OLTRE SCARANTINO – IL CLUB DEI SICILIANI

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Servizio pubblico, va in onda la puntata con blitz. E un Vincenzo Scarantino versione Anonymus arrestato praticamente in diretta dai poliziotti. Per quello che ha detto nel corso della trasmissione e i messaggi lanciati? Per il j’accuse alle forze dell’ordine sui maltrattamenti subiti durante la detenzione? Oppure per quello che non ha detto, o ha detto a frasi smozzicate?
Niente di tutto questo. La procura di Torino era sulle sue tracce per via di un’indagine a suo carico, a base di violenza stavolta – secondo le accuse – da lui perpetrata sulla pelle di una ragazza disabile, ricoverata a ottobre scorso in un centro dove si trovava anche Scarantino. Ma gli 007 torinesi non riuscivano a trovarlo: così hanno profittato dell’intervista nello studio di Michele Santoro per individuarlo e ammanettarlo. Forza di media & tecnologie!
Quindi, nessuna paura. Per ora i “pupari” che hanno inventato il falso pentito, scritto i copioni, corretto le “bozze”, i manovratori o falsi suggeritori, insomma i depistatori sulla strage di via D’Amelio dove sono stati massacrati Paolo Borsellino e la sua scorta possono dormire sonni tranquilli. Nessuna rivelazione sull’indentità del “grafomane” che ha infarcito di note il copione che “il pupo” doveva recitare (perchè mai nessuno ha ordinato una perizia calligrafica tra le poche decine di “personaggi” entrati a diretto contatto con il pentito-Scarantino? Non siamo alle migliaia di Dna padani del caso Gambirasio!).

NON SOLO LA BARBERA
Un leit motiv  – quello firmato Scarantino a Servizio Pubblico –  che ruota su un solo nome e tanti non ricordo: La Barbera, La Barbera, La Barbera. Tutto sulle spalle dell’ex questore di Palermo (e di Napoli), Arnaldo La Barbera (il quale, scomparso da anni, non può replicare) e dei suoi uomini. Poi, un po’ alla volta, quel muro di omertà comincia a incrinarsi: come pubblico ministero “ricorda” Carmelo Petralia. E solo quasi al termine della puntata improvvisamente riaffiorano anche i pm Nino Di Matteo e Anna Maria Palma.
«Di Matteo sapeva poco o niente del pentimento di Scarantino – difende Marco Travaglio – perchè era in procura a Caltanissetta da solo sei mesi». Palma, invece, lo avrebbe rassicurato circa la “tenuta” della sua verità anche di fronte alle picconate di tre pentiti, in primis Salvatore Cangemi (grazie alle cui rivelazioni sono state ricostruite tante “imprese” targate Cosa nostra).
La memoria di Scarantino, come un diesel, pian piano macina ricordi ed è la volta del saluto con Ilda Boccassini, che gli stringe la mano e dice: «non le ho mai creduto» (al contrario, Boccassini ha ritenuto Cangemi super attendibile). E infatti, mistero fra i misteri, c’è la clamorosa relazione di servizio firmata del pm poi passato alla procura di Milano: giusto vent’anni fa esprimeva fortissimi dubbi sull’attendibilità del pentito-Scarantino, in sostanza dissociandosi dal lavoro investigativo dei colleghi impegnati su quella pista taroccata per via D’Amelio. Commenta il Corriere della Sera in versione pompiere a smussare comunque le mezze verità dell’ennesimo Scarantino: «Uno che – solo all’indomani del pentimento con cui Spatuzza riaprì il caso, nel 2008 – ha già confessato di aver dichiarato il falso, non diventa automaticamente credibile quando lancia accuse su chi l’avrebbe indotto a mentire».

