CASO CONTRADA – PER LA CORTE EUROPEA SBAGLIATO IL REATO DI CONDANNA

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Bruno Contrada non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa perché, all’epoca dei fatti – siamo tra il 1979 e il 1988 – il reato non “era sufficientemente chiaro”.
Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ben 23 anni dopo l’arresto del numero tre del Sisde, già capo della Criminalpol e della squadra mobile di Palermo. Con l’accusa, appunto, di un reato inventato: concorso esterno in associazione mafiosa sulla base delle dichiarazioni di numerosi “pentiti”, tra cui Gaspare Mutolo e Tommaso Buscetta. Solo nel 2007 (dopo 15 anni) per Contrada, dopo un complicato iter giudiziario (condanna in primo grado, assoluzione in Appello, annullamento della Cassazione, nuova condanna in Appello, conferma della Cassazione) arriva la condanna definitiva a dieci anni di reclusione per aver “contribuito alle attività e agli scopi criminali dell’associazione mafiosa denominata Cosa nostra, fornendo ad esponenti della commissione provinciale di Palermo di Cosa nostra notizie riservate, riguardanti indagini ed operazioni di polizia da svolgere nei confronti dei medesimi e di altri appartenenti all’associazione”.
Contrada due mesi fa ha presentato la quarta richiesta di revisione del processo e la corte di appello di Caltanissetta ha fissato l’udienza per il 18 giugno prossimo.
La vicenda giudiziaria di Contrada è quanto mai controversa.
Così scriviamo sul sito www.misteriditalia.it:
“Quella di Bruno Contrada è una storia emblematica. Soprattutto dello stato comatoso in cui si trova la Giustizia in Italia.
Per processarlo e condannarlo sono occorsi 15 anni. Innocente o colpevole che sia quello che gli è stato riservato è un trattamento indegno di un Paese che si vuole civile. Anche perché la sua lunga vicenda giudiziaria è stata contrassegnata da un’ambiguità di fondo: la straordinaria credibilità attribuita allo stuolo di “pentiti” che lo accusava, moltissimi dei quali già ritenuti inattendibili in altre sentenze. E poi l’assoluta mancanza di riscontri oggettivi. Un processo, quello a Contrada, che riporta alla mente un altro processo, del tutto diverso, quello che ha condannato Sofri, Pietrostefani e Bompressi per l’omicidio del commissario Calabresi: i “pentiti” usati come oracoli. I fatti? Di nessun rilievo.
Ma la storia di Bruno Contrada è una storia diversa. E’ la storia di un “servitore dello Stato” seppellito dall’accusa infamante di essere un uomo contiguo alle cosche mafiose. Con un’anomalia che deve far riflettere. E solo un caso che Contrada fosse tra i pochi poliziotti fuori dai giochi politici di quelli che Leonardo Sciascia chiamava i “professionisti dell’antimafia”, dove primeggiava l’allora capo della Criminalpol e futuro capo della polizia Gianni De Gennaro? Solo una coincidenza che ad occupare dopo di lui la poltrona di capo della polizia siano sempre stati i De Gennaro boys?
Bruno Contrada viene arrestato il giorno dell’antivigilia di Natale del 1992, l’anno delle stragi in cui hanno perso la vita, con le loro scorte, i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ad accusarlo diversi “pentiti” di mafia. Lo fanno quasi sempre de relato, cioè avendo appreso l’oggetto alla base delle accuse da qualcun altro. Il fatto che abbiano quasi tutti lo stesso legale dovrebbe impensierire investigatori e magistrati. E invece nulla accade”.
Mentre gran parte dei quotidiani italiani hanno equivocato sulla sentenza di Strasburgo, considerandola come l’assoluzione di Contrada, mentre si tratta di un semplice e debole risarcimento imposto allo Stato italiano per un errore di forma, ben oltre è andato, come al solito, l’ipergiustizialista Marco Travaglio (per lui i magistrati sono voce divina e non sbagliano mai).
Sul Fatto quotidiano del 16 aprile scorso ha sostenuto che la condanna di Contrada è sacrosanta perché sancita “da 39 magistrati di sedi e funzioni diverse”. Un ragionamento che non sta in piedi. E’ come se noi sostenessimo che i 34 magistrati di sedi e funzioni diversi (identici sono stati i passaggi giudiziari) che si sono occupati del delitto di Perugia, prima della sentenza della Cassazione, definitivamente assolutoria di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, siano degli emeriti imbecilli.
Travaglio forse non sa che una vicenda giudiziaria non è paragonabile a un torneo calcistico: non contano i gol e i punti realizzati, ma solo la sentenza finale. Che a volte è basata sui fatti, altre volte su teoremi giudiziari.

dal sito www.misteriditalia.it

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