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Anche se a Pomigliano ci fosse stato un plebiscito di si’, quell’accordo sarebbe stato illegittimo, per contrasto palese con piu’ articoli della Costituzione.
Esistono i diritti inviolabili dell’uomo, che, proprio perche’ tali, non sono disponibili, neanche con il consenso dei lavoratori. Tra essi c’e’ il diritto al lavoro, con tutte le garanzie che lo riguardano e lo tutelano. E’ bene ricordare che la Costituzione pone al primo posto, nella gerarchia dei valori, non lo Stato o l’impresa privata, ma la persona umana e il lavoro, e rifiuta qualsiasi concezione utilitaristica del lavoro. A questo riguardo l’articolo 41 della Costituzione, che la maggioranza vorrebbe cambiare sciaguratamente, afferma che «l’iniziativa economica privata e’ libera ma non puo’ svolgersi in contrasto con l’utilita’ sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla liberta’ e alla dignita’ umana del lavoratore». La pretesa di esigere un lavoro, che vada oltre i limiti della dignita’ e della sicurezza della persona, si pone contro la Costituzione vigente.
Il diritto al lavoro, ricorda il Presidente Carlo Azeglio Ciampi, e’ il pilastro della democrazia. Ma il lavoro non puo’ essere trattato come merce di scambio, soggetta alla legge della domanda e della offerta. E’ assurdo equiparare il lavoro, come fa la Fiat chiamando in causa i polacchi, alle patate o ai fagioli o ai cavolfiori, i cui prezzi aumentano o diminuiscono a seconda della quantita’ offerta; se, in una situazione di crisi occupazionale, come quella attuale, vi e’ una offerta enorme di lavoro e una domanda che si contrae, la risposta non puo’ essere la riduzione delle retribuzioni, come avviene nella compravendita delle patate e degli altri prodotti ortofrutticoli, o il ricorso a dipendenti disposti a lavorare oltre i limiti consentiti. La risposta deve essere una riduzione del lavoro e una sua redistribuzione tra il maggior numero di persone, guardando all’esempio non della Polonia, ma di Francia e Germania, dove vige una settimana lavorativa di 35 ore, e la competitivita’ e’ assicurata lo stesso.

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Il lavoro e’ la risorsa piu’ grande del nostro popolo e la sua tutela interessa tutti. Compito della Repubblica e’ non solo di promuovere le condizioni per rendere effettivo questo diritto, ma di fare in modo che ogni lavoratore abbia una retribuzione che lo liberi dal bisogno e gli consenta di dedicarsi al proprio miglioramento civile e spirituale, per esercitare in modo responsabile i diritti politici.
Il precariato, i salari di fame e le sanzioni disciplinari, previste nel contratto aziendale della Fiat, sono una lesione intollerabile della dignita’ dei lavoratori e della loro liberta’. Questi hanno diritto allo sciopero, se sono in pericolo sicurezza e liberta’, ed a mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidita’, vecchiaia e disoccupazione. Si tratta di diritti indisponibili. Chi oggi dice si’, per costrizione o bisogno di sopravvivenza, domani puo’ rivolgersi al giudice per reclamare la lesione dei suoi diritti.
E non puo’ certo dirsi, come insinua la Fiat per i metalmeccanici, che i lavoratori italiani operino in condizioni di comodo e di disimpegno, se teniamo presenti i numerosi casi di morti bianche all’ordine del giorno, su cui spesso e’ intervenuto il Presidente della Repubblica per richiedere il rispetto di dignita’ e sicurezza. Le morti sul lavoro sono una piaga sociale quotidiana dovuta allo stress da superlavoro e alla mancanza di quelle condizioni di sicurezza che gli imprenditori dovrebbero osservare e che invece, per ridurre i costi, trascurano.
La non-sicurezza del lavoro in Italia e’ la piu’ drammatica di tutta l’Europa. In Italia si sono verificati circa un milione di infortuni sul lavoro nel 2003 e cinque milioni negli ultimi cinque anni. Secondo l’Associazione nazionale mutilati ed invalidi sul lavoro, una morte sul lavoro, ogni quattro decessi che si verificano in Europa, avviene in Italia. E questo e’ un primato che dovrebbe farci vergognare!
