Costa Concordia – Quel movente palesemente falso

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Dopo tre anni viene a galla la verità sul naufragio del Costa Concordia che la Voce aveva ricostruito con due inchieste a marzo e ad aprile 2012. Altro che inchino allegro del comandante! C’era qualcosa, un carico bollente, cocaina a chili, che doveva essere scaricato o caricato al volo. Per capirlo, bastava una semplice operazione preliminare: scartare moventi illogici e privi di qualsiasi prova credibile.

Esistono ricostruzioni della magistratura che cozzano in maniera palese e clamorosa contro il buon senso comune, fino al punto da rasentare l’abuso di credulità popolare. Situazioni che si ripetono, tribunale dopo tribunale, di aula in aula, alimentando quel diffuso sentimento di profonda sfiducia nelle capacità e nella buona fede della magistratura italiana che poi talvolta va a sfociare in atroci crimini, figli di una folle disperazione, come l’eccidio al Tribunale di Milano del 9 aprile.
Questa premessa è d’obbligo se davvero vogliamo provare a spiegare un fatto non meno assurdo, anche questo purtroppo divenuto rituale nel tempo, e cioè come mai a distanza di tre anni solo ora viene a galla che sul Costa Concordia ha viaggiato e viaggiava cocaina per conto di trafficanti mafiosi. Vale a dire esattamente quello che aveva scritto la Voce in due inchieste subito dopo il naufragio del secolo, a marzo e ad aprile 2012, con tanto di nomi e cognomi, testimoni, documenti.
Eravamo partiti da una considerazione semplice ma essenziale: il movente. Nemmeno un bambino potrebbe infatti mai credere che un comandante di lungo corso come Francesco Schettino, che aveva navigato mille volte quelle acque, ed anche mari ben più perigliosi, eseguisse in una notte calma e serena una manovra a tutta velocità rasentando le arcinote Scole, come se fosse un ragazzino per la prima volta alla guida di un gommone e non il capitano di un colosso con tremila persone a bordo. Due erano le cose: o Schettino era un malato di mente (qualcosa che oggi possiamo accostare al caso Spitz, il pilota della Germanwinds che, secondo la versione delle autorità tedesche, era già depresso e ha deciso di farla finita trascinando con sé nel vuoto 150 persone), e non lo era. Oppure nella ricostruzione che circolava già allora (ed è poi stata confermata tre anni dopo in Tribunale), di un comandante che decide di fare allegramente un “inchino” in una notte d’inverno buia e deserta, qualcosa chiaramente non funzionava. Peggio: era palesemente falso, sommario e privo di qualsiasi logica.
Ci sono voluti tre anni perché un pubblico ministero davvero degno del suo ruolo, il nuovo procuratore capo di Firenze Giuseppe Creazzo, riuscisse a riprendere indirettamente le redini di quella assurda ricostruzione del naufragio e cominciasse ad aprire uno spiraglio di verità. Creazzo – ottimo investigatore con lunga esperienza alla DDA calabrese ma, soprattutto ed evidentemente, uomo dalle mani libere – con l’aiuto del Gico ha smantellato un traffico di sostanze stupefacenti via mare gestito dalla ‘ndrangheta, avendo giustamente colto i diversi, precedenti segnali che indicavano come siano proprio le navi da crociera il principale vettore utilizzato dai narcos calabresi. Quei segnali, peraltro, esistevano già nel 2012 e la Voce li aveva indicati perché presenti qua e là, in forma sparsa, nelle cronache giudiziarie degli anni precedenti. Creazzo ne ha raccolto le fila ed ha correttamente utilizzato i mezzi propri dell’autorità giudiziaria per arrivare ad una ricostruzione implacabile e rigorosa di quel traffico.
Esattamente ciò che avrebbero dovuto fare gli investigatori impegnati a dare giustizia, o almeno una motivazione, ai familiari delle 32 vittime del Costa Concordia. Qualcuno, fra loro, avrebbe potuto almeno cogliere lo spunto investigativo che avevamo lanciato con due lunghe inchieste sulle pagine della Voce, mensile a diffusione nazionale. Anche perché abbiamo una prova inconfutabile del fatto che le nostre inchieste siano state lette in Procura: la citazione in tribunale che ci era stata fatta da uno di quei magistrati (e che è tuttora pendente), nella quale l’altolocata toga non smentiva la sua pregressa partecipazione alla stessa associazione del faccendiere Pasqualino Lombardi (come da noi scritto), né entrava nel merito della nostra ricostruzione giornalistica delle vere cause del naufragio (il traffico di droga). E chiedeva qualcosa come mezzo milione di euro di risarcimento danni dalla Voce, che aveva osato per ricordare la sua appartenenza a quella associazione, da lui stesso confermata nella citazione.
Fatto sta che l’inchiesta della Voce – in cui veniva indicato fra l’altro un testimone oculare, l’avvocato delle Canarie Jusus Bethencourt – in Procura a Grosseto era stata letta e straletta. Ma tutti – compreso probabilmente Schettino – hanno optato per la pista ben più innocua della “distrazione”. Il fantasma in carne e ossa della mafia è rimasto fuori dalla porta.
Sul sito della Voce i lettori troveranno le due inchieste del 2012 sulle inconfessabili ragioni che spinsero un navigatore come Schettino a rischiare tanto quella notte del 13 marzo.
Se il comandante fosse stato intimidito, o se invece conoscesse quel disegno criminale, questo non sta a noi stabilirlo. Doveva farlo l’autorità giudiziaria. Appunto.
Nota finale. Nelle ricostruzioni della Voce non veniva indicato quale fosse l’organizzazione mafiosa implicata nei traffici a bordo del Concordia. Avevamo però fatto un esplicito e ripetuto riferimento alla mafia russa. In proposito possiamo oggi aggiungere che anche questa tessera del mosaico investigativo sembra andare al suo giusto posto. Se è vero infatti che le cosche d’oltrecortina già nel 2012 la facevano da padrona in Italia, i rapporti ufficiali le attribuiscono una penetrazione particolare proprio in Campania (Sorrento ai primi posti) e in Toscana. Quanto agli stretti rapporti tra mafia russa e ‘ndrine, un’ottima ricostruzione era già quella resa da Giovanni Tizian e Fabio Tonacci su Repubblica proprio nel 2012, il 21 giugno
(http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/inchiesta-italiana/2012/06/21/news/euro_ndrangheta-37666889/).

