e invece, nonostante anni e anni di inchieste, magistrati impegnati a pieno regime e vagoni di danari spesi, ha partorito il classico topolino. Prescrizione e tutto in gloria. Del tutto sbagliati i capi d’accusa, corruzione e/o concussione, che hanno una prescrizione breve; mentre era sotto gli occhi di tutti uno scenario da tipica associazione a delinquere, politici e imprenditori di riferimento a spartirsi il bottino senza bisogno di alcuna intimidazione o minaccia. Con un bis in più, ossia associazione a delinquere di stampo mafioso, per la partecipazione – come terzo, fondamentale partner d’affari – della camorra spa, ottima per tutte le fasi di movimento terra, calcestruzzo e subappalti. Ma cosa successe per la maxi inchiesta della procura di Napoli durata anni? Neanche una pagina, una sola – che avrebbe consentito di far scattare quel fatidico bis – sulla camorra: come se in tutto il copione della arcimiliardaria ricostruzione post terremoto ’80 – la bellezza di 65 mila miliardi e passa di vecchie lire – la camorra fosse stata del tutto assente, quando anche le analisi più frettolose calcolano che gli introiti per le holding malavitose sono stati nell’ordine del 20-25 per cento circa, un quarto della torta. Un eccezionale propellente di danari pubblici per una crescita che infatti dagli anni ’80 non conoscerà tregua (e poi alta velocità, monnezza, riciclaggio nelle altre regioni…). Ma tutto questo – nell’inchiesta sul dopo terremoto – non fa lontanamente capolino…

Da quel flop partenopeo agli odierni non incoraggianti scenari abruzzesi il passo – nonostante i tanti anni passati – non è poi così lungo. Un’inchiesta della Voce a un paio di mesi dalla tragedia documentava le prime avvisaglie di infiltrazioni mafiose, di forniture strane, di calcestruzzo in forte odore di clan. Nonchè svariate presenze massoniche tra i professionisti impegnati in progettazioni, lavori, controlli, strutture regionali di supporto. Insomma, uno scenario da brivido, con inequivocabili segnali di forte allarme. E’ successo qualcosa? Il silenzio quasi totale. Ogni tanto voci di indagini per qualche appalto sospetto, qualche fornitura non cristallina, costi un po’ eccessivi: insomma, pagliuzze, quante ne volete. Ma la trave no, guai anche a pensarci. Una tra le ultime inchieste ha riguardato, a fine anno scorso, il sequestro di 800 balconi del progetto C.a.s.e. nelle New Town, quello voluto da Silvio Berlusconi, tramite l’angelo di tutte le emergenze Guido Bertolaso, per dare subito un tetto agli aquilani. E’ del 3 ottobre 2014 la notizia del blitz ordinato dalla procura dell’Aquila, in seguito al crollo di un paio di balconi. L’ipotesi di reato è quella di frode in pubblica fornitura. “Difetti di costruzione” minimizza il sindaco del capoluogo Massimo Cialente. “Vogliamo ricordare agli inquilini che non è sicuro uscire sui balconi”, l’incisivo messaggio in arrivo dalla procura.

Un servizio Rai a sei anni dalla tragedia dell’Aquila ha documentato ritardi, carenze e drammi quotidiani. Sono stati anche sottolineati errori nelle progettazioni e realizzazioni delle abitazioni. Un esempio emblematico: sono state macroscopicamente sbagliate, in parecchie case del progetto… C.a.s.e., le pendenze dei balconi così che – come ha osservato un tecnico – “ad ogni pioggia, per via della pendenza sbagliata, l’abitazione si allaga. E sono altri danni. Per non parlare dell’umidità”.

