SCARANTINO E IL MARCIO CHE AFFIORA

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La storia infinita del falso “pentimento” di Vincenzo Scarantino, che racchiude in sé tutte le distorsioni della giustizia italiana e, nella migliore delle ipotesi, anche le incapacità, le impreparazioni e le poco professionali ostinazioni di molti magistrati antimafia, subisce una svolta nella primavera del 2001, quando ancora, nonostante tutto, il falso “pentito” è considerato un oracolo dalla procura della repubblica di Caltanissetta.
Il 23 maggio 2001 i dubbi sulle indagini effettuate e sulla loro modalità, i contatti telefonici fra esponenti mafiosi e uomini dei servizi segreti, l’ipotesi che uomini di Cosa nostra sarebbero stati utilizzati come manovalanza da apparati statali per mettere a segno l’attentato sono al centro della deposizione del vice questore Gioacchino Genchi.
Ex componente del gruppo investigativo Falcone-Borsellino, Genchi, rispondendo alle domande del presidente della corte, Francesco Caruso, afferma che la procura di Caltanissetta si sarebbe «chiusa a riccio» dopo che «erano emersi contatti fra i boss coinvolti nella strage ed apparati istituzionali». Per Genchi, la procura non avrebbe dato il via libera ad indagare su questi fatti. Genchi esprime inoltre perplessità sulla gestione dell’ormai ex “pentito” Vincenzo Scarantino.
Il funzionario avanza un’altra ipotesi investigativa, già illustrata a suo tempo ai magistrati di Caltanissetta. Secondo il teste, le persone che hanno premuto il pulsante che ha provocato l’esplosione non si potevano trovare nelle vicinanze di via D’Amelio perché sarebbero state raggiunte dall’onda d’urto. Gli investigatori avevano individuato come possibile base il Castello Utveggio, che sovrasta la città, dove ha sede la scuola di formazione del Cerisdi e dal quale con un binocolo si poteva controllare la strada in cui avvenne la strage. In questo punto di osservazione, secondo Genchi, si sarebbe insediato, per un periodo, un gruppo del Sisde.
Il 19 luglio, all’udienza d’Appello del “Borsellino bis”, la corte accoglie le richieste dell’avvocato Rosalba Di Gregorio, acquisendo al fascicolo del dibattimento anche la “proposta sanitaria” dell’ospedale militare di Chieti che esonerò dal servizio di leva Vincenzo Scarantino. Nel referto, Scarantino viene definito «neurolabile», un soggetto che «minaccia reazioni al minimo stimolo esogeno non gradito».
Il 1 febbraio 2002 ennesimo show di Scarantino che in aula, nel processo d’Appello, afferma: «Ho ritrattato perché mi hanno minacciato, la verità è quella che ho detto nel processo di primo grado». La ritrattazione della ritrattazione, secondo Scarantino, fu determinata dapprima da una serie di segnali e, successivamente, da precise indicazioni di un tale Antonio (nipote di Pietro Scotto) che conobbe a Padova quando era in regime di protezione con la sua famiglia.
A Scarantino il sostituto procuratore generale chiede se il fratello Rosario avesse avuto una parte nella ritrattazione: «Sì – risponde – Rosario mi disse di rimangiarmi tutto. In cambio della ritrattazione ottenni che mi liquidassero le mie proprietà che erano state sottratte dalla mafia in seguito alle mie dichiarazioni nel processo di primo grado. I miei parenti erano contenti della mia scelta, ma ormai anche con mia madre e i miei fratelli i rapporti si sono raffreddati e ognuno va per la sua strada».
22 novembre 2002: Vincenzo Scarantino viene condannato a otto anni di reclusione dal Gip di Roma Renato Croce per calunnia nei confronti dei pm palermitani Anna Palma e Carmelo Petralia oltre che del defunto Arnaldo La Barbera.
Trascorrono cinque anni e il 15 ottobre 2008 diventa ufficiale il “pentimento” di Gaspare Spatuzza, killer del gruppo di fuoco dei fratelli Graviano, boss di Brancaccio. Spatuzza fa una rivelazione che spiazza e sbugiarda definitivamente Scarantino. Dice Spatuzza: «Fui io a rubare la 126 usata come autobomba per la strage di Via D’Amelio. A commissionarmi il furto furono i fratelli Graviano». Il sicario, che ha sulle spalle una quarantina di delitti tra cui quello di don Pino Puglisi, parla da 4 mesi, ma non è stato ancora ammesso al programma di protezione. I magistrati ne stanno valutando l’attendibilità soprattutto alla luce delle contraddizioni tra la sua ricostruzione della strage e quella del “pentito” Vincenzo Scarantino. Sui racconti di quest’ultimo poggia infatti la verità giudiziaria dei tre processi celebrati su via D’Amelio.
Il 21 aprile 2009 è ufficiale che le dichiarazioni di Spatuzza sono state riscontrate in tutti i punti che riguardano la strage di via D’Amelio e che quindi Scarantino è un falso “pentito” a cui, sempre nella migliore delle ipotesi, troppi magistrati hanno creduto ciecamente. E di anni, per giungere a questa verità, ce ne sono voluti ben 17. Spatuzza apre così una bella voragine nel processo che si è già concluso definitivamente per mandanti ed esecutori della strage.