Di seguito, l’inchiesta della Voce di aprile 2012

Il procuratore capo di Grosseto Francesco Verusio sta cercando faticosamente di mettere insieme le tessere del puzzle infernale per arrivare ad una verità che, almeno sul piano giudiziario, possa dare pace alle 32 vittime del disastro, alcune delle quali forse resteranno a giacere per sempre su quei fondali marini. Erano le 21 e 42 esatte del 13 gennaio 2012 quando un gigante assoluto del mare, il Costa Concordia, vanto della marina italiana con le sue 114 mila tonnellate e passa di stazza, andava a schiantarsi contro gli scogli intorno all’isola del Giglio, tanto conosciuti da essere vistosamente segnalati nelle cartine turistiche degli alberghi isolani.
Il 13 marzo, a due mesi esatti di distanza dal più tremendo incidente che abbia mai coinvolto una nave italiana, sono stati identificati i corpi di otto fra le vittime ripescate dai sub, compreso quello della piccola Dyana Arlotti di Rimini, cinque anni. L’atroce, drammatico quesito che è alla base di tutto – e sul quale sicuramente stanno cercando ancora di fare luce il procuratore Verusio, con i sostituti Alessandro Leopizzi, Maria Navarro e Stefano Pizza – riguarda i motivi per cui un comandante di lungo corso con trent’anni di esperienza a bordo, come Francesco Schettino, decide di salire in plancia e sostituirsi al pilota automatico, la cui rotta sarebbe stata di tutta tranquillità per la nave e per i passeggeri. Poi si mette ai comandi, accelera il bisonte del mare fino a 16 nodi proprio mentre devia la rotta e, nel tentativo di passare radente alla costa, si schianta sugli arcinoti scogli delle Scole. Come la Voce aveva già ricostruito nel numero di marzo, l’ipotesi che si sia trattato del famoso “inchino” fa letteralmente acqua da tutte le parti, essendo stata clamorosamente smentita dalle diverse fonti indicate dal comandante, senza contare il fatto che appare di per sé illogica ed assurda, in una notte fredda e buia di gennaio, con l’isola deserta.

