L’ITALIA DEI FAVORI

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Una nuova era si apre nel Paese: quella del dipietrismo, fatta di gestione del partito senza democrazia, inciuci con gli avversari politici negli enti locali, conflitti d’interesse grandi come una casa nella gestione delle opere pubbliche, colate di nomine e pioggia di finanziamenti nei feudi elettorali. Una per una, ecco in esclusiva tutte le magagne, compresa una tegola che potrebbe arrivare da Milano: un taglio da 24 milioni di euro.
Dopo quello degli elettori Antonio Di Pietro dovra’ presto sottoporsi ad un altro giudizio, quello del Tribunale di Milano. E non e’ affatto detto che debba cavarsela brillantemente come nelle Politiche del 14 aprile scorso. Il giudice Giuseppe Tarantola dovra’ decidere sulla richiesta di sospensione dei finanziamenti pubblici all’Italia dei Valori, chiesta dall’ex segretario del partito di Di Pietro, Mario Di Domenico, che dal 2003 sta cercando di avere ragione del modo a suo avviso scorretto con il quale l’ex pm di Mani Pulite gestisce i finanziamenti statali. Se Tarantola non concedera’ la sospensiva, la causa civile che Di Domenico ha avviato per annullare una serie di delibere dell’IDV, andra’ comunque avanti e tra un paio d’anni arrivera’ la sentenza.
Di Domenico e’ un avvocato abruzzese di 49 anni che dal 1997 al 2003 e’ stato, insieme a Silvana Mura, la persona piu’ vicina all’ex magistrato molisano. E’ lui l’autore dei tanti statuti del partito ed e’ stato lui, nei sette anni in cui ha resistito accanto a Di Pietro, a tenere i cordoni della borsa dell’Italia dei Valori.
I soldi, dice Di Domenico, sono il vero pallino di Di Pietro. Per controllare gli enormi flussi di denaro pubblico, 22 milioni di euro tra il 2001 e il 2006, l’ex ministro del governo Prodi ha costruito un partito incompatibile, sostiene Di Domenico, con la costituzione repubblicana e con i principi di quella democrazia cui l’ex magistrato si richiama con tanto ardore. Un partito monoliticamente controllato da Di Pietro stesso attraverso l’associazione “Italia dei Valori” alla quale si accede solo attraverso un atto notarile e il cui presidente coincide con quello del partito. Con l’articolo 16 dello statuto l’ex pm ha persino disposto che presidente dell’associazione possa essere solo il fondatore del partito, ovvero Di Pietro stesso, e, si legge, “fino a sua rinuncia”.
Una disposizione che ha dell’incredibile, osserva Elio Veltri, un altro che dopo aver visto da vicino Di Pietro ha deciso di abbandonarlo. L’articolo 16 concede infatti al leader dell’IDV poteri illimitati. Solo lui puo’ modificare lo statuto, nominare il tesoriere, approvare i bilanci e ripartire i fondi. Una vera e propria dittatura concepibile solo nei regimi autocratici zaristi e mai vista nemmeno durante il fascismo e il craxismo, commenta Veltri. In questo modo nessuno all’interno dell’IDV puo’ mettere in minoranza Di Pietro cosi’ come avviene in ogni normale partito e se per ipotesi cio’ accadesse, comunque Di Pietro manterrebbe nelle sue mani il controllo della cassaforte del partito.
A scrivere questo Statuto era stato Di Domenico su richiesta dello stesso Di Pietro. Di Domenico insieme alla Mura e al politico di Montenero di Bisaccia era stato protagonista del “golpe” interno con il quale il 9 settembre del 2000 fu segretamente modificato lo statuto del partito. L’IdV era infatto nato nel 1998 a San Sepolcro presso lo studio del notaio Fanfani e contava su 250 militanti come soci fondatori. Troppi per Di Pietro, che con i suoi due fedelissimi decise di ridurli a 3. Ovvero Di Pietro, la Mura e Di Domenico. Poi quest’ultimo comincio’ ad avere dei dubbi e prese coscienza del fatto che in questo modo si sarebbero potute verificare delle gravi distorsioni nell’utilizzo dei fondi pubblici. E lui ne sarebbe stato complice. L’avvocato abruzzese chiese quindi a Di Pietro di aprire il partito ad una gestione piu’ democratica. Di Pietro rispose dapprima di si’, ma poi ando’ dritto per la sua strada, in compagnia della fedelissima Silvana Mura e cooptando, al posto di Di Domenico, la propria moglie Susanna Mazzoleni.
Di Domenico ha gia’ denunciato per truffa il politico molisano alla Procura di Roma, denuncia che il 17 marzo scorso e’ stata archiviata su richiesta dello stesso pm Giancarlo Amato. Non senza una circostanza da sottolineare: ad accettare la richiesta di archiviazione di Amato e’ stato il gip Luciano Imperiali, il quale ha sostituito nel corso del mese di febbraio, a pochi giorni dall’udienza preliminare, la gip Carla Santese. Quest’ultima aveva respinto la prima richiesta d’archiviazione di Amato ravvisando una serie di reati, tra cui l’appropriazione indebita, che prima non erano stati individuati e che aveva chiesto di approfondire. Si sarebbe giunti ad un’archiviazione anche se a decidere invece del napoletano Imperiali fosse stata la Santese? Impossibile dirlo, quello che e’ certo e’ che nonostante abbia chiesto il proscioglimento, lo stesso pm Amato ha pronunciato su Di Pietro un giudizio non certo lusinghiero, bollando il comportamento del leader dell’IDV come censurabile almeno dal punto di vista morale.
Secondo Di Domenico pero’ al gip Imperiali e’ sfuggito un fatto non secondario. Uno degli episodi piu’ controversi della vicenda presa in esame dai giudici romani riguarda la partecipazione di Di Domenico ad una riunione dell’assemblea dell’associazione IDV, tenutasi il 30 ottobre del 2003. La sentenza accerta che a quella riunione Di Domenico non partecipo’ essendosi dimesso da socio poco prima, eppure la stessa sentenza non dispone come nulli gli atti deliberati da Di Pietro in un’altra assemblea tenutasi il 5 novembre 2003, sei giorni dopo, e che in mancanza di Di Domenico, ancora socio a tutti gli effetti secondo lo statuto, non poteva essere valida.