Le stesse cose sono successe, esattamente 32 anni fa, per realizzare la New Town a un tiro di schioppo da Pozzuoli in preda al bradisisma, Monteruscello. Per un’emergenza (eccoci alle solite emergenze che oggi scopre il fresco ministro delle Infrastrutture Graziano Del Rio!) ‘taroccata’ (saranno poi alcuni scienziati – come l’allora direttore dell’Osservatorio Vesuviano Giuseppe Luongo – ad ammetterlo) viene deciso in fretta e furia il trasloco della popolazione di Rione Terra e dintorni nella new town di Monteruscello, area ugualmente ‘rossa’ e cioè a forte rischio sismico e bradisismico, e ugualmente ‘archeologica’, per cui i lavori impatteranno con una infinita serie di reperti regolarmente ‘massacrati’, come la Voce denunciò in una cover story del 1987, “il massacro archeologico”. Ma quei lavori andavano a tutti i costi fatti, grandi sponsor l’ex ministro per la protezione civile (e poi dei Beni culturali) dell’epoca Enzo Scotti e il preside ‘rosso’ di Architettura Uberto Siola, che progetta con la sua equipe l’insediamento monstre. Una gioia per fornitori di calcestruzzo (le principali sigle di camorra allineate e compatte, capitanate dal gioiello di casa Nuvoletta, la Bitum Beton), imprese camorriste impegnate in svariate forniture e subappalti, e star del mattone, napoletane e nazionali. Ricorda un progettista: “C’erano veri colossi, come le imprese dei cavalieri siciliani già allora in forte odore mafioso, la parmense Pizzarotti, la toscana Pontello, allora erano i padroni della Fiorentina, la Sorrentino costruzioni di Torre del Greco, che rappresentava un trait d’union tra camorra e politica”. Tra i progettisti, in cabina di regia Vincenzo Maria Greco, uomo ovunque di Paolo Cirino Pomicino, all’epoca in rampa di lancio.

La procura di Napoli avviò un’inchiesta, in prima fila tre inquirenti coraggiosi, Franco Roberti (oggi a capo della Direzione nazionale antimafia), Luigi Gay (ora procuratore capo a Potenza) e Paolo Mancuso (al vertice della procura di Nola). Un’inchiesta straordinaria, capace di fotografare per filo e per segno le connection tra politica, imprese taroccate e camorra. Un bomba. Una autentica tangentopoli ante litteram, capace di far deflagrare i palazzi e, caso mai, di interrompere una serie di brillanti carriere politiche nel gotha nazionale. Ma cosa successe? Tutto archiviato in istruttoria, per volontà dell’allora procuratore capo di Napoli, Alfredo Sant’Elia, su precisa sollecitazione di Scotti.

A proposito della new town di Monteruscello, un reportage della Voce di giugno ’86 così descriveva quella situazione: “I primi assegnatari sono arrivati da qualche mese e hanno avuto modo di familiarizzare con le strutture abitative. ‘Hanno costruito containers e le chiamano case’, denunciano i promotori del comitato popolare Monteruscello, ‘la vivibilità è in continuo peggioramento, infiltrazioni piovane e di fogne sono un pericolo per la salute”. Un dossier redatto da una società di progettazioni e servizi del gruppo Iri, e cioè Italtekna, dettagliava una sfilza di carenze riscontrate, addirittura dodici: infissi esterni, infiltrazioni nei garages, nelle cantine, nei solai, rottura di tubature, spifferi, pavimenti rialzati, tetti malfatti, insomma da casa degli spiriti. Così proseguiva la Voce: “Ma un caso è il più emblematico: e riguarda la pendenza dei terrazzini: nel 70 per cento dei casi, secondo Italtekna (ma secondo un’altra perizia si arriva al 90 per cento) è addirittura contraria, e quando va bene è inesistente: il risultato è che alla minima pioggia l’acqua non defluisce all’esterno, ma entra in casa. Piccoli errori tecnici…”.

Qualcosa di simile, ma in proporzioni ben più gigantesche, successe a pochi chilometri di distanza, nell’area dei Regi Lagni: “miliardi nel fango”, titolò la Voce a fine anni ’80, a proposito dei 600 miliardi – arrivati a sfiorare il tetto da primato dei mille – stanziati e affondati coi soldi pubblici del dopo terremoto per la bonifica (sic) di una vasta area tra l’area nord di Napoli e il basso casertano, ai confini con la Terra dei fuochi. Il risultato: il solito assalto alle casse statali, a spartirsi la torta la crema dei mattonari partenopei, delle sigle di camorra, dei soliti progettisti che prima sfasciano, poi sono addirittura chiamati a risistemare (anche stavolta un Vincenzo Maria Greco in pole position: e lo stesso copione ci sarà per lo scempio del Sarno). Ciliegina sulla torta: il disastro ambientale, visto che l’impermeabilizzazione spinta delle superfici ha provocato regolari allagamenti ad ogni pioggia. Come a Monteruscello. Come a L’Aquila. E – tanto per cambiare – anche il ‘regolare’ processo per lo scandalo dei Regi Lagni è finito in flop: un bagno di prescrizioni, e lorsignori felici e impuniti a godersi il bottino.

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