SILENZIO. PARLA JESUS
Alle circostanze indicate dalla Voce nell’inchiesta “La pista russa” sono arrivate alcune sbalorditive conferme. Che convergono intorno ad una sola ipotesi, dai contorni sempre più definiti: poteri malavitosi utilizzano da tempo navi da crociera per i loro traffici. E lo sbarco “al volo” di materiali o persone lungo certe determinate coste risulta tutt’altro che casuale.
Partiamo da un avvocato spagnolo, originario delle isole Canarie, viaggiatore abituale in navi da crociera di diverse compagnie. Si chiama Jesus Bethencourt. Sentite cosa dichiara sulla sciagura del 13 gennaio. «Quello che è successo di fronte all’isola del Giglio potrebbe avere avuto me come protagonista involontario, nell’agosto del 2010, quando ho navigato con mia moglie e mia figlia lungo lo stesso itinerario nel Mediterraneo». Proprio a bordo del Costa Concordia. Capitanato anche in quell’occasione dal comandante Schettino.
Pare che il Giglio, per chi conosce certe rotte, non sia un posto qualsiasi. «La testimonianza di Bethencourt e di sua moglie – spiega Bernardo Sagastume, corrispondente alle Canarie del periodico ABC – riguarda non solo l’accostamento al Giglio da parte di Schettino, che lui stesso visse in prima persona durante quel viaggio del 2010, ma anche il fatto che, in tale occasione, il personale di bordo fece in modo da liberare tutte le cabine passeggeri che affacciavano sulla costa isolana».
Abbiamo capito bene? Anche due anni fa qualcuno, al comando del gigante marino, avrebbe prescelto l’orario di cene e ricevimenti, quando tutti gli ospiti si ritrovano nei saloni centrali, per effettuare l’accostamento forzato al Giglio, evitando così che durante le manovre vi fossero occhi indiscreti sul lato della nave rivolto verso l’isola. L’avvocato e sua moglie avevano il numero di cabina 8300, una suite con balcone affacciato sul Giglio. Ma quella sera Nayra, la moglie dell’avvocato, rimane più a lungo sotto la doccia. E così, mentre tutti gli altri passeggeri sono già nei saloni delle feste, i coniugi restano ancora in cabina. Jesus, in particolare, decide di uscire sulla balconata e riprendere con la telecamera le immagini della costa isolana. Giusto una decina di minuti, mentre aspetta che la moglie completi i suoi preparativi per il ricevimento a bordo. «Insomma alle 21 e 30 (orario “topico”, a quanto pare, ndr), mentre tutti i passeggeri erano nei saloni centrali per la festa, io mi trovavo sul balconcino della cabina a filmare il Giglio. Una cabina che probabilmente il personale di bordo riteneva vuota, visto che avevamo acquistato il biglietto all’ultimo momento».
Cosa vede e cosa filma Jesus Bethencourt in quei minuti? Lo racconta lui stesso: «Mi rendo conto subito che la nave Concordia viaggiava in strettissima prossimità della costa, particolare che non poteva sfuggire a me, abituato come sono a vedere tutti i giorni navi da crociera intorno alle Canarie, ma sempre a distanze di sicurezza. Poi a un certo punto dal buio di una grotta, in un tratto della costa gigliese che pareva disabitato, spuntano le luci di una torcia elettrica». Era come se qualcuno stesse facendo segnali convenzionali. «Io filmo tutto e dico scherzando a mia moglie: “guarda, Cosa Nostra, la Mafia, stanno facendo il contrabbando”».
E certamente avrebbero continuato, se quella notte del 2 agosto 2010 non si fosse trovata in zona una pattuglia della Guardia costiera. «Con un segnale da tre squilli fermano l’accostamento del Concordia all’isola. La polizia – continua Bethencourt – costringe la nave a ruotare di 180 gradi e tornare a Palermo». «Dopo poco – aggiunge Nayra – dagli altoparlanti arriva un annuncio: si va a Palermo perché è la città di Schettino, dove hanno preparato una festa per lui. Mi domandai perché dovessimo tornare in quella città…». Quando la famiglia arriva nei saloni, ecco un’altra sorpresa: membri del personale sequestrano la fotocamera di Jesus. Il giorno dopo l’apparecchio viene restituito: video e foto di quella sera erano stati cancellati. Ma l’avvocato aveva fatto in tempo a sfilare, prima del sequestro, la scheda removibile. Tanto che oggi pezzi di quelle immagini sono visibili sul sito del settimanale spagnolo ABC.
Scarsi poi, a detta dei Bethencourt, anche i dispositivi di sicurezza generale, «solo istruzioni e salvagente in camera ma, soprattutto, passeggeri delle cabine “per ricchi”, come noi, esentati dall’esercitazione obbligatoria per ordine di Schettino». «Non abbiamo alcuna intenzione di essere protagonisti in questa vicenda – dicono Nayra e Jesus – ma abbiamo negli occhi la tragedia, le immagini della bambina che non si è riusciti a salvare. E vorremmo contribuire a far in modo che tutto questo non accada mai più».