Diceva Aldo Moro: «la Costituzione contiene nella sua struttura un pericolo abbastanza grave. Essa nella prima parte tutela i diritti inviolabili, i quali non sono derogabili mediante contratto, ma non dovrebbero mai essere oggetto di revisione costituzionale perche’ alterarli significherebbe condannarsi al disordine, al ridicolo, alla tragedia». E questo non e’ accettabile. «Percio’ e’ necessario – commenta Moro – che tutti gli uomini di buona volonta’ siano concordi nella difesa di quei principi fondamentalmente umani e cerchino di trascriverli, prima che sulla carta, sulla viva pagina dei cuori». (Aldo Moro, Scritti 1940-1948).

IL CONTRATTO-RICATTO
Nel contratto predisposto dalla Fiat, senza discussione con i lavoratori, vi e’ un chiaro condizionamento del diritto di sciopero tutelato dall’articolo 40 della Carta costituzionale. L’accordo prevede infatti sanzioni disciplinari e persino licenziamenti in caso di scioperi per turni di lavoro e straordinari. Vale a dire, in caso di scioperi di natura tipicamente economica. Ma il documento, firmato in una situazione di estremo bisogno dei lavoratori, lede altri due articoli della Costituzione, il 32 e il 36, che sono cruciali, ma di cui gli esperti si sono dimenticati.
In sostanza, il contratto sottoposto a referendum prevede sanzioni economiche contro i dipendenti che intaccano il principio per cui «i lavoratori hanno diritto ad una retribuzione adeguata alla quantita’ e alla qualita’ del lavoro svolto, e comunque tale da garantire una vita libera e dignitosa».
Ma il contratto aziendale territoriale che vieta lo sciopero per turni di lavoro massacrante, o la mancata concessione del riposo settimanale, «e’ illecito – afferma la Corte di Cassazione – siccome in contrasto con il precetto costituzionale dell’articolo 32 che tutela il bene della salute come diritto primario assoluto, e con l’articolo 36 della Costituzione, che tutela la dignita’ del lavoro, e non puo’ essere validamente derogato ne’ da clausole di contratto collettivo o individuale o di altro genere, che sarebbero nulle, ne’ dalla legge, che sarebbe sospettabile di illegittimita’ costituzionale».
In relazione al diritto fondamentale garantito al lavoratore – quale il diritto di sciopero e il diritto al riposo settimanale o per malattia – la mancata concessione del riposo o addirittura la sua punizione, contrasta, secondo la Consulta, con norme imperative, rispetto alle quali «una eventuale adesione alla disciplina derogatoria da parte del lavoratore (come nel caso di Pomigliano, ndr), non puo’ avere rilievo, stante la irrinunciabilita’ del diritto leso» (Cassazione, 26 gennaio 1999, sentenza numero 704).
Sicche’ coglie nel segno il professor Alberto Capotosti, presidente emerito dalla Corte Costituzionale, quando afferma, in un’intervista all’Espresso del 24 giugno 2010, che il contratto approvato dal 62 % degli operai di Pomigliano e’ inutile, piu’ che nullo, perche’ in contrasto in modo insanabile con la Costituzione. Comprendiamo le necessita’ di migliaia di lavoratori costretti a firmare, ma deploriamo che una grande azienda come la Fiat profitti dello stato di bisogno per limitare diritti umani fondamentali.
Ma accanto a queste ragioni di ordine giuridico, si pongono elementi di difesa della democrazia. Ed infatti il contratto aziendale, di cui anche il Partito Democratico invoca incoscientemente l’attuazione, ledendo il dovere di solidarieta’ politica, economica e sociale (articolo 2), impedisce la liberta’ del lavoratore dal bisogno.

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In questa situazione di aggressione al diritto al lavoro dignitoso a garantito dal diritto di sciopero e contro turni massacranti, vorremmo che il Presidente della Repubblica, il quale, come diceva Calamandrei, e’ la viva vox della Costituzione ed il simbolo della unita’ nazionale, esercitasse la sua funzione di garanzia, rilevando la incostituzionalita’ dell’accordo di Pomigliano e di eventuali altri accordi del genere. Noi auspichiamo che il capo dello Stato continui a svolgere la funzione di filtro delle leggi, respingendo la pretesa della maggioranza che vorrebbe ridurlo a una mera funzione notarile di ratifica delle scelte verticistiche del Presidente del Consiglio e dei suoi ministri.
