MAFIE AL NORD? DA TRENT’ANNI

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Venerdì 17 aprile, leggiamo da Repubblica. “L’allarme dell’antimafia: ‘dalla sanità al cemento il Nord nelle mani dei clan’”. Ecco l’incipit dell’articolo: “Più veloci di chi dovrebbe contrastarle, le mafie sono già avanti. Al Nord la ‘zona grigia’ si è fatta sistema, un gruppo criminale a sé, capace di entrare in relazione, anche attraverso proprie imprese, con le cosche, come con la politica, offrire servizi, ricavarne vantaggi”. E poi: “Lavoro: appalti e non solo. Soprattutto nel settore della Sanità”.
Siamo alle solite, la scoperta dell’acqua neanche calda, men che meno bollente. Tiepida. Il solito tran tran che le mafie hanno oltrepassato i confini regionali, si sono fatte impresa, sono di casa in tutte le regioni centro settentrionali, fanno investimenti, riciclano, guadagnano. La solita litania che la mafia non ha bisogno di sparare, ma ha (ohibò) rapporti con i politici, con gli amministratori locali (perdinci), con le imprese (poffarbacco), i colletti bianchi (caspiterina). Finalmente scopriamo che – acqua a temperatura ambiente – caso mai alle mafie piacciono i soldi (e caso mai quando le si tocca a botte di confische s’incazzano un po’).
Stavolta l’occasione è fornita dal secondo rapporto trimestrale sulla presenza mafiosa nelle aree settentrionali, elaborato per la presidenza della commissione Antimafia dall’Osservatorio sulla criminalità organizzata della Statale di Milano diretto da Nando dalla Chiesa. Rapporto che è stato presentato in pompa magna a Como proprio venerdì 17 dal numero uno dell’Antimafia Rosy Bindi e dal presidente della giunta regionale lombarda Antonio Girelli. “Un focus – viene spiegato – non sull’universo rarefatto dell’alta finanza, ma un faro puntato sulla quotidianità dei colletti bianchi in permanente relazione con la schiera di apparenti dimessi manovali, ambulanti, baristi e piccoli imprenditori con quattro quarti di nobiltà mafiosa da esibire all’occorrenza”. Tanto da far subito pensare che se gli strumenti di indagine e contrasto sono questi, le mafie camperanno altri cent’anni almeno.
Tutto come se i cantieri arcimilionari per l’alta velocità – notorio appannaggio di cosche e clan – non fossero mai esistiti. Come se i maxi lavori per un gigantesco, eterno e incompiuto appalto quale la Salerno-Reggio Calabria (non c’entra col nord, ma è un’opera pubblica finanziata con soldi pubblici) non fossero mai venuti al mondo: e invece regolarmente subappaltati, lotto per lotto, chilometro per chilometro a clan di camorra nella tratta campana e ‘ndrine lungo tutta la parte finale, e calabrese, dello stivale.
E’ la stessa, crassa ignoranza che scopre ieri i traffici di rifiuti supertossici, gli interramenti dei veleni più letali che stanno ammazzando (e ancor più falcidieranno nel futuro) intere generazioni e interi territori, le nostre Chernobyl. Che non sa, non ricorda, o preferisce ignorare che i signori della monnezza hanno cominciato a caricare, trafficare & far danari con la pala già a partire dalla metà anni ’80, quindi la bellezza di trent’anni fa suonati. Che senza l’accordo “politico” la camorra non avrebbe mosso un sacchetto. Che al tavolo delle trattative, con lo stato e con le mafie, c’era anche qualcosa che si chiama massoneria: tanto per rinfrescare la memoria, un vertice dei casalesi come Francesco Bidognetti, cicciotto ‘e mezzanotte, faceva spesso una gitarella – in compagnia di alcuni ‘colleghi’ casalesi – in quel di Arezzo, destinazione Villa Wanda, maison del Venerabile Licio Gelli. Del resto, le prime verbalizzazioni di Carmine Schiavone – morto un paio di mesi fa in circostanze non del tutto chiare – sui traffici miliardari di rifiuti e le connection con la politica sono del ’94. Una vita fa.