LE VOCI DI DENTRO
Prima solo sussurri, mezze frasi isolate. Poi, man mano che girava l’inchiesta della Voce sulla “Pista russa” (compresa la nostra partecipazione a Uno Mattina, condotta da Franco Di Mare), sono cominciate ad arrivare sorprendenti segnalazioni alla nostra redazione e ai siti che avevano rilanciato l’articolo della Voce. Cominciamo da un blogger che scrive a Comedonchisciotte.net e si firma Matteo Gigli. Perché lui ricorda «un’altra, singolare coincidenza». Quella del 6 maggio del 2011, quando cade in mare per cause «da accertare» un turista trentatreenne di nazionalità russa, che viaggiava a bordo del Costa Concordia. L’uomo è precipitato in acque francesi poco dopo la mezzanotte, incidente confermato dalla stessa compagnia Costa. L’equipaggio è stato avvertito da un amico del turista (secondo altre fonti, la fidanzata), che viaggiava insieme a lui. Sono scattate tutte le procedure d’emergenza, ma il corpo dell’uomo non è stato ritrovato.
La nave Concordia stava effettuando il rituale tour del Mediterraneo, lo stesso di quella maledetta notte del 13 gennaio 2012. Partita da Savona, era diretta a Barcellona nel momento della caduta in mare. Alle 6 del mattino, dopo vane ricerche del disperso, la nave è ripartita alla volta della Spagna. Lanciata dall’Ansa, poi dal Secolo XIX e da numerose testate online, la notizia non è stata seguita da particolari successivi. Il ritrovamento non c’è mai stato. E il mare ha sepolto, con il giovane russo, le ragioni della sua caduta in mare.
«Una ventina d’anni fa – scrive intanto alla Voce un lettore – conobbi a Barcellona un marittimo della Costa che mi vendette dell’hashish. Ne aveva una quantità enorme e mi disse che per loro era facilissimo imbarcarla, pare lo prendessero durante gli sbarchi in Marocco. Evidentemente – conclude – in vent’anni non è cambiato niente».
E poi c’è Radio Ies, l’emittente romana numero uno che, nella “Ouverture” quotidiana condotta da Davide Gramiccioli ed Elena Parisi, propone spesso l’altra faccia della notizia. Sull’affondamento del Concordia, arriva in radio il racconto della blogger Sofia Riccaboni. «Da numerosi elementi raccolti – spiega – il 13 gennaio a bordo del Concordia poteva essere in atto una “riunione” segreta cui partecipavano esponenti della mafia russa e di cosche nostrane. Argomento: traffico di rifiuti tossici ad alto rischio». Qualcuno avrebbe fatto affondare la nave per sabotare il summit e le sue finalità. Non meno sospetta la questione dei “clandestini” a bordo, ammessa come ipotesi fin dai primi giorni dallo stesso commissario per l’emergenza Franco Gabrielli.
La loro presenza, se mai vi fu, ben difficilmente ormai potrà venire a galla.
L’AMICA IRINA
Ancora, eccoci alla storia di Irina Nazarova, ufficialmente animatrice di bordo ma soprattutto amica della moldava Domnica Cemortan. Tanto somiglianti fra loro, le due ragazze, da essere frequentemente scambiate. Irina, che faceva parte dell’equipaggio durante la crociera maledetta, è nata in Russia, a Samara, il 31 agosto del 1986. E’ la stessa Domnica a fare il suo nome, nel lungo verbale della testimonianza resa alla Procura di Grosseto il 1 febbraio scorso. «Appena arrivata a bordo – dice – ho lasciato il bagaglio nella cabina della mia amica Irina Nazarova». Il verbale, in lingua moldava, è stato pubblicato integralmente dal sito locale www.protv.md. Dinanzi ai magistrati, inoltre, la moldava afferma che il suo compito sulle navi era quello di effettuare le traduzioni in russo.
Chi sono davvero Domnica e Irina? E che ruolo hanno avuto in quello che veramente è accaduto quella notte?

