Dio Mercato – Renzi, tu da che parte stai?

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«Dovrete abituarvi a considerare le operazioni di mercato per quello che sono. Non operazioni politiche, ma di mercato»: parola di Matteo Renzi! Il premier le ha pronunciate rispondendo a una domanda sulla vendita di Rai Way; e non bisogna essere un economista, né un esperto di mercati per capire che non si tratta di un concetto di sinistra. Ci sono dei momenti nella vita in cui le cose ci appaiono di una semplicità estrema, momenti in cui diventa immediato decidere da che parte stare. Don Lorenzo Milani mostrava ai suoi ragazzi una fotografia di un torturato e del suo carnefice e chiedeva loro, a bruciapelo, “tu da che parte stai?”. I ragazzi rispondevano senza esitazione indicando la parte del torturato. Non si domandavano neanche chi fosse la vittima e per quali ragioni venisse aggredita. Comprendevano che si trattava comunque di uno che stava subendo, che il potere non stava dalla sua parte. Anche a Renzi qualcuno dovrebbe chiedere “tu da che parte stai?”, mostrandogli la foto virtuale dell’Italia, dove pochissimi detengono le ricchezze di tutti gli altri messi assieme, dove il mercato decide l’esclusione sistematica e programmata di milioni di esseri umani dai suoi “benefici”, accessibili solo a pochi. Viene facilmente tacciato di essere “di sinistra” chiunque pensa che la ricchezza non è casualmente distribuita e ritiene ingiusto l’ordine del mondo che moltiplica gli impoveriti. C’è oggi chi si affanna a gettare nella spazzatura della storia, non solo gli aspetti discutibili del passato, ma anche le utopie, gli ideali, le lotte e le conquiste sociali per le quali altri hanno speso la vita. Renzi, pur essendo segretario del Pd, fa a gara nel prendere le distanze dalle politiche di sinistra, sostenendo che non si conciliano con il mercato; e così, più prende le distanze dalla sinistra, più aderisce all’ideologia della destra. Tragicamente questo comporta che per non essere più considerati “di sinistra” – con la scusa di dover raccogliere voti anche nell’altro schieramento – bisogna far finta di non vedere che il mercato fagocita gli esseri umani per salvaguardare i profitti di pochi, e che masse di diseredati sono derubate del diritto ad una vita almeno non indecente.
Il mercato è l’idolo del momento, una moderna e cattiva divinità che, come quelle antiche, pretende i sacrifici, il sangue e la vita di migliaia, milioni, di vittime umane. Come una dispotica divinità le reazioni del dio-mercato sono imprevedibili, le sue vendette si abbattono sull’intero pianeta con un’onda d’urto di proporzioni ciclopiche. É inutile tentare di capire quale progetto abbia in serbo per noi, perché il dio-mercato non ammette ingerenze nè controlli. E quando ci accorgiamo che è diventato una nuova forma di metafisica, comincia a vacillare la nostra presunzione di esseri viventi dotati di libero arbitrio.
Il dio-mercato esige un atto di fede; ci chiede di smettere di porci domande per capire le sue regole e di lasciarci andare abbracciati a “lui”, come si abbraccia una religione con i suoi indiscutibili dogmi. Per secoli l’umanesimo, mettendo al centro la dignità degli esseri umani, ha tenuto sveglio il continente europeo. Per secoli abbiamo creduto di essere noi, esseri umani, il centro di un universo creato per noi. Forti di questo, ci siamo convinti che il denaro fosse solo un mezzo e non il fine dell’economia, che il suo uso sempre più diffuso fosse il prezzo da pagare per un’esistenza più libera e dignitosa per tutti. Invece oggi dobbiamo fare i conti con una globalizzazione dei mercati disumana e disumanizzante che, come una divinità, facciamo fatica a criticare; ci stiamo convincendo che il mercato non è un prodotto di azioni umane, ma esiste a prescindere da noi. E perciò, pur dibattendoci in una crisi epocale che sperimentiamo ogni giorno nelle nostre tasche e sulla nostra pelle, non ci permettiamo di mettere in discussione il modello economico che l’ha generata. Costretti a prostrarci ai piedi del dio-mercato, ci sentiamo inermi, impreparati e incapaci di reagire.
Eppure dovremmo sapere che il termine “mercato” rimanda all’idea della distribuzione e della partecipazione: deriva dal latino mercatus, participio perfetto del verbo mercari che letteralmente si può intendere come “ciò che è comprato”, significato che in seguito si è esteso per includere il luogo in cui avvengono gli scambi, il mercato appunto. Mercari deriva a sua volta dal termine mercem che rimanda al verbo merere, considerato sia nella sua accezione più vasta di “meritare”, sia nel significato originario di “spartire”, per cui la merce è qualcosa da dividere. Perciò proprio intorno ai bazar, ai suq, agli empori si è costantemente sviluppata la civiltà. Occorre, allora, rimettere le cose al loro giusto posto: la merce è la parte di un tutto, va divisa con gli altri e, in qualche modo, bisogna anche meritarla; lo scambio poi, non deve limitarsi alle pure cose materiali, ma deve investire le idee, i servizi, la comunicazione. Diceva san Clemente di Alessandria ne Il Pedagogo: “Non date mai ai poveri ciò che è vostro, semplicemente restituite ciò che appartiene loro; perché ciò di cui vi siete appropriati fu dato per l’uso comune di tutti: la terra è stata data a tutti, non solo ai ricchi”.
Presidente Renzi, si ricordi: i mercati, economici e finanziari, non sono divini, ma sono determinati da noi: il mercato è al nostro servizio e non viceversa. Come il medioevo fu il tempo delle strade che collegarono il mondo, che portarono verso nuovi centri culturali e mercantili, così il nostro tempo è quello dell’intreccio di vie moderne, spesso telematiche; ed è proprio in questi “luoghi” che si annodano catene umane, si passa la parola della speranza e della resistenza, e tante piccole, “lillipuziane” realtà di impegno sociale si incrociano, si parlano, e trovano possibili soluzioni per un agire solidale. Emblematica è l’esperienza di Muhammad Yunus, il banchiere dei poveri, premio nobel per la pace nel 2006. Un giorno decise di mettere in pratica ciò che aveva sempre insegnato ai suoi alunni; fondò la Grameen Bank e cominciò a prestare soldi agli ultimi, senza pretendere in cambio garanzie che non sarebbero state possibili. La Grameen non è mai fallita forse perché la scommessa è quella di puntare sugli esseri umani, sul desiderio di riscatto che è in ognuno di noi, e non sul guadagno fine a se stesso. “I mercati non possono godere di un’autonomia assoluta; senza risolvere i problemi dei poveri, non risolveremo quelli del mondo”, dice papa Francesco. Capito, presidente Renzi?

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