Ferdinando Imposimato: il Presidente degli italiani

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Una volta tanto, buone notizie dal Colle. Quel sabato 30 gennaio, la quarta votazione del terzo giorno evocata da Matteo Renzi, l’Italia ha scelto il suo presidente. E mai come stavolta l’esito è chiaro, limpido come acqua cristallina. “Il secondo è il primo degli ultimi”, diceva Enzo Ferrari. Forse pensava proprio al nostro Quirinale. Dove il primo, l’ottimo Sergio Mattarella, una vita tutta diccì ma al mondo nessuno è perfetto, vince coi voti del Palazzo, a difesa degli interessi forti, di lorsignori, delle Kaste. E dove il secondo, Ferdinando Imposimato, è proprio il primo degli ultimi, dei senza lavoro, dei senza diritti, dei senza speranza, dei pensionati taglieggiati, dei tartassati dalla banche che sono l’usura quotidiana, dei giovani privi di ogni speranza per il domani (nel senso delle 24 ore), degli ammazzati di malasanità, di chi muore dopo anni per sangue infetto, dei morti di amianto da Ivrea a Taranto, di tutti i morti che verranno nelle Terre dei Fuochi, degli eserciti di familiari e parenti calpestati da un destino che ha nomi, cognomi e indirizzi. Lui, Ferdinando, è il presidente dei cittadini onesti, non collusi: s’è visto con Alexis Tzipras, dove il popolo al collasso ha mandato a quel paese tutti i figli di Troika.

E la paura che un ciclone Imposimato potesse squassare gli equilibri di lorsignori è testimoniata dal solito Corriere della Sera, che ha spedito in prima pagina Aldo Grasso, l’italian Sniper buono per ogni missione ‘umanitaria’. Che fa ricorso a tutto il suo bagaglio ironico per lanciarsi nel tenzone. Ecco il Verbo: “Il secondo è il primo degli ultimi, diceva Enzo Ferrari. Ma nella corsa al Quirinale il primo dei non eletti è anche il primo dei complottisti. Con i 127 voti dei grillini, Ferdinando Imposimato è arrivato secondo. Meno male. Fosse arrivato primo saremmo precipitati nella Repubblica dei Complotti”. Non contento, Grasso cola ancora: “Già la vita del nostro Paese è disseminata di misteri irrisolti, ci mancava solo un presidente che da alcuni anni è convinto che nella morte di Aldo Moro siano coinvolti i servizi di mezzo mondo, che gli attentati dell’11/9 siano stati un’operazione di terrorismo consentita dall’amministrazione Usa”, e giù con altri trigliceridi.

E per fortuna che Ferdinando c’è. A cercare con coraggio, e soprattutto con grade intelligenza, e ancor più con estrema onestà intellettuale, l’altra faccia delle Verità, quella sempre coperta, regolarmente nascosta, quotidianamente insabbiata, fisiologicamente depistata. E lui, cocciuto, a non darsi mai per vinto, perchè la Giustizia trionfi, perchè dentro la Storia – Tucidide insegna – si possano trovare le spiegazioni del presente e le terapie per il futuro. Quella Storia che è tutta dentro il caso Moro, documentata già anni fa nel grande affresco “Doveva Morire”, scritto a quattro mani da Ferdinando con un grande giornalista d’inchiesta, Sandro Provvisionato: c’è tutta l’Italia del dopoguerra, dentro quelle pagine, del terrorismo di Stato, delle menzogne di Stato, dei Servizi, delle Mafio-Massonerie, di una P2 che aveva perfino disegnato l’organigramma di quel “Comitato di crisi” che avrebbe dovuto – su regia di Cossiga – salvare Moro, composto da 11 piduisti su 12. E l’uomo chiave della story, Steve Pieczenick, che sette anni fa rivela a Imposimato la reale natura della sua missione in Italia, proprio al fianco di Kossiga, perchè “Moro doveva morire”. Ha mai smentito, l’ex Picconatore, le parole dell’americano Pieczenick? Neanche per sogno. Forse non sognava, ma di certo era in catalessi un altro pezzo da novanta del Corsera, un Aldo Cazzullo formato scendiletto, quando intervistava l’ex capo dello stato che gli apriva il suo cuore: “Sì, in quei giorni del rapimento di Aldo Moro ho pianto”. Ma una domandina su quel Pieczenick? O sulle altrettanto incredibili rivelazioni dell’ex gladiatore Arconte (i servizi erano informati un paio di mesi prima del rapimento di Moro)? Silenzio.

