La terra trema nel Nepal dei poveri

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La sciagura che colpisce il Nepal, al di là dal dolore per le migliaia di vittime del terremoto e della solidarietà per i superstiti, ripropone tragicamente la riflessione sulle diseguaglianze del mondo. In Giappone, terra evoluta e tutelata da un’apprezzabile organizzazione sociale, l’evento del terremoto, frequente in quella terra soggetta a scosse sismiche, è vissuto con ovvia preoccupazione, ma anche con piani di prevenzione e di intervento postumo che riducono sostanzialmente danni alle cose e alle persone. In Veneto la sua laboriosa popolazione, con il supporto dello Stato, nelle diverse competenze, ha potuto affrontare al meglio il dopo terremoto, ripartendo speditamente con il suo tessuto industriale e la ripresa sociale della normalità. In Nepal, terra esposta a fasi telluriche cicliche, il terremoto, di magnitudo devastante, ha distrutto migliaia di case, costruite con pessimi materiali, che hanno sepolto sotto le macerie migliaia e migliaia di persone.
Il dopo sisma, per chi è scampato alla morte, ha rivelato la dimensione fallimentare dell’economia locale e la fragilità del sistema sociale del Paese: ospedali insufficienti e degradati, difficoltà e lentezze dell’intervento per assistere la popolazione priva di un tetto, dei generi di prima necessità, di medicinali e ripari provvisori. Dal Nepal un’invocazione di aiuto e la terribile denuncia di essere soli a fronteggiare l’emergenza epocale, la distruzione di antiche testimonianze artistiche, il buio di un futuro che non restituirà quanto distrutto dal sisma e le immagini, le immagini impressionanti dei cadaveri cremati in riva al fiume per scongiurare le epidemie. In primo piano i volti di donne disperate, consapevoli di vivere il dramma della solitudine e della povertà, esasperate per la maledizione di una terra che ha infierito su un popolo di esclusi dal benessere economico mondiale, per responsabilità della globalizzazione a senso unico governata dai ricchi del mondo.
Non marginale è la rabbia degli sherpa che scalano l’Everest, portatori dei materiali di alpinisti tentati dalla classica scalata. La montagna è violata da troppi, denunciano, si vendica. Si riferiscono ai cento impavidi che abitavano contemporaneamente la cima e le falde vertiginose della montagna, quando il sisma l’ha scossa provocando valanghe devastanti che hanno spazzato via i campi base degli scalatori, con masse imponenti di neve venuta giù per effetto del terremoto. Ventidue è il numero ufficiale delle vittime accertate, una sessantina i feriti, almeno duecento i dispersi. E chissà che il tragico evento del sisma non convinca il mondo degli scalatori a lasciare in pace il tetto del mondo.

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