NCD E I SICILIANI
Nel corso della puntata di Servizio pubblico emerge anche un altro nome da novanta (su cui però nessuno in studio ritiene il caso di spendere qualche commento): quello di Renato Schifani, l’ex presidente del Senato ora tra i padri fondatori del Nuovo Centro Destra, di cui è presidente (con il ministro degli interni Angelino Alfano segretario). Tra le parole pronunciate da Totò Riina nel carcere di Opera con l’affiliato di Sacra Corona Alberto Lorusso (parole registrate dagli inquirenti e mandate in onda da Servizio Pubblico) c’è un ricorrente gingle: «Chiusa, Chiusa, Chiusa». E poi i nomi di alcuni paesi dell’entroterra siciliano, Mezzojuso, Giuliano, Bisacquino. Un riferimento al luogo d’origine di Schifani, ossia Chiusa Sclafani. Come viene meglio esplicitato in altre mezze frasi dello stesso Riina: «il senatore che abbiamo, il paese di lui, il paese ciliegiaro, era mandamento nostro…». Parole fresche fresche, datate 18 novembre 2013. E che fanno il paio – a dimostrazione di un certo feeling – con quelle del 2008 pronunciate sempre ad Opera nel corso di un colloquio con la moglie, Ninetta Bagarella, e la figlia Lucia: «il paese di un senatore siciliano… Chiusa Sclafani… è del senatore Schifani…».
Da tre anni Schifani è indagato dalla procura di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Sette pentiti, infatti, hanno verbalizzato circa i rapporti che l’ex presidente del Senato avrebbe intrattenuto – proprio nel periodo bollente delle stragi – con la famiglia mafiosa di Brancaccio e con i boss del clan Mandalà di Villabate. La procura ha chiesto l’archiviazione, di parere opposto il gip, Piergiorgio Morosini: la decisione, ora (sono appena scaduti i 60 giorni di proroga concessi da Morosini), spetta ai pm Nino di Matteo e Paolo Guido. I quali devono valutare soprattutto alcuni fatti e circostanze: ad esempio, le verbalizzazioni di Nino Giuffrè, capo del mandamento palermitano di Caccamo, di Tullio Cannella e Giovanni Drago (picciotti-pentiti di Brancaccio), focalizzate sui presunti rapporti tra il boss Filippo Graviano e Schifani.
Dunque, misteri, sempre misteri. Concorrente esterno effettivo o vittima di un complotto, Schifani? Anche stavolta si tratta di pentiti fasulli, o sono invece attendibili? E per tornare a Scarantino: chi sono i veri registi della tragica sceneggiata, costata vent’anni di galera a sette persone che non c’entravano niente con la strage di via D’Amelio? Chi ha corretto il “copione”?
Il riferimento base di Scarantino – il già richiamato leit motiv – è tutto per l’allora vertice di polizia La Barbera (in più, uno 007 dei servizi di cui non sa il nome ma del quale potrebbe riconoscere il viso; mentre i magistrati paiono defilati sullo sfondo).
Un funzionario di polizia ha da poco verbalizzato – proprio su quei fatti – al processo Borsellino quater in corso di svolgimento al tribunale di Caltanissetta. E’ il 20 novembre 2013 quando viene interrogato l’ispettore Giuseppe Catuogno, il quale nel 1998 era incaricato della sicurezza  proprio di Scarantino. Rispondendo alle domande dei legali Vania Giamporcaro, Fabio Repici e Flavio Sinatra, Catuogno ricostruisce alcuni passaggi da non poco. Parla dei rapporti fra Scarantino e Gaspare Spatuzza, il pentito “vero” che anni dopo fornirà gli elementi chiave per via D’Amelio. Scarantino, infatti, aveva raccontato a Catuogno che «conosceva Spatuzza perchè avevano fatto affari insieme»; «credo che lo chiamasse Asparino», aggiunge. Sulla strage, ricorda che Scarantino gli aveva detto più volte che «lui non c’entrava niente». E ancora, ecco altre parole di Catuogno pronunciate in aula lo scorso 20 novembre: «Vincenzo Scarantino, prima della ritrattazione di Como, diceva che la dottoressa Annamaria Palma aveva architettato tutto». Dai suoi uffici romani del dipartimento per gli affari della Giustizia, dove è attualmente il numero due, Anna Maria Palma sbigottisce: dice di non aver nulla da dichiarare e, soprattutto, sostiene di non sapere chi sia mai l’ispettore Catuogno. Mistero.
Quello stesso 20 novembre, a Caltanissetta,  ha verbalizzato un altro poliziotto, Luca Burriesci. Al centro della sua deposizione, Utveggio. Nel 1992 Burriesci si era occupato del castello, soprattutto in seguito alle sollecitazioni di Gioacchino Genchi, il super esperto informatico consulente di tante procure. «Pochi giorni dopo la strage – dichiara il funzionario di polizia – il dottor Genchi mi chiese se avessi notato qualcosa di strano all’Utveggio e se avessi visto movimenti di apparecchiature elettroniche. Dissi che non avevo notato nulla di particolare fatta eccezione per un furgone della manutenzione telefonica che una volta mi aveva bloccato l’auto».
Una serie di rivelazioni su mafie & trattative, stragi & mandanti, piste & depistaggi sono contenute in un volume choc scritto da Edoardo Montolli nel 2009 per l’editrice Aliberti, “Il caso Genchi”. Commentando l’udienza, altrettanto choc, del 20 novembre, così scrive il giornalista Claudio Forleo di International Business Time «Contro l’ex pm (Palma, ndr) si scagliò in passato anche il perito informatico Gioacchino Genchi, che collaborò alle prime indagini su via D’Amelio ma poi fece un passo indietro, non concordando con i titolari dell’inchiesta sull’autenticità della versione Scarantino. Il 19 luglio 2009, durante la manifestazione in via D’Amelio organizzata dalle Agende Rosse, pronunciò queste parole attaccando i magistrati che avrebbero fatto carriera grazie a quella falsa pista. “Queste persone hanno fatto carriera e vediamo ed abbiamo visto in che posti abbiamo trovato queste stesse persone ed anche qualche magistrato. Quel magistrato che fu tanto applaudito anche dalla sinistra giudiziaria, la sinistra di questo paese, quando inopportunamente, devo dire, dal punto di vista strategico, pronunciò a Caltanissetta i nomi di Alfa e Beta, bruciando le indagini su Alfa e Beta (Berlusconi e Dell’Utri). Mi riferisco alla dottoressa Anna Maria Palma, che mi ha pesantemente attaccato, il cui marito è stato nominato responsabile e direttore del Cerisdi”. Il Cerisdi – conclude Forleo – aveva una sede presso il Castello Utveggio che domina Palermo. Stesso castello da cui si ha una visuale perfetta su via D’Amelio: una pista investigativa ha sempre ipotizzato che il 19 luglio 1992 possa essere stato utilizzato quale ’base’ degli attentatori per osservare l’arrivo di Paolo Borsellino sotto casa della madre. Nel 1992 all’Utveggio ci sarebbe stato un ‘ufficio coperto’ del Sisde».