Ma torniamo alla grande novità delle mafie in vacanza all’ombra della Madunina, sulla costiera romagnola o a sciare tra Bardonecchia e Courmayeur. E vediamo se non c’erano già alcune news a inizio ’90, vale a dire un quarto di secolo fa, non proprio l’altro ieri. Per far questo spulciamo nell’archivio della Voce, alla ricerca di alcuni casi (pochi, a mo’ di esempio). E saliamo man mano lungo la penisola, dal centro verso il nord.
Toscana – E’ proprio d’inizio ’90 la vicenda del celebre Kursaal di Montecatini. Prima cerca di accaparrarselo – guarda caso – Licio Gelli, poi entra nel mirino del clan Galasso di Poggiomarino, legato al super boss Carmine Alfieri di Nola. Tra gli intermediari, un colletto bianco di Sarno (il paese della frana che diventa tragedia, con i progettisti della catastrofe pronti a trasformarsi negli angeli della ricostruzione), l’ingegner Marco Cordasco, che per diversi anni lega i suoi destini a quelli di una società di prefabbricati, Imec, il cui nome fa capolino nelle carte dell’inchiesta sulla tragica fine di Giancarlo Siani. A Lucca, invece, decidono di trasferire il loro quartier generale, sempre a inizio ’90, i fratelli Sorrentino da Torre del Greco, ai quai erano state confiscate per camorra le imprese di famiglia, a partire dalla Sorrentino costruzioni generali. Grandi amici di Paolo Cirino Pomicino, a cui ‘vendono’ – a prezzo catastale – un appartamento a Posillipo, proprio quando, guarda caso, si aggiudicano alcuni appalti a Monteruscello. Pomicino giura di non conoscerli (anche davanti ad un giurì d’onore della Camera): e la Voce pubblica una fitta corrispondenza tra ‘O ministro e uno dei fratelli (Alessandro, poi misteriosamente freddato in un agguato di camorra), su carta della ‘commissione bilancio’. A Lucca i Sorrentino mettono su un tris di società con un partner d’eccezione: Augusto Dresda, un dirigente dell’Icla costruzioni, la regina del dopo terremoto e sempre cara al cuore di Pomicino.
Emilia – Costiera romagnola, una delle mete più ghiotte dei clan in trasferta. Nel ’91 arriva alla redazione della Voce una richiesta di notizie circa una società napoletana in gara per un appalto di pulizie alla Fiera di Rimini. Si tratta di una sigla riconducibile al potente clan Nuvoletta di Marano, e di cui la Voce ha più volte scritto. Questo “gruppo societario”, in particolare, si dedicava in via prioritaria al business del calcestruzzo, attraverso la corazzata di casa, Bitum Beton, e poi diversificava nel settore delle pulizie. Non a caso, infatti, una delle maxi inchieste condotte da alcuni coraggiosi pm di Napoli, addirittura a inizio anni ’80 (per la precisione ’83-’84) riguardava l’affare di Monteruscello, il business della Pozzuoli bis: e sotto i riflettori dei pm (Franco Roberti, oggi al vertice della DNA, Luigi Gay, procuratore capo a Potenza, Paolo Mancuso, numero uno a Nola) c’erano proprio i business di calcestruzzo e pulizie. La Voce realizza allora due servizi, uno dei due era titolato “cRimini cRimini”. E la Voce ha scritto svariate volte di un’impresa parmense, la Pizzarotti, impegnata non solo nel dopo terremoto, ma anche in una serie di opere pubbliche campane, come il Metrò di Napoli, ancora in fase di realizzazione dopo lavori ultraquarantennali e arcimiliardari, col top della spesa a chilometro (il triplo rispetto all’Eurotunnel sulla Manica!). Una Pizzarotti spesso gemellata – nel post sisma – con la Sorrentino Costruzione e in ottimi rapporti con l’uomo ovunque di Pomicino, l’ingegnere Vincenzo Maria Greco (i cui figli, oggi, sono azionisti di riferimento di Impresa spa, impegnato nella realizzazione del Tram veloce a Firenze).