Cosi’ come speriamo che il Colle richiami i governanti, gli amministratori e gli imprenditori al rispetto del principio di legalita’ costituzionale e al perseguimento degli interessi generali dei lavoratori e non settoriali dell’impresa. E richiami le forze di maggioranza e opposizione al rispetto delle norme costituzionali che tutelano il diritto al lavoro e la sua dignita’, essendo il lavoro la principale risorsa del nostro sventurato paese.
Se si vuole garantire anche l’obiettivo del soddisfacimento dei bisogni fisici e la possibilita’ dello sviluppo civile e spirituale di tutti i lavoratori, si rende necessario un secondo tipo di liberta': la liberta’ dal bisogno. L’uomo non dovrebbe essere costretto a lavorare per il soddisfacimento delle necessita’ vitali al punto da non avere ne’ piu’ tempo ne’ energia per le occupazioni personali e per svolgere attivita’ politica. Senza questa liberta’ dal bisogno, la liberta’ di esprimersi e’ per lui inutile. Il progresso tecnologico potrebbe consentire questo secondo tipo di liberta’ se si riuscisse a risolvere il problema della ripartizione della fatica con una riduzione dell’orario di lavoro, e non con un indiscriminato aumento.

Grossi interessi finanziari, ma anche responsabilita’ della magistratura, dietro il “suicidio” in carcere di Niki Aprile Gatti. Sul caso torna ora Elio Lannutti, all’indomani dell’archiviazione decisa dal gip.

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Tutte le strade portano in Inghilterra. Non esiste praticamente nessuno dei recenti casi giudiziari o di cronaca con tante zone d’ombra – dal caso Elisa Claps, con l’esilio dorato di Danilo Restivo a Bournemouth, fino alla sciagura della BP nel Golfo del Messico – che in una maniera o nell’altra non riconduca nelle terre di sua maesta’ la regina Elisabetta. Patria ed origine di tutte le massonerie mondiali. Ma oltremanica ci porta anche una vicenda che ancora brucia nel cuore dei familiari e grida vendetta sul web, dentro i tanti comitati spontanei che chiedono verita’ e giustizia per un caso giudiziario assurdo.
La vicenda, tragica, e’ quella che ha travolto la giovane vita di Niki Aprile Gatti, tecnico informatico presso un’azienda di San Marino. E’ accaduto due anni fa, prima che dal Titano cominciasse ad emergere il fiume di denaro sommerso custodito nei caveau delle banche locali. Ma oggi il caso riesplode grazie ad un’interpellanza al calor bianco presentata nelle scorse settimane da Elio Lannutti, che riconduce le circostanze oscure della morte di Niki agli scandali finanziari aventi come epicentro il piccolo stato autonomo. Il riferimento e’ all’asse Londra-San Marino, lungo il quale corrono gli affari illeciti di giganti della telefonia, da Telecom a Fastweb. Quell’asse lo ritroviamo nell’inchiesta “Premium” (per la quale fu arrestato Gatti) e nella vicenda Telecom Sparkle-Fastweb, un giro di denaro sporco e riciclaggio internazionale da due miliardi di euro e 400 milioni di Iva evasa: nel mirino della Procura romana sono finite, fra gli altri, Telecom Italia Sparkle spa e Fastweb spa, accusate di associazione per delinquere transnazionale pluriaggravata.