UN RAPPORTO ONORATO
Se sui suoi rapporti con Irina rilascia solo quelle scarne affermazioni, Domnica invece, durante la lunga testimonianza, si sofferma più volte sul nome di Ciro Onorato, altro rilevante personaggio di tutta la vicenda. Ciro, intanto, è lo stesso uomo col quale Domnica dice di aver messo in salvo molte persone. Con lui a notte fonda lascia la nave, ormai prossima all’affondamento, a bordo di una delle ultime scialuppe partite per il Giglio. L’ordine, racconta la giovane ai pm, le viene dato dal comandante: «scendete, andate a mettervi in salvo».
Le cronache ci hanno raccontato che Ciro Onorato, manager della ristorazione a bordo del Concordia, quella fatale sera era a cena con il comandante Schettino e con il direttore Manrico Giampedroni. A loro si unì, per un dessert, Domnica. Poi, ha spiegato la donna, il comandante invitò tutti loro a salire in plancia. Siamo a pochi minuti prima del tragico accostamento al Giglio. Cosa si dissero a tavola, durante la lunga cena, Schettino e Onorato? Racconta Domnica al settimanale “Oggi”, nel numero di metà marzo: «Non so di cosa parlassero i miei superiori. Nominavano il Giglio, ma lo facevano alla svelta, con accento napoletano. Non ci capivo nulla».
Tanto Schettino quanto Onorato sono originari della costiera vesuviana: sorrentino il primo, nato nella vicina Torre del Greco, il secondo. Zone del napoletano in cui sono ancora in tanti a comunicare fra loro in stretto dialetto. Tanto stretto che ben difficilmente avrebbero potuto interpretarne il significato non solo la ragazza, ma nemmeno lo spezzino Giampedroni.
Imbarcato da numerosi anni sulle navi Costa, Ciro Onorato viene menzionato su molti blog dei crocieristi per la sua simpatia e cordialità. Memorabili, a quanto pare, le sue performances gastronomiche sulla Costa Mediterranea. Ricorda un passeggero, Vincent Finelli, nel suo diario di bordo: «Le nostre serate sono state deliziose. Siamo stati inoltre molto felici di rivedere il nostro amico maitre Ciro Onorato, che è salito a Tenerife».
Ne ha fatta tanta, Ciro, di gavetta, dai vicoli del centro storico torrese ai fasti delle navi da crociera dove, si sa, un bravo maitre diventa sempre una star delle serate. Ma ancor più strabiliante è stata la carriera di suo fratello, Gianni Onorato. Già, perché il manager dall’aplomb britannico di Costa Crociere spa, l’uomo di punta del board catapultato la mattina del 14 gennaio al Giglio, per rilasciare impossibili spiegazioni del disastro ai cronisti, non è solo omonimo dello chef che era a tavola con Schettino e Domnica. E’ suo fratello.
La rivelazione, che era stata fatta alla Voce da un anziano marittimo di Torre del Greco, trova peraltro conferma in alcuni blog, primo fra tutti proprio quello dei crocieristi Costa, amministrato da un’addetta alle pubbliche relazioni della Compagnia, Flora. La quale, in un post di maggio 2009, ricorda: «Ciro e Gianni Onorato sono fratelli. La loro è una famiglia che ha sempre lavorato a bordo. Quando l’ho conosciuto tanto tempo fa, a metà anni ’90, il dott. Onorato (Gianni, ndr) si occupava, a terra, del settore enogastronomico delle navi Costa. Sono passati gli anni e ora Gianni è direttore generale». Laureato in lingue all’Università Orientale di Napoli, Gianni Onorato è direttore generale di Costa dal 2004. «Ha iniziato la sua attività nel 1986 – si legge nel profilo del top manager sul sito della statunitense Carnival, cui fa capo il Gruppo Costa – nel settore alberghiero della società. Nel 1998 è stato nominato vicepresidente. Durante il suo mandato da direttore generale ha introdotto innovazioni nel prodotto Costa».
Di Torre del Greco, infine, è anche Ciro Ambrosio, secondo ufficiale e vice di Schettino sul Concordia.
Ambrosio, che come Ciro Onorato ed altri membri dell’equipaggio era in plancia al momento dell’impatto, è indagato dalla Procura di Grosseto. Per lui l’accusa è di cooperazione col comandante in omicidio plurimo colposo e naufragio.