E su tutti i silenzi, le omertà, i depistaggi decide di vederci chiaro Imposimato. Un copione simile proprio per la tragedia delle Torri Gemelle, tirata in ballo dall’acume di Grasso. Il quale – certo per mancanza del suo prezioso tempo – non ha avuto modo di leggere quanto scritto da un altro che non la smette, cocciutamente, di volerci ficcare il naso, per fare trasparenza, come Giulietto Chiesa. E dallo stesso Imposimato, che tre anni fa ha redatto un esplosivo documento su quell’11 settembre poi inoltrato al tribunale dell’Aja per i crimini di guerra. Ferdinando, in quel lavoro, ci mette l’anima, la passione di chi vuol andare a fondo, scova, scava, analizza documenti, anche top secret; incrocia i dati, effettua una serie di verifiche, traduce report, e poi elabora un dossier che rivolta tutte le versioni fino a quel momento ufficiali. Una su tutte, per noi della Voce che ne abbiamo scritto più volte: il famigerato Atta, il principe degli attentatori, l’egiziano che ha abbattuto le Torri gemelle, il più odiato di tutti gli islamici insieme a Bin Laden, chi era? Un uomo della Cia, un personaggio ben noto all’Fbi, un terrorista che Bush conosceva bene (non proprio come Bin Laden, che aveva invitato addirittura a casa sua a inizio ’90, come dichiara l’avvocato Carlo Taormina) per via dei report dei servizi a stelle e strisce. Un uomo, Atta, al quale gli americani consentivano di scorazzare libero per i cieli con quella fedina penale chilometrica, mai fermato ad un controllo in aeroporto. Ma Imposimato fa di più: e in un’altra inchiesta scopre che perfino a Wall Street erano bene informati circa la data dell’attentato, visto che 48 ore prima si era verificata una incredibile operazione di “insider trading” dei titoli azionari delle due compagnie aeree coinvolte, American e United Airlines.

Solo due esempi, il caso Moro e quello delle Torri Gemelle, in un mare di inchieste, storie, vicende che Ferdinando Imposimato ha studiato, scandagliato, raccontato, e che arrivano a suggello di una vita tutta dedicata, da magistrato in prima linea, alla ricerca della giustizia. Viene stroncata, la carriera in toga, per via di una orrenda “vendetta trasversale”: gli ammazzano il fratello, Franco, uomo mite, un sindacalista alla Face Standard di Maddaloni, il paese di famiglia, nel casertano. Alla fine la verità viene a galla: quel giudice non doveva indagare, non doveva ficcare il naso in affari troppo importanti, perchè già allora la Camorra si stava affacciando su Roma, pronta a tessere le sue trame con la Banda della Magliana. E guada caso, in quei primi anni ’80 Imposimato passava ai raggi x anche alcune prime fortune imprenditoriali, certi personaggi che solo poi passeranno alla ribalta nazionale: le cronache ricordano certe indagini su Romano Comincioli, che poi diventerà uno dei fedelissimi di Silvio Berlusconi, dalle terre sarde al continente (e caso mai un Flavio Carboni al seguito). Quella toga è scomoda, va fermata. Meglio non vada avanti con l’inchiesta sull’attentato al Papa, sui veri mandanti di Alì Agcà. Meglio non sapere che fine ha realmente fatto Emanuela Orlandi, altrimenti dal Vaticano – e soprattutto dalle sue potenti propaggini temporali, Ior in testa – possono giungere alti strali.

Sì, perchè Imposimato ha avuto un torto grandissimo. Quello di vedere con anni e anni di anticipo. Troppo. E troppo scomodo per tutti. Per chi faceva affari e per chi doveva solo far finta di controllare. In un perverso gioco delle parti, guardia e ladri per tutti. Lui scopre i veri affari della Magliana, male. Lui scopre le mafie a Roma, peggio. Lui scopre che i Servizi non sono poi “deviati”, ma sono quelli e basta. Lui scopre che le stragi sono di Stato, e questo è francamente troppo. Che le mafie sono un braccio operativo del Potere. Le massonerie un altro potentissimo tentacolo. Robe da pazzi. Ma lui documenta: come lo aveva sempre fatto, in maniera minuziosa, con perfetta consapevolezza di tutte le pieghe del diritto (e anche del suo rovescio…) da giudice istruttore negli anni ’70 e inizio ’80, poi lo farà da costituzionalista, da toga in cassazione, poi da avvocato, quindi da scrittore, da giornalista, da acutissimo investigatore. Uno, cento Imposimato, sempre a caccia della Verità, contro ogni teorema precostituito.