PROBLEMA CARDINALE
Un centro studi che ha contato molto a Palermo, il Cerisdi. Per alcuni anni presieduto da Adelfio Elio Cardinale, radiologo di fama, storico preside alla facoltà di Medicina del capoluogo siciliano, una laurea honoris causa conferita dall’università di Bucarest. E marito di Anna Maria Palma. Una nomina – secondo Genchi – caldeggiata in particolare dall’ex assessore regionale Antonello Antinoro, cuffariano doc (vice di Cardinale al Cerisdi, il penalista Raffaele Bonsignore, nel pedigree la difesa di Nino Mandalà). Sempre seguendo il filo delle ricostruzioni di Genchi, un fratello della Palma, magistrato alla Corte dei conti, sarebbe stato nominato, dallo stesso Antinoro, «direttore generale del dipartimento dei beni culturali», incarico seguito al precedente voluto da Totò Cuffaro in persona, quello di vice commissario per l’emergenza idrica in Sicilia. Ed ha militato nella fila dei fedelissimi pro Cuffaro un «servitore infedele» dello Stato (così lo etichetta la sentenza di Cassazione), Antonio Borzacchelli, in prima fila nella “spectre informativa” allestita dall’ex governatore della Sicilia: nella stessa sentenza – fatto di nessun rilievo sotto il profilo penale – vengono descritti gli amichevoli e frequenti rapporti tra Palma e Borzacchelli.
Torniamo per un momento ad Utveggio (un luogo, del resto, al centro delle inchieste che hanno ruotato intorno ai “mandanti” Alfa e Beta). Sulle ultime telefonate partite da quella postazione poco prima della strage di via D’Amelio, si sono a lungo concentrate le investigazioni di Genchi. Il quale ha scritto senza mezzi termini di «numeri strani dei servizi segreti partiti dal castello», di «contatti emersi tra i boss e apparati dei servizi segreti», fino alla conclusione non poco ardita: «la bomba fu fatta esplodere dal castello Utveggio dai killer di Cosa nostra e dove si era insediato il gruppo del Sisde». Ben oltre, quindi, il semplice monitoraggio, dall’alto, della zona. Una pista, quella di Utveggio, da sempre indicata dai familiari di Borsellino: come la sorella Rita, la quale, per fare un esempio, alla commemorazione del 16 luglio 2011, in un video dal titolo “Mistero Utveggio”, sostenne: «non è da escludere che il pulsante del telecomando che ha fatto saltare in aria Paolo e la scorta sia stato azionato dal belvedere del castello Utveggio che sovrasta Palermo».