DA MARANO A TENERIFE
C’era una volta la perla delle Canarie, quella Tenerife che per il suo fascino poteva competere con patrimoni dell’umanità come Capri e Sorrento. Poi l’isola e la sua capitale Santa Cruz sono diventate approdo privilegiato per i business dei camorristi in arrivo dall’hinterland a nord di Napoli: prima i nuvolettiani di Marano poi, negli ultimi dieci anni, si sono fatti strada gli uomini dell’allora emergente Giuseppe Polverino, il boss arrestato a metà marzo in Andalusia. «Napoli – spiega un tour operator – non a caso è l’unica città del sud Italia ad avere da tempo un volo di linea per Tenerife. E che non si tratti di solo turismo, lo dimostrano le cronache giudiziarie…». Polverino, che era nell’elenco dei latitanti più pericolosi e capo del clan camorristico operante a Marano, Villaricca, Quarto, Qualiano e Pozzuoli, controlla un impero valutato in un miliardo di euro.
A ottobre dello scorso anno i carabinieri pongono i sigilli ad una villa sul lago di Como, dirimpettaia della magione di una star come George Clooney. Il proprietario si chiama Giuseppe Felaco. A lui gli inquirenti sequestrano un patrimonio da 40 milioni di euro. Esponente di spicco del clan Polverino, Felaco aveva il compito di investire in grosse operazione immobiliari i proventi del traffico di stupefacenti, attività primaria del clan. «Felaco – ricordano le cronache – era stato già arrestato nel 2004 a Santa Cruz di Tenerife. Estradato in Italia, aveva fatto perdere le sue tracce».
Oggi la lotta contro la camorra napoletana è diventata un argomento centrale nelle cronache giudiziarie di Tenerife. A ottobre 2011 il quotidiano spagnolo Diario de Avisos lancia l’ennesimo allarme: “almeno tre clan della camorra riciclano capitali a Tenerife”. Segue la documentata inchiesta in cui il corrispondente dall’isola, Tinerfe Fumero, fornisce dettagli sulle indagini che tengono impegnati a tempo pieno il Corpo nazionale di Polizia e la Guardia civile. «I tre clan sono quelli dei Nuvoletta, Abinante e Polverino». Di quest’ultimo viene descritta la più recente propaggine riconducibile alla famiglia Simeoli di Marano, da tempo attiva anche sull’isola spagnola.
Tenerife-Marano. Un asse di fuoco, quello che emerge dalle indagini degli investigatori italiani e spagnoli.
C’è qualcosa che unisce la rotta delle navi da crociera italiane, con approdi abituali nella perla delle Canarie, e i traffici di sostanze stupefacenti gestiti dalla camorra?
La risposta a questa domanda – che riguarda, ovviamente, non solo le navi Costa – potrà forse contribuire a gettar luce sulla tragedia del Giglio. Russi o napoletani che siano i gestori dei trasbordi di sostanze stupefacenti in lungo e in largo nei mari.

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Un commento su “Costa Concordia – Quel movente palesemente falso”

  1. gino ha detto:

    Quasi con rabbia ho letto, per essermi sentito preso in giro dalla telenovela dell'”inchino”.Quanti giornali trattano ora sotto questa luce quella strage? Perchè non scorgo notizie al riguardo. Ma Voi fate il mensile in carta stampata? Quando lo riprendete? Mi sono detto che
    fesso! Mi sono ricordato dei “porti di mare” e delle loro città, specialmente di quelle che diventano centrali
    degli armatori, anche in Europa. Non che mi scandalizzi o allarmi il traffico, ma essere stato coglionato dalle questioni di inchini e sesso su cui si sono buttati tutti dalla tv alla stampa ai blog in quei giorni e mesi.Grazie.

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