E’ così che alla Voce lo conosciamo da più di trent’anni, quando comincia a scrivere per noi di riciclaggio, della necessità di fare trasparenza negli appalti, da quando denuncia le infiltrazioni mafiose nei lavori pubblici, denuncia i lavori della terza corsia. E sarà poi, insieme, che cominceremo a radiografare l’alta velocità, scriviamo sulla Voce delle prime manovre che puzzano di clan, lui è nell’antimafia e comincia mosca bianca a denunciare il malaffare. Poi uscirà col botto “Corruzione ad Alta velocità” (scritto con Sandro Provvisionato), una vera Tangentopoli due, dove c’è dentro il palazzo che conta, i Prodi di turno, il gotha delle imprese che controllano anche i grandi media e per questo cala un silenzio assordante. E insieme documenteremo come erano stati proprio Falcone e Borsellino a vedere prima di tutti: quando sulla loro scrivania, febbraio ’91, era arrivato il rapporto “Mafia-Appalti”, redatto dal Ros dei carabinieri, un vero terremoto per allora: clan, imprese e politici uniti per l’appalto, e con un’Alta velocità in Tav…ola, come titolava la Voce nel ’93. E come Imposimato ha più volte ribadito, dall’antimafia in poi, tante volte. Voci nel deserto, scrive Giorgio Bocca nel suo Inferno, a descrivere la fatica di denunciare in terre dove omertà, contiguità e collusioni vanno perennemente a braccetto.

Ma Ferdinando non molla mai la presa. Dopo i libri sulle connection vaticane, il caso Orlandi, c’è ancora spazio per “La Repubblica delle Stragi Impunite”. Una serie di buchi neri visti sempre da un’altra angolazione, mai quella solita, quella ufficiale; quella delle archiviazioni, o delle prescrizioni salvatutti. E’ un’altra Italia che balza fuori, una mela spaccata quasi a metà, un’Italia che cerca la verità dopo anni e anni di silenzi omertosi, finalmente l’approdo verso una giustizia che si fa realtà; e l’altra mezza che vuole coprire, insabbiare, perchè fa comodo, perchè porta privilegi, carriere, poltrone, soldi.

Con la Voce ci siamo conosciuti tanti anni fa, le prime indagini sul dopo terremoto, il caso Cirillo, la sua mitica “Controinchiesta” proprio sull’incredibile caso dell’assessore dc rapito dalle Br e poi rilasciato dopo la prima, vera trattativa Stato-Camorra che la nostra storia ricordi. Lui, che aveva combattuto contro sequestri e terrorismo, a dipanare quella strana matassa. Che man mano si scoprirà tutta Servizi e cose nostre. Tutte le anomalie rispetto al caso Moro. E viene fuori lo spaccato del Paese…

E uno spaccato del Paese veniva fuori dallo splendido “Italiopoli”, autore un altro giornalista di razza, Oliviero Beha, che in un capitolo dedicato alle “due facce della giustizia” mette a confronto due storie: quella di Imposimato, una vita al servizio dei cittadini e in cerca delle verità, e quella di Antonio Di Pietro,  a caccia di facili notorietà e, soprattutto, di immobili, la passione di famiglia. Incredibile che oggi, alla vigilia del voto per il Quirinale, il moralizzatore Marco Travaglio capovolga quella “storia”: Imposimato colpevole, ai tempi della Mani pulite milanese,  di lesa maestà a Di Pietro, per alcuni attacchi al pool che si sono poi rivelati del tutto fondati. Anzi, fin troppo morbidi…

Da Imposimato abbiamo imparato a “sentire” e a “fare” la Voce, a caccia di verità e giustizia: un controgiornalismo d’investigazione per scoprire i dietro le quinte, i pupari, le connection politico-malavitose, i grandi affari.

Abbiamo avuto la fortuna, con la Voce, di poter pubblicare un mare di articoli, inchieste, reportage di Ferdinando: che spazia dalla Costituzione, il suo grande amore, al lavoro, ai diritti che gli sono scolpiti dentro, per il Lavoro, i giovani, gli emarginati. Perchè tutti abbiano di che vivere con dignità e senza dover ricorrere ai soliti santi in paradiso. E per una giustizia giusta, non di Casta. Per partiti vero sale di democrazia e non oligarchie di brontosauri o centri di affari, spesso da 416 bis. Per regole e trasparenze proprio nei bilanci dei partiti, perchè se no tutto muore sul nascere.

Siamo felici di aver potuto pubblicare Ferdinando lungo trent’anni, e con regolarità quasi svizzera a a partire dal 2007. Siamo strafelici che sia diventato “giornalista pubblicista” proprio con noi, a Napoli, la consueta pratica da 2 anni e quasi 100 pezzi. Siamo arcicontenti che abbia continuato a scrivere per la Voce fino a che la Voce ha avuto il fiato per farlo. E cioè marzo 2014, quasi un anno fa. Quando una sentenza ci ha praticamente condannati a morte. Ma questa è un’altra storia.

Oggi siamo felici che – vivaddio – l’Italia degli italiani, quelli veri, non rintanati nei Palazzi a contare soldi e poltrone, senta di avere un suo Presidente. Virtuale, diranno alcuni. Parto della rete, secondo altri. Per noi è l’uomo che ci rappresenta. L’uomo che nei nostri sogni apre i cassetti e tira fuori tutti i segreti di una vita, li svela, fa luce. L’uomo che apre i cassetti e tira fuori speranze e utopie sepolte da un secolo, e le rende finalmente possibili.

 

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