COLPEVOLI DI LESA MAESTA’
Anna Maria Palma Guarnier in Cardinale, però, la pensa in modo diametralmente opposto. Attacca frontalmente Genchi e cita in sede civile, chiedendo super risarcimenti, chi osa parlare della pista Utveggio, come la Voce, colpevole di aver ricostruito, in un articolo di giugno 2011, alcune tappe della carriera di Palma. Le affermazioni di Genchi – ha sempre sostenuto Palma – «sono gravissime perchè provengono da un funzionario di polizia. Genchi ha solo svolto una perizia, regolarmente retribuita, e conclusa nel febbraio ’93, poi non si è più occupato di stragi. Per quanto riguarda il pulsante del telecomando schiacciato dal castello Utveggio, vi sono dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia che affermano il contrario e sono state riscontrate».
Così argomentava Palma nella sua citazione contro la Voce: «i risvolti delle più accreditate indagini hanno escluso la pista del Castel Utveggio e di un coinvolgimento, in questa fase operativa, di apparati dei servizi segreti. La ‘pista’ è stata definitivamente abbandonata ben prima del luglio del corrente anno», ossia il 2011, quando è uscita l’inchiesta della Voce. A quanto pare, invece, quella pista esiste ancora, e ben viva, tra carte, faldoni & documenti del Borsellino quater, che si sta celebrando, tra udienze che non fanno mancare colpi di scena (regolarmente pressochè ignorate dai media), a Caltanissetta.
Colpevole di lesa maestà, la Voce. O di attentato alle istituzioni, se preferite. Per aver cercato di diffamare «l’istituzione della Presidenza del Senato, ovvero della seconda carica della Repubblica». In che modo? Dettagliando – senza commenti, insinuazioni, o notizie false, come sostiene invece Palma – il suo iter professionale, nelle vesti di pm prima a Palermo poi a Caltanissetta (era considerata, in gergo, una toga rossa); quindi il “cambio di rotta”, per passare a ricoprire la carica di capo di gabinetto alla presidenza del Senato.

Nello stesso periodo, portavoce e capo ufficio stampa dell’amico (di Schifani) Angelino Alfano era (e lo è anche oggi, al Viminale) Danila Subranni. Figlia del generale dei carabinieri Antonio Subranni, al vertice del Ros ai tempi delle imprese di Mario Mori e del capitano Ultimo in Sicilia (vedi pezzo a seguire). Nel pedigree di Subranni, un depistaggio da non poco: quello che costò la vita a Peppino Impastato, falsamente accusato di essersi “auto bombato” per compiere, proprio nel giorno del rapimento di Aldo Moro, un attentato su un binario ferroviario; un Feltrinelli bis in salsa Ros, mentre la verità processuale accerterà poi che la morte di Impastato venne decretata dal boss Tano Badalamenti.
E finiamo in Schifani. Proprio da Spatuzza potrebbe arrivare (in teoria, gli ulteriori accertamenti dovrebbero essere stati già effettuati dai pm Di Matteo e Guido) una “verità” sui presunti rapporti tra i Graviano e la “mente” di Chiusa Sclafani: “Asparino”, infatti, ha raccontato di un incontro – del quale sarebbe stato testimone oculare –  tra l’ex numero uno del Senato e l’impenditore Pippo Cosenza, avvenuto in un capannone dello stesso Cosenza ubicato in una zona sotto stretto controllo dei Graviano.
Ma è soprattutto un’altra testimonianza che può trasformarsi in un incubo per l’attuale presidente del Nuovo Centro Destra: quella di un faccendiere palermitano, Giovanni Costa. Arrestato alcuni mesi fa a Santo Domingo, Costa ha dichiarato: «prima o poi la verità su Schifani dovrò raccontarla tutta».
Altre false piste e verità taroccate? Staremo a vedere.

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