Ma non basta. Perche’ poche settimane fa il gip di Firenze ha accolto la richiesta di archiviazione per le indagini sulla morte di Niki Aprile Gatti presentata dai pm. Dipendente di una delle aziende sammarinesi (la Oscorp) finite nell’inchiesta Premium condotta dal sostituto fiorentino Paolo Canessa, Gatti, 26 anni, incensurato, viene arrestato il 19 giugno 2008 con l’accusa di frode informatica dopo essere stato convocato dall’avvocato del gruppo, Franco Marcolini. Tradotto inspiegabilmente (unico fra gli indagati) nel carcere di massima sicurezza di Sollicciano, comincia subito a collaborare con gli inquirenti per fare chiarezza. I vip arrestati, nel frattempo, pur essendosi avvalsi della facolta’ di non rispondere, vanno ai domiciliari, mentre per Niki si conferma il carcere duro. Pochi giorni dopo, il 24 giugno, verra’ trovato impiccato ad una corda ricavata da strisce di jeans e lacci di scarpe nel bagno della cella 10 della quarta sezione. E fin da subito gli inquirenti avvalorano l’ipotesi del suicidio, contro ogni evidenza. 30 giorni dopo l’appartamento di Gatti viene completamente svaligiato. La Procura di San Marino archivia la denuncia di furto, ma non si hanno tracce del personal computer di Gatti. «Le testimonianze dei suoi due compagni di cella, fondamentali nel confermare il suicidio, non collimano – tuona Lannutti – e non trova risposta il dubbio sul fatto che lacci di scarpe e strisce di tessuto jeans possano sorreggere un uomo di 92 chilogrammi, cosi’ come non la trova la presenza di lacci di scarpe in un carcere di massima sicurezza o la capacita’ per un detenuto di creare a mano strisce di tessuto jeans».
A completare il quadro delle stranezze arriva un particolare inedito: possibile che tutto questo sia accaduto ad un indagato del pm Paolo Canessa, tanto esperto di questioni finanziarie da risultare nell’elenco dell’Arpa, il tavolo dei magistrati voluto da Via Arenula per una collaborazione a tutto campo fra banche (in primis Unicredit) e Procure della repubblica?

Ancora un primato poco lusinghiero all’ombra del Vesuvio. Fu infatti Napoli il primo comune italiano a dare inizio alla “finanza creativa” che ha portato comuni e regioni ad infilarsi nella trappola dei derivati, quei prodotti finanziari ad alto rischio che – secondo quanto ha dichiarato nel processo in corso a Milano su questi titoli-truffa, il pm Alfredo Robledo – sono un’autentica bomba a orologeria, che prima o poi esplodera’ travolgendo l’intero Paese. La storia ce la racconta Gaetano Montefusco, avvocato e scrittore, implacabile difensore al fianco delle vittime dei “crack annunciati” fin dai tempi del primo dissesto di Palazzo San Giacomo, quello che negli anni ‘90 mise in ginocchio il gia’ fragile tessuto produttivo ed economico partenopeo.
«Era la fine del 1995 – spiega Montefusco, che all’argomento ha dedicato due libri inchiesta – quando l’assessore bassoliniano alle finanze Roberto Barbieri stupi’ il mondo con l’annuncio dell’emissione dei BOC: 300 miliardi di vecchie lire rastrellate a Wall Street dalla banca d’affari Merrill Lynch per la vendita di buoni ordinari del comune partenopeo. Da allora termini come spread, swap o rating sono entrati nel linguaggio corrente dei ragionieri degli enti locali. Prima i comuni erano controllati dai Coreco e dai segretari comunali e attingevano risorse finanziarie alla Cassa Depositi e Prestiti. Saltati i controlli hanno fatto soldi indebitandosi sciaguratamente sui mercati e rinegoziando continuamente il debito spostando sempre piu’ oltre il momento del pagamento e giungendo cosi’ ad ipotecare decenni del futuro delle nuove generazioni».
«Chi governa – prosegue Montefusco – non si preoccupa dei debiti che le amministrazioni hanno verso i fornitori e risana i conti semplicemente non onorando i pagamenti. Sant’Antonio Bassolino risano’ i conti di Napoli grazie alla legge sul dissesto. San Guido Bertolaso ha risanato l’emergenza rifiuti con la legge sulle unita’ stralcio, piccole enclave dei conti ministeriali gestite come procedure fallimentari. E’ cosi’ che a Napoli la Protezione civile e’ riuscita finora a pagare solo chi vuole e non certo chi deve. Il dottor Robledo, che ho conosciuto anni fa, ha ragione: ci aspettano tempi durissimi. Stiamo peggio della Grecia anche se imbellettiamo meglio i conti».