Piemonte – Siamo sempre a inizio ’90 e da Torino ci giunge un’altra segnalazione, e richiesta di qualche ragguaglio su imprese campane in gara per appalti: stavolta siamo all’Istituto Autonomo Case Popolari del capoluogo piemontese, e la sigla in trasferta fa capo al già citato Marco Cordasco. Sono d’inizio duemila, invece, le prime segnalazioni in arrivo da rinomate zone turistiche come Bardonecchia (dove già una decina d’anni fa alcuni locali top vennero chiusi dalle autorità con accuse di riciclaggio). Più o meno contestuali con quelle provenienti dalla Val d’Aosta: in moltissimi alberghi, ristoranti e locali notturni il dialetto preferito è il calabrese e vige la regola delle ‘ndrine.
Liguria – Sono del ’92-’93 le prime notizie su traffici tra colletti bianchi campani, camorristi, in prevalenza salernitani, stavolta, e strane sigle liguri. Si parla di armi. Di grossi bottini all’estero. Di equivoci personaggi, come un certo “sceicco di Baronissi”. Anche stavolta l’ombra della massoneria, e – tanto per cambiare – dei servizi segreti.
Friuli – A proposito di grandi lavori e alta velocità, la Voce scrive a inizio ’90 della Rizzani de Eccher, il cui nome faceva capolino nelle pagine di un rapporto al calor bianco redatto dal Ros dei carabinieri e finito sulla scrivania di Giovanni Falcone a febbraio ’91, “Mafia e Appalti”. Nel dossier si parlava dei rapporti tra alcune big nazionali del mattone e imprese di mafia per dar l’assalto ai grandi appalti: tra le prime, le star nazionali, figuravano la Calcestruzzi dei Gardini, la Fondedile-Icla molto vicina a Paolo Cirino Pomicino, una certa Saiseb e la Rizzani de Eccher. Guarda caso, il nome di quest’ultima torna alla ribalta poche settimane fa, a proposito dell’inchiesta fiorentina sui grandi appalti: e la Rizzani avrebbe goduto, in tempi recenti, di solidi appoggi ‘centristi’, targati Angelino Alfano e Maurizio Lupi.
Veneto – Dagli anni ’80 e ’90, notizie sulla Furlanis, impegnata nel dopo terremoto e spesso gemellata con imprese campane non proprio adamantine. Nei duemila, invece, notizie e articoli su alcune sigle campane alle prese con imprese decotte venete, o in crisi di liquidità, le quali improvvisamente trovano i loro munifici salvatori pronti col cash per risollevare sfortunate storie aziendali. Per la serie: riciclaggi & salvataggi facili. Una prassi, a quanto pare, diffusasi a macchia d’olio soprattutto in quelle zone battute dai sempre più forti venti della crisi economica, che esplode dal 2007 e fa stragi di imprese.
Abbiamo tralasciato il Lazio per evidenti motivi: regione di confine, una mafia autoctona (la banda della Magliana e le più recenti gang costiere), da sempre (fine anni ’70) avamposto nella sua area sud per scorribande e imprese di camorra. Era ancora la vecchia Voce – inizio ’80 – a scrivere dei locali come il Seven up di Formia molto caro alla famiglia Bardellino. Delle prime bombe. Delle estorsioni quotidiane. Per arrivare a Roma già a fine ’80, come documenta la Voce in un suo articolo del ’92, a dominare la scena c’era un certo Massimo Carminati. Che dopo un quasi un quarto di secolo ritroviamo come ‘primizia’ nell’inchiesta ‘Mafia Capitale’…
Tutto questo per dire: bene, benissimo le odierne inchieste. Gli odierni ‘scoop’ sull’assalto delle mafie al nord. Ma intanto – mentre chi doveva controllare non ha controllato, e quindi nella più perfetta impunità – loro, le gang & i colletti bianchi d’ogni razza, hanno saccheggiato territori, depredato le casse dello Stato, spogliato i cittadini (che non delinquono) dei loro diritti.

P. S. Per ampi ragguagli sulla penetrazione della criminalità organizzata nelle regioni centro-settentrionali può risultare molto utile l’ottima ricerca condotta da Bruno De Stefano, autore di “La penisola dei mafiosi”, edito da Newton Compton. Il libro è uscito nel 2008, non un mese fa.

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