LO STATUTO DEL RE SOLE
In quella sede Di Pietro ha approvato lo statuto “aperto” che gli aveva chiesto il suo ex socio e anche il bilancio del partito. Statuto aperto che pero’ Di Pietro si rimangera’ il 20 dicembre successivo quando si rechera’ da un altro notaio (Di Pietro ha cambiato notai in modo vorticoso) e, dopo aver registrato le dimissioni di Di Domenico, fara’ approvare un nuovo Statuto, quello che di fatto lo trasformera’ nel “Re Sole” dell’IDV. Solo il 26 luglio del 2004 Di Pietro registrera’ da un altro notaio l’ingresso di nuovi soci nell’associazione IDV.
E proprio il tempo trascorso tra quest’ultima assemblea e la precedente, quella del 20 dicembre 2003, e’ stato alla base di un ricorso al Tribunale di Milano inoltrato da Elio Veltri e Achille Occhetto. Secondo la loro tesi l’Associazione IDV in base al codice civile doveva essere dichiarata estinta perche’ Di Pietro era rimasto per piu’ di sei mesi socio unico. Il ricorso di Veltri e Occhetto e’ stato pero’ rigettato dal giudice Tarantola.
Insomma finora il leader dell’IDV, sia in sede penale che civile, se l’e’ sempre cavata. Tuttavia Di Domenico ritiene di avere ancora alcune carte da giocare. Per percepire i rimborsi elettorali stabiliti dalla legge, i partiti debbono depositare presso i Ministeri dell’Interno e del Tesoro il proprio statuto. Ora nel caso del partito dell’ex ministro molisano, sostiene Di Domenico, accade che lo statuto depositato sia quello del 2001 e che in esso si stabilisca che ad approvare i bilanci sia l’Esecutivo nazionale del partito, mentre secondo lo statuto attualmente in vigore ad approvare i consuntivi e’ l’assemblea dell’IDV. Accade quindi che lo Stato abbia erogato 22 milioni di euro ad un partito politico che, in base a quanto ufficialmente dichiarato presso i Ministeri competenti, approverebbe il suo bilancio con un organismo composto da sette persone, mentre in realta’ i documenti contabili vengono esaminati da un organo di partito composto, come sappiamo, da Di Pietro, da sua moglie e dalla tesoriera Silvana Mura, da lui stesso nominata e da lui stesso revocabile.
Insomma, le stesse persone che redigono il bilancio sono poi chiamate ad esaminarlo. Perche’ il nuovo statuto non e’ mai stato depositato nei Ministeri competenti? Una semplice dimenticanza? Secondo Di Domenico inoltre una norma dell’attuale statuto dell’IDV non e’ compatibile con le leggi in vigore secondo le quali, in caso di scioglimento di un partito, a gestire il patrimonio dello stesso debbano essere i prefetti. L’articolo 12 dello statuto dell’IDV, dispone invece che a gestire il patrimonio in caso di scioglimento sia il presidente fondatore, ovvero Di Pietro stesso.
Questo particolare era stato rilevato dalla gip Carla Santese che lo aveva riportato nel decreto di fissazione dell’udienza preliminare, attribuendo a Di Pietro il reato contemplato dall’articolo 640 bis del codice penale, ovvero, “truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche”. Ma anche questa possibile imputazione su sollecitazione della procura capitolina e’ stata lasciata cadere dal giudice per le indagini preliminari Luciano Imperiali e Di Pietro ha potuto continuare a gestire indisturbato il suo partito e i cospicui rimborsi statali che, dopo il boom di suffragi delle ultime politiche, raddoppieranno o quasi.
E a conferma della tesi che i soldi sono per Di Pietro davvero importanti, l’ultimo voltafaccia politico dell’ex magistrato potrebbe avere come movente proprio il danaro: se il gruppo parlamentare unico con il partito democratico sbandierato in campagna elettorale non si fara’ piu’ e’ anche perche’ Di Pietro si e’ accorto che da solo l’IDV, oltre ad avere piu’ visibilita’, incassera’ anche piu’ soldi.

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