Il 29 luglio 2009 la procura distrettuale antimafia di Caltanissetta avvia indagini per accertare se davvero – come Scarantino aveva ammesso in passato – sia stato aggiustato il primo verbale di interrogatorio reso, nel 1994, dallo stesso. L’ipotesi si inserisce nell’ambito di un presunto depistaggio che potrebbe esserci stato nell’inchiesta sulla morte di Paolo Borsellino e della sua scorta. L’analisi dei magistrati parte da quel primo verbale. Il documento, agli atti del processo già definito con sentenze di condanna all’ergastolo, è pieno di annotazioni e suggerimenti scritti a mano a margine delle pagine. E anche in base a questo verbale i giudici avrebbero emesso le loro sentenze di condanna. I magistrati hanno accertato che a scrivere le note è stato un poliziotto. Ma per conto di chi? Il giorno dopo tornano a parlare i familiari di Scarantino. Dice la madre: «Sono stati poliziotti e magistrati a costringere mio figlio a dire cose false. Qui tutti lo sanno, come lo sanno anche i magistrati, furono loro, quelli interni allo Stato, a fare la strage».
Insomma verbali aggiustati, il famoso papello annunciato dal figlio di Ciancimino, indagini su cui grava l’ombra del depistaggio, veri e falsi “pentiti” e undici ergastoli definitivi che un probabile giudizio di revisione potrebbe mettere in discussione. 17 anni dopo la strage di via D’Amelio emerge la concreta ipotesi che alcuni investigatori abbiano estorto false confessioni e false accuse.
Chi tentò di indurre Scarantino a mentire? E’ la stessa domanda che si facevano gli avvocati che hanno assistito prima al “pentimento” di Scarantino, poi alla sua ritrattazione e infine alla ritrattazione della ritrattazione. In prima fila, ad esprimere dubbi sul collaboratore c’era, allora, l’avvocato Rosalba Di Gregorio, difensore di quattro degli 11 imputati che grazie alle dichiarazioni di Scarantino sono stati condannati all’ergastolo. E ancora l’avvocato Piero Milio che, da senatore della lista Pannella, nel febbraio del 1999, presentò un’interrogazione al ministro della Giustizia proprio sul verbale “aggiustato” del 1994. «Scarantino – dichiarò in quell’occasione Milio – ha addirittura prodotto atti e documenti non firmati e da lui acquisiti durante il periodo in cui è stato sottoposto a regime di rigorosa protezione. Per questo ho chiesto ai ministri se non ritengano di dover disporre una seria indagine ispettiva anche al fine di accertare come Scarantino abbia potuto disporre – e chi gliela abbia data – della copia degli interrogatori, quasi tutti annotati, mentre la difesa degli imputati ha avuto, a suo tempo, rilasciate solo copie parziali».
Quell’interrogazione parlamentare, presentata ai ministri del governo di centrosinistra presieduto da Massimo D’Alema, «non ebbe mai alcuna risposta».
Il 21 novembre 2009 la “attendibilità” di Spatuzza si rinforza. Vittorio Tutino, uomo della cosca palermitana di Brancaccio, nel corso di un interrogatorio a Caltanissetta, davanti ai magistrati del pool che indaga sulle stragi del ’92, fornisce una versione coincidente con quella di Gaspare Spatuzza.
La versione di Vincenzo Scarantino è così definitivamente smontata.
Ma il mistero Scarantino rimane intatto. Anche perché, come ha affermato un altro pm di Caltanissetta, estraneo alla vicenda Scarantino, Paolo Borsellino venne ucciso perché era un ostacolo alla trattativa che pezzi di Cosa nostra avevano avviato con lo Stato. L’ombra di un patto tra la mafia e le istituzioni sullo sfondo dell’eccidio di via D’Amelio rende infatti ancora più inquietante la manipolazione dello stesso falso “pentito”. Ed è un’ombra che si allarga e si conferma di giorno in giorno.
Il 20 maggio scorso, deponendo al processo Borsellino quater, il sovrintendente di polizia Francesco Maggi ha detto: «Quando sono arrivato sul posto della strage, c’erano almeno quattro, cinque uomini dei servizi. Avevano la spilletta del ministero dell’Interno. Era gente di Roma e non capivo che cosa facessero. Ma sono certo, perché li conoscevo. Sono arrivato quasi subito. Vidi i corpi dilaniati, una cosa che mi ha segnato. Non c’era più niente da fare, ma ho notato che c’erano gli uomini dei servizi segreti. E ancora oggi non mi spiego come fossero sul posto e chi li avesse avvisati in così poco tempo».
E Scarantino, che fine ha fatto? Oggi è un uomo solo e impaurito. Abbandonato dalla moglie da anni, lasciato solo dallo Stato che gli ha tolo il programma di protezione, non ha lavoro, né famiglia. Accusato di calunnia è sotto processo.
Chi e perché lo indusse a mentire?, gli è stato chiesto nell’udienza dell’11 giugno scorso. «I peggiori – ha risposto – furono Mario Bo e Arnaldo La Barbera». Ha raccontato un altro “pentito”, Giovanni Brusca: «Quando ero detenuto mi venne raccontato che, a Pianosa, Scarantino fu fatto salire su un elicottero e, mentre era in volo, uomini della polizia di Stato lo minacciarono di buttarlo giù».
Mentre nessun magistrato di Caltanissetta è stato sfiorato dall’ipotesi di un’indagine, resta aperta l’inchiesta sui poliziotti Mario Bo, Vincenzo Ricciardi e sul defunto Arnaldo La Barbera. Nell’udienza del 26 novembre 2013 del Borsellino quater Ricciardi e Bo, il primo ex questore di Novara oggi in pensione, il secondo capo della squadra mobile di Trieste, si sono rifiutati di rispondere.
(5 